bianco e nero

come una foto. in bianco e nero. nessuna concessione al colore, alla spettacolarita', ai nuovi barbari. bianco e nero colori vividi dell'essenziale, solo l'autenticita' della forma. della sostanza. l'occhio vede e non si inganna.
"questo e' il mio segreto.
veramente semplice.
si vede bene solo con il cuore.
L'essenziale e' invisibile agli occhi."
Il piccolo principe. A.d.S-E.

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domenica 17 dicembre 2017

Vita di Galileo

ho trovato un altro buon motivo per stare al mondo.
Vita di Galileo, di Brecht, letta, spiegata, interpretata da Strehler, con Umberto Ceriani, Renato De Carmine, Giulia Lazzarini e Gianfranco Mauri. Registrazione effettuata il 13/14 ottobre 1995 presso il Piccolo teatro studio di Milano Trent'anni dopo la storica regia di Vita di Galileo, che debuttò al Piccolo Teatro il 22 aprile 1963 (con Tino Buazzelli nel ruolo del titolo) accompagnata da grandi controversie sull'opportunità di mettere in scena un testo che sembrava mettere in discussione il ruolo della Chiesa, Giorgio Strehler torna in prima persona a leggere il testo di Bertolt Brecht. È una registrazione fiume della durata complessiva di 4 ore e 32 minuti.
una domanda che mi faccio: i miei l'avranno vista?
più invecchio e più mi domando cosa facevano i miei genitori.
e se stabilisco che si, l'hanno vista, si ci sono stati, si ci sono venuti, si l'hanno fatto, mi viene da piangere.
è chiaro che la morte si avvicina anche per me.
ora, di questa registrazione io ho seguito la seconda parte, quasi tre ore di spettacolo, è un confortante messaggio per l'umanità: la bellezza esiste, la memoria ha un valore assoluto, il legame ci tiene in vita, il teatro è un'esperienza straordinaria, la conoscenza ci salverà tutti.
sentire Strehler che recita e legge e spiega mi ha ipnotizzato. ho seguito la presentazione con il testo  di Brecht in mano, la sala del Chiostro Nina Vinchi lo consentiva, era luminosa, e rumorosa, con pochissimi avventori a gustarsi il capolavoro. ma io c'ero.
ah si, io c'ero.
la figura di Galileo, che abiura, per paura, lo fa uomo. di scienza e di umana debolezza.
forse, al cambiamento epocale che sarebbe seguito al suo spodestamento della terra nel sistema solare, non era pronto nemmeno lui. e Brecht ce lo dice, non siamo mai del tutto buoni e mai del tutto cattivi, mai del tutto geniali e mai del tutto meschini. 

...
ANDREA Volevate guadagnar tempo per scrivere il libro che solo voi potevate scrivere. Se foste salito al rogo, se foste morto in un'aureola di fuoco, avrebbero vinto gli altri. 
GALILEO Hanno vinto gli altri. E un'opera scientifica che possa essere scritta da un uomo solo, non esiste. 
ANDREA Ma allora, perché avete abiurato? 
GALILEO Ho abiurato perché il dolore fisico mi faceva paura. 
ANDREA No! 
GALILEO Mi hanno mostrato gli strumenti. 
ANDREA Dunque non l'avete meditato? 
GALILEO Niente affatto. 

Pausa. 

ANDREA (forte) La scienza non ha che un imperativo: contribuire alla scienza. 
GALILEO E questo, l'ho assolto. Benvenuto allora nella mia sentina, caro fratello di scienza e cugino di tradimento! Vuoi comprare pesce? Ho pesce! E non è il mio pesce che puzza, sono io. Io svendo, e tu acquisti. O irresistibile potere di questa merce consacrata, il libro! Gli basta guardarlo perché gli venga l'acquolina in bocca e ricacci giù tutti gl'improperi. La grande Babilonia, la scarlatta belva assassina, spalanca le cosce, ed ecco, tutto è cambiato. Santificata sia la nostra congrega di trafficanti, di riverginatori e di tremebondi davanti alla morte! 
ANDREA La paura della morte è umana! E le debolezze umane non interessano la scienza. GALILEO No !... Caro Andrea, anche nella mia attuale con dizione mi sento di orientarti un poco su tutto ciò che interessa questa professione di scienziato, cui ti sei legato per l'esistenza. Breve pausa. GALILEO (con le mani professoralmente congiunte sull'adipe) Nel tempo che ho libero - e ne ho, di tempo libero - mi è avvenuto di rimeditare il mio caso e di domandarmi come sarà giudicato da quel mondo della scienza al quale non credo più di appartenere. Anche un venditore di lana, per quanto abile sia ad acquistarla a buon prezzo per poi rivenderla cara, deve preoccuparsi che il commercio della lana possa svolgersi liberamente. Non credo che la pratica della scienza possa andar disgiunta dal coraggio. Essa tratta il sapere, che è un prodotto del dubbio; e col procacciare sapere a tutti su ogni cosa, tende a destare il dubbio in tutti. Ora, la gran parte della popolazione è tenuta dai suoi sovrani, dai suoi proprietari di terra, dai suoi preti, in una nebbia madreperlacea di superstizioni e di antiche sentenze, che occulta gli intrighi di costoro. Antica come le rocce è la condizione dei più, e dall'alto dei pulpiti e delle cattedre si suole dipingerla come altrettanto imperitura. Ma la nostra nuova arte del dubbio appassionò il gran pubblico, che corse a strapparci di mano il telescopio per pun-tarlo sui suoi aguzzini. Cotesti uomini egoisti e prepo-tenti, avidi predatori a proprio vantaggio dei frutti della scienza, si avvidero subito che un freddo occhio scien-tifico si era posato su una miseria millenaria quanto artificiale, una miseria che chiaramente poteva essere eliminata con l'eliminare loro stessi; e allora sommersero noi sotto un profluvio di minacce e di corruzioni, tale da travolgere gli spiriti deboli. Ma possiamo noi ripu-diare la massa e conservarci ugualmente uomini di scienza? I moti dei corpi celesti ci sono divenuti più chiari; ma i moti dei potenti restano pur sempre imperscrutabili ai popoli. E se la battaglia per la misurabilità dei cieli è stata vinta dal dubbio, la battaglia della massaia romana per il latte sarà sempre perduta dalla credulità. Con tutt'e due queste battaglie, Andrea, ha a che fare la scienza. Finché l'umanità continuerà a brancolare nella sua nebbia millenaria di superstizioni e di venerande sentenze, finché sarà troppo ignorante per sviluppare le tue proprie energie, non sarà nemmeno capace di sviluppare le energie della natura che le vengono svelate. Che scopo si prefigge il vostro lavoro? Io credo che la scienza possa proporsi altro scopo che quello di alleviare la fatica dell'esistenza umana. Se gli uomini di scienza non reagiscono all'intimidazione dei potenti egoisti e si limitano ad accumulare sapere per sapere, la scienza può rimanere fiaccata per sempre, ed ogni nuova macchina non sarà fonte che di nuovi triboli per l'uomo. E quando, coll'andar del tempo, avrete scoperto tutto lo scopribile, il vostro progresso non sarà che un progressivo 64 allontanamento dall'umanità. Tra voi e l'umanità può scavarsi un abisso così grande, che ad ogni vostro eureka rischierebbe di rispondere un grido di dolore universale... Nella mia vita di scienziato ho avuto una fortuna senza pari: quella di vedere l'astronomia dilagare nelle pubbliche piazze. In circostanze così straordinarie, la fermezza di un uomo poteva produrre grandissimi rivolgimenti. Se io avessi resistito, i naturalisti avrebbero potuto sviluppare qualcosa di simile a ciò che per i medici è il giuramento d'Ippocrate: il voto solenne di far uso della scienza ad esclusivo vantaggio dell'umanità. così stando le cose, il massimo in cui si può sperare è una progenie di gnomi inventivi, pronti a farsi assoldare per qualsiasi scopo. Mi sono anche convinto, Andrea, di non aver mai corso dei rischi gravi. Per alcuni anni ebbi la forza di una pubblica autorità; e misi la mia sapienza a disposizione dei potenti perché la usassero, o non la usassero, o ne abusassero, a seconda dei loro fini. (Virginia è entrata con un vassoio: resta immobile ad ascoltare). Ho tradito la mia professione; e quando un uomo ha fatto ciò che ho fatto io, la sua presenza non può essere tollerata nei ranghi della scienza. 
VIRGINIA Babbo, hai il tuo posto nei ranghi della fede. (Si fa avanti e posa il vassoio sulla tavola). GALILEO Giusto. Ora debbo cenare. (Andrea gli tende la mano: Galileo la vede ma non la prende) Ormai anche tu insegni. Come puoi permetterti di stringere una mano come la mia? (Va verso la tavola) Oggi un viaggiatore di passaggio mi ha mandato due oche. Apprezzo sempre la buona mensa. ANDREA Dunque, non pensate più che sia cominciata una nuova era? 
GALILEO Al contrario. Abbiti riguardo. Quando attraversi la Germania, riponi la verità sotto il mantello. 
ANDREA (incapace di partire) Quanto al vostro giudizio sull'autore di cui abbiamo discorso, non so che rispondervi. Ma non posso credere che quella vostra crudele analisi sia l'ultima parola. 
GALILEO Grazie, signore. (Comincia a mangiare). 
VIRGINIA (accompagnando Andrea alla porta) Le visite degli amici del passato non ci fanno piacere. Lo mettono in agitazione. Andrea esce. Virginia torna nella stanza. 
GALILEO (mangiando) Non hai pensato chi può aver mandato le oche? 
VIRGINIA Andrea no. 
GALILEO No, forse. Com'è la notte? 
VIRGINIA (alla finestra) Chiara.

venerdì 5 maggio 2017

nessuno è come me

E gira, gira e gira, gira
si torna ancora in primavera
e mi trova che non ho concluso niente
io l’amore l’avevo in mente
ma ho conosciuto solo gente
e posso solo andare avanti
fintanto che nessuno è come me.

E gira, gira e gira, gira
si torna ancora in primavera
e scopro che non ho capito niente
e allora io stasera do a lavare
il mio vestito per l’amore
cambio donna e cambio umore
cambio numero e quartiere
fintanto che nessuno è come me.

nessuno è come me, dice (canta) Fossati.
lo dice a una serata al Piccolo teatro Grassi, intervistato in una serata dedicata a Gaber, dedicato alla bella canzone italiana, ai grandi personaggi della sua storia.
amo questi due autori, ancora una volta non so chi di più, forse Fossati che mi crivella la testa con le sue parole che fanno traccia dentro di me. solco.
nessuno è come me.


venerdì 20 gennaio 2017

pinocchio

buongiorno,
vi scrivo per esprimere il mio rammarico per lo spettacolo Pinocchio.
vado molto a teatro, da molti anni e molto al Piccolo teatro (per quanto per quest'anno la programmazione sia piuttosto deludente, fatta eccezione per Elvira e i soliti Lehman Trilogy e Sanghenapule, già visti).
penso di non aver mai visto uno spettacolo più brutto, imbarazzante, volgare, povero di contenuti (il siparietto di Mangiafuoco sui monologhi teatrali? le battute di Arlecchino volgari e immensamente banali? la scopiazzata dell'Arlecchino di Soleri di Geppetto che mangia la mosca? che trovate originali!), urlato, sguaiato e piagnucoloso, noioso, scomposto. uno spettacolo inguardabile, fastidioso.
mi dispiace per Pinocchio, capolavoro della creatività e della lingua italiana, trasformata in una farsa indigeribile.
alla fine del primo tempo molta gente, davvero molta gente, come me, ha preso cappotti e bambini e se ne è andata a casa, sconcertata di tanta bruttezza. ci si guardava increduli e sono stati scambiati commenti molto pesanti. il bambino dietro di me, oltre a essere molto annoiato, non faceva che dire: che schifo, ma che schifo. tutti a casa.
mi domando cosa sia successo alla direzione del Piccolo Teatro: non siete più in grado di riconoscere la spazzatura?

cordiali saluti
Rossa

giovedì 28 aprile 2016

Canzone Della Non Appartenenza

La grande intesa tra me e l’universo 
è sempre stata un mistero
Il grande slancio verso la mia patria
non è mai stato vero
Il tenero attaccamento
al paese natio
mi sembra l’enfasi pietosa
di un mio vecchio zio
Tutto quello che ho
tutto ciò che mi resta
è solo questa mia famiglia
che non mi basta.
Quando non c’è nessuna appartenenza
la mia normale la mia sola verità
è una gran dose di egoismo
magari un po’ attenuato
da un vago amore per l’umanità
La mia anima è vuota
e non è abitata
se non da me stesso
Non so bene da quando
l’amore per il mondo
mi sembra un paradosso.
Ma soffrire per gente di cui
non si sa l’esistenza
mi sembra il segno un po’ preoccupante
di qualche carenza
Tutto quello che provo
è una vana protesta
è solo questa mia coscienza
che non mi basta.
Quando non c’è nessuna appartenenza
la mia normale la mia sola verità
è una parvenza di altruismo
magari compiaciuto
che noi chiamiamo solidarietà.
Ma se guardo il mondo intero
che solidale si commuove in coro
i filmati di massacri osceni
i tanti primi piani di mamme e bambini
mi vien da dire che se questo è amore
sarebbe molto meglio non essere buoni.
Se provo a guardare il mondo civile
così sensibile con chi sta male
il cinismo di usare la gente
il gusto più morboso di un corpo straziante
Mi vien da dire
che se questo è amore
io non amo nessuno
non sento proprio niente.
E invece siamo nati per amare proprio tutti
indiani russi americani schiavi papi cani gatti
è proprio il mondo della grande fratellanza
per nuove suffragette piene d’isteria
O peggio ancora
è quella sporca convenienza
come sempre mascherata
dalla grande ipocrisia
la nostra ipocrisia.
Quando non c’è nessuna appartenenza
la mia normale la mia sola verità
è una gran dose di egoismo
magari un po’ attenuata
da un vago amore per l’umanità.
E non ci salva l’idea
dell’uguaglianza
né l’altruismo
o l’inutile pietà
Ma un egoismo antico e sano
di chi non sa nemmeno
che fa del bene a se e all’umanità.
Un egoismo antico e sano
di chi non sa nemmeno
che fa del bene a se e all’umanità.

non metterò punti, così per stargli dietro
ieri sera Gaber al Piccolo Teatro Grassi
con Alessio Boni e Marcello Prayer che hanno costruito un concertato a due su testi di Giorgio Gaber e Sandro Luporini 
la serata è stata molto bella, ho ritrovato quel poco che di Gaber so, ma quel che so è che l'ho ascoltato molto in adolescenza
e credo di aver fatto bene
ho ritrovato quel suo tono di voce, quell'ironia graffiante e quella meravigliosa distanza dalle cose  e quel sarcasmo sempre rispettoso che me lo fanno sentire unico e inimitabile
si sentiva anche la sua voce, anche affiancato dalla Melato, che brividi
quel che amo di più di Gaber è la sua posizione non ideologica, è l'anti-ideologia, è il senso delle cose secondo il suo personalissimo pensiero
e pensare che c'era il pensiero, scriveva
Gaber ci dovresti essere, qui, ora, vorrei sentire una tua canzone ora, ne avresti di cose da direi e io ti amerei ancora, il tuo senso darebbe ancora senso al pensiero
manchi

giovedì 3 marzo 2016

la morte di Danton

mi sono indubbiamente ritrovata, ateatro, tra le note immagini cinematografiche di Noi credevamo e de Il Giovane Favoloso.
l'impronta di Martone è inconfondibile.
la storia è il luogo della sua scena. al cinema come a teatro.
scena che si svolge tra spazi che si aprono e si chiudono mossi e separati da tendaggi rossi, scena che va ben oltre il palcoscenico tra la platea e la galleria, il popolo di Danton siamo noi.
si sente il rumore sinistro e spaventoso della ghigliottina che scende vorticosa al suo traguardo. 
gli attori gesticolano molto, le mani si muovono vorticose a sottolineare le parole, hanno le pose della propaganda, della messa in scena del potere, del comizio, dell'arringa in tribunale, della sentenza.
il movimento di scena è molto ampio, è spazioso, arioso, sembra in effetti di essere al cinema, Martone amplifica il teatro, lo allarga, lo espande, con la concitazione di scene di gruppo che hanno la potenza della fisicità, della voce, del movimento, dello sguardo.
gli attori sono tanti, direi che una massa di uomini e donne si muove sulla scena.
anche questo è un evento, si, direi un evento teatrale.
abituati da tempo a un teatro minimale, stilizzato, negli allestimenti e nei personaggi, qui siamo nella pienezza, nella moltitudine, nel corpo scenico.
non mi capitava da anni, o forse mai, di vedere una tale quantità di personaggi a teatro, l'effetto è veramente poderoso, a tratti sembra di assistere davvero a quacosa che sta accadendo in quel momento. il mondo è tutto ciò che accade.
il personaggio più interessante è quello di Robespierre e il suo interprete è molto convincente, Paolo Pierobon.
il personaggio più accattivante è quello di Danton e il suo interprete è molto bravo, Giuseppe Battiston.
due personaggi e due attori diversi, due versioni del mondo e della recitazione diverse, e, proprio per questo, che bei momenti di vita e di arte, ieri, al Piccolo Teatro di Milano.
il testo è ricchissimo, lo cerco disperatamente sul web e non trovo nemmeno una riga, vorrei riportarlo, così carico di dramma e di storia, di parole piene e vigorose, di testimonianza dell'epoca del terrore, della paranoia erudita di Robespierre, dell'intelligenza gogliardica di Danton.
emerge la megalomania messianica di Robespierre, che si declamava uomo virtuoso, incorruttibile, inflessibile, chiamato a creare uno «Stato della virtù»: doveva rigenerare completamente il mondo, formando un nuovo popolo. «Noi — scriveva — vogliamo un ordine di cose in cui tutte le passioni basse e crudeli sono incatenate, e tutte le passioni generose e benefiche sono risvegliate dalle leggi. Noi vogliamo sostituire la morale all’egoismo, la probità all’onore, i princìpi agli usi, l’impero della ragione alla tirannide della moda, tutte le virtù e tutti i miracoli della Repubblica a tutti i vizi e al ridicolo della monarchia».
si delinea, contrapposta, la stanchezza di Danton, abbandonata la foga omicida della rivoluzione, lontano dal manicheismo giacobino di Robespierre e dall'idea che il terrore sia giustizia, pronta, severa, inflessibile giustizia, la disillusione della praticabilità di una rivoluzione permanente che cerca conforto nel godimento e nei piaceri l’unica soluzione alla limitatezza della della conoscenza delle cose e degli uomini: “Conoscersi? Dovremmo scoperchiarci il cranio e strapparci vicendevolmente i pensieri dalle fibre del cervello”.
incapace di distinguere tra dissenso e tradimento, il Robespierre di Paolo Pierobon è già febbricitante, austero, quasi monacale, in preda alle sue paranoie complottiste e ai suoi deliri sul regime assoluto della Verità e della Virtù, ormai vittima condannata dalla storia il Danton di Battiston non può liberarsi dalle maglie del delirio dell'antico compagno, l'onda forte e ancora inarrestabile di una rivoluzione che avrebbe voluto trasformare in ipotesi politica lo travolge, progressivamente sfatto e trasandato, al suo terrore finale.

splendido spettacolo teatrale.
onore a Büchner, onore a Martone.

domenica 18 ottobre 2015

le sorelle Macaluso

grandissima Emma Dante.
dopo la deusione (ma non cocente, niente di grave) del suo film di due anni fa, Via Castellana Bandiera, mi sono ritrovata felice e contenta al Piccolo Teatro Grassi a vedere questo gioiellino teatrale.
poco più di un'ora di spettacolo ma così intenso, così speciale, così genialmente narrativo, così schietto ed emozionante da non credersi.
la condensazione mi sembra un elemento fondamentale del lavoro teatrale della Dante, dove la narrazione non si sofferma su lunghi interminabili dettagli di parola (ieri sera ho visto Morte di un commesso viaggiatore all'Elfo Puccini e avrei voluto sparare a qualcuno tanto la parola veniva esasperata ripetuta ossessivizzata, e quindi annullata, fino alla noia se non alla rabbia in tre ore e mezza di spettacolo) ma trova soluzioni inedite e francamente geniali per arrivare al cuore della storia, e al cuore dello spettatore.
si inizia con un funerale e si finisce con lo stesso. la sorella maggiore è morta e celebra la sua non vita (come inconsapevole di essere morta) celebrando il sogno della sua vita, la danza.
e qui è dura non tremare, è dura non cedere a un senso di perdita, alla perdita, più che della vita, del sogno.
e tutta la storia vede la terra del sud, l'accento della lingua di Sicilia ma non solo, fare da padrona sul senso della vita, il suo ritmo, le sue cadenza, i suoi riti. è un omaggio maestoso alla terra di origne, alla madre terra, alla Grande Madre. le sorelle sono corpi di sorellanza e si mostrano, si trasformano, si amano e si odiano, anche si uccidono. tutto è segno, tutto è simbolo, anche il mare, tanto agognato e alla fine concesso, grande culla della vita, e luogo di morte.
eccola la vita segnata dalle mancanze, mancanza di madre, mancanza di padre, mancanza di riconoscimento che poi trabocca di un pieno, pieno di baldanza, di chiasso, di unione, di complicità.
spettacolo indimenticabile, tra ironia e leggerezza, tra tragedia e cordoglio, pettegolezzo fatuo e ferocia della parola, amore soffocante e vuoto di senso, ovvero la famiglia, la vita, e il suo opposto, la disgregazione.
sembra impossibile, eppure è tutto lì, nel linguaggio della Dante, in un'ora o poco più.



giovedì 11 giugno 2015

Mr & Mrs Dream

è il secondo spettacolo francese che vedo al Piccolo Teatro e che mi entusiasma. 
il primo, ormai quasi due mesi fa è stato Cendrillon, versione (ri)scritta e diretta da Joël Pommerat della fiaba di cui siamo debitori a Perrault e ai Grimm. Il regista illumina, non solo metaforicamente, visto il ruolo preponderante della luce nello spettacolo, i lati oscuri di una storia che credevamo di conoscere a memoria. è vero, si tratta di Cenerentola, ma è come l'avessi vista e sentita per la prima volta in una versione così accattivante, così interessante, così divertente, innovativa e visivamente strabiliante da lasciarmi a bocca aperta. attori vivaci, simpatici, ipnotici, scenografie nuove, testi divertenti e intelligenti, rivisitati in termini ironici oppure riproposti in modo drammatico, immagini indimenticabili. una perla. 
poi mi ritrovo alla rassegna di danza del Piccolo e mi imbatto in 

Mr & Mrs Dream
coreografia e allestimento Marie-Claude Pietragalla e Julien Derouault
liberamente ispirato all’opera di Eugène Ionesco
con Marie-Claude Pietragalla e Julien Derouault
musiche Laurent Garnier
concezione e realizzazione grafica Gaël Perrin
concezione della realtà virtuale e tecnologia Benoît Marini
sviluppo della realtà virtuale Leïla Aït-Kaci


che bello spettacolo!! come mi è piaciuto. mi sono divertita moltissimo, mi sono goduta la danza, l'idea, il movimento, la musica, le trovate tecnologiche, l'impianto scenico, tutto. lei, Marie-Claude Pietragalla, è una ballerina classica, etoile dell'Opera di Parigi, brava ma troppo imbrigliata e riconoscibile nella sua impronta classica. lui, Julien Derouault, è un genio del movimento. vederlo ballare, e interpretare, in mezzo a quelle luci, questi testi scenici, quelle innovazioni tecnologiche è stata un'esperienza. sono comunque belli insieme, sono due corpi, a tratti un unico uno, nello spazio scenico, nella danza, nel teatro, nel cinema, nello spazio virtuale. inventano situazioni, travestiti come personaggi di Blade Runner, su campi fioriti, nello spazio cosmico in movimento, sulla tastiera di un computer o in un cerchio impazzito di lettere, nell'abside di una chiesa. a volte si ride, quasi sempre si sorride, perchè trasmettono umorismo e ironia, qualche volta la mascella pende per lo stupore dell'invenzione teatrale. per la bellezza del talento.
uno spettacolo meraviglia, sempre all'altezza, un divertimento globale, una soddisfazione cosmica e non virtuale, nonostante le apparenze, ma reale, corporea, sensazionale.
splendido.




lunedì 11 maggio 2015

Cóse sta léngua sperduta

la Parola canta. 
spettacolo con Toni e Beppe Servillo e il gruppo Solis String Quartet.
al Piccolo teatro di Milano.
bello bello, bello spettacolo.
due ore di musica, canto, recitazione e Napoli, con autori da Eduardo De Filippo a Raffaele Viviani, da E. A. Mario a Libero Bovio, fino a voci contemporanee come quelle di Enzo Moscato e Mimmo Borrelli.
Toni, si sa, spacca.
Beppe, pure.
un aspetto molto interessante dello spettacolo è l'osservazione della diversità dei due fratelli nell'occupazione dello spazio scenico e della voce.
se il primo recita, e occupa il suo spazio composto e misurato, figura attorale sana e imponente, se il primo scandisce la parola, finissima e stentorea, al punto che, se pur napoletana, si comprende senza traduzione
il secondo canta e occupa lo spazio dilagando, muovendosi come un animale inquieto, piegandosi fino quasi a toccare terra, modulando, serpentino, il corpo al ritmo della voce che, invece, naviga con una tonalità tutta sua, spesso incomprensibile, puro suono, puro strumento.
due fratelli, due professioni al servizio dell'arte e della cultura, al servizio della propria origine e terra, simili ma diversi. ovviamente mi chiedo chi siano, come siano, come persone e come fratelli, che genitori avranno mai avuto, come si sono differenziati, quanto e se si sono separati dalla matrice materna, come si intersecano, ognuno la propria arte e maestria, l'uno con l'altro.

bellissimi il pezzo di Eduardo Vincenzo de Pretore, bellissima l'ultima poesia di Michele Sovente Cose sta lengua sperduta.
bellissime Dove sta Zazà,  e Està- Nun voglio fa' niente.
bellissimo l'Allegretto pizzicato dal quartetto n.4 di Béla Bartok.




Cóse sta léngua sperduta / conta sta léngua sturduta / scàrdule e
cràstule ’i vite / ca cchiù r’i suónne / ’int’’u scuro so’ rummase (...).

Cuce questa lingua smarrita, racconta questa lingua stordita 

schegge e cocci di esistenze che più dei sogni al buio sono restate.
Chiama questa lingua selvaggia un turbinio, una festa di nomi voci colori.
Questa lingua così discreta, questa lingua così nuda.

giovedì 2 aprile 2015

divine parole

diciamo che ho faticato a trovarle, anzi non ce ne sono.
le uniche parole che ho sentito sono state orribili, pesanti, massacranti, volgari, senza senso.
non sono mai uscita da uno spettacolo teatrale prima del tempo.
mai.
è stata la mia prima volta.
dopo la scena di un incappucciato che dondola nello spazio teatrale a corpo morto trattenuto da una corda e che viene sgozzato e che annaspa nei respiri e perde sangue gocciolante (e perché non staccargli la testa già che ci siamo?) ho pensato che di questo spettacolo di merda, ma dopo quasi un'ora e mezza di strenua resistenza per non darmi dell'impulsiva, ne avevo avuto già abbastanza.
posso immaginare una cosa più volgare di questa? di un testo teatrale che nulla ha a che fare con la moderna oscenità -ma che è altrettanto impresentabile- che propone lo sgozzamento come atto rappresentativo della punizione mortale (faccio notare che il giustiziato ha appena ammazzato un infante nano idrocefalo abbandonato dopo la morte fetida della madre poche scene prima) con evidente riferimento ad atti di sgozzamento di propaganda del terrore, che definizione si può dare se non di una putrida e infima forma di propaganda ancora più volgare che fa da risonanza alla peggiore immagine del nostro tempo? guardavo la gente durante la scena, era attonita, confusa, chissà se pensava che merda è mai questa? oppure se ha avuto modo di riflettere.- che so- sul senso profondo della miseria umana, sull'empatia penosa, o sul riverbero della morte nella nostra vita? temo nessuna di queste ipotesi, perché aderire alla più deleteria immagine del nostro tempo ammazza ogni forma di ripensamento e di valutazione riflessiva di un testo, fa solo da schiacciamento sul terreno melmoso  e soffocante dell'angoscia, della morte peggiore, riscuote solo il senso dell'orrore e non dell'operazione artistica e creativa del teatro.
usare, nella peggiore strumentalizzazione possibile, una scena siffatta significa, da parte dell'esimio regista e di tutti gli attori acefali al suo seguito, significa non avere nessuna idea da rappresentare, solo utilizzare il peggio che c'è -ma che è molto in voga on line e mediaticamente in genere, e che, così impiegato, diventa, paurosamente, moda- per dare risonanza a una qualche forma di disturbo, profondo, personale. a me non interessa grazie, cerco altro nel teatro, non i turbamenti del giovane inetto Damiano Michieletto (regista dello sfortunatissimo spettacolo in scena al piccolo teatro Studio di Milano) e della loro messa in scena.
il testo parte già male e si sviluppa anche peggio, è una sequela infinita di sole brutture, quelle sequele che non dicono niente, presentano solo la miseria dell'uomo senza dare scampo, senza significazione, senza essere in contrapposizione a qualcos'altro da dire (che non si ha da dire, dunque). tutto si svolge su un terreno fangoso, la gente si sporca, si insudicia (qual senso raffinatissimo metaforico!!) cammina nel fango, si fa di fango. i personaggi sono tutti disperati, non si salva nessuno, gli uomini sono assassini delinquenti omosessuali perversi nani idrocefali, ci sono figlie violentate dal padre bastardo, ovvero un sacrestano ossessionato dal vangelo e delirante di purificazione, madri che muoiono di crisi epilettiche soffocate dal fango e altre soffocate da un cellophane dopo un atto sessuale immondo e abbietto. un neonato mostruoso, usato per estorcere soldi e spartito con violenza tra gente immonda che sfrutta l'anomalia e la distorsione corporea per tirare a campare, viene ammazzato dal gay di turno -vestito e mosso come nella classica iconografia del travestito all'ultima spiaggia- ed è il peggiore di tutti, sarà un caso? pare che il testo finisca con una lapidazione..pare con significato di valore biblico catartico(?)... ma me la sono persa...sopravviverò?
queste sono le divine parole che "fermano il tempo", questo è il testo teatrale, altissimo e sapientissimo, di Ramon Maria del Valle-Inclan, e via con la rappresentazione scenica.
affidarsi al senso dell'orrore non è atto teatrale, non è artistico, è la messa in scena di una disperazione, quello del vuoto mentale, che riesce solo a far riferimento alle immagini televisive per riempire uno spazio scenico senza simboli, altrimenti desolatamente vuoto, vuoto di pensiero.

complimenti al Piccolo Teatro, veri complimenti da parte mia, uno spettacolo che indica il peggior deterioramento possibile della ricerca teatrale italiana. 

sabato 24 gennaio 2015

Otello

parla in siciliano, stretto, questo Otello di Luigi Lo Cascio.
parlano siciliano, stretto, anche Iago e e il soldato narratore (invenzione di questa sceneggiatura).
parla rigorosamente italiano, Desdemona.
e già qui c'è una presa di posizione che mi piace moltissimo.
una metafora che dice che il linguaggio delle donne è differente, profondamente differente.
la donna è l'alterità misteriosa e inavvicinabile che parla un'altra lingua.
e tutta la tragedia va in questa direzione, le differenze tra uomo e donna, la differenza della parola dell'uomo e della parola della donna.
diceva Calvino che i testi diventano dei classici quando sono inesauribili. è così per tutta l'opera del Bardo, a ogni rilettura una nuova chiave di interpretazione è possibile, inesauribile.
all'inizio è dura, caspita, 'sto siciliano è ostico. quando parla Lo Cascio, che interpreta  magistralmente il male, Iago, si capisce poco, emergono solo alcune parole, il discorso si perde. ma le parole, quelle che intendi, restano. sedimentano, lasciano il segno.
è una scelta geniale questo siciliano duro e materico, in bocca agli uomini, e questo italiano, fluido e gentile, in bocca alla donna.
uno è all'attacco spavaldo della fortezza, femminile, l'altro è in difesa della sua posizione, relazionale e affettiva. per gli esseri parlanti l’incontro con l’Altro sesso è sempre problematico e il malinteso strutturale dei sessi nasce proprio dal linguaggio, c’è una differenza costitutiva fondamentale, differenza spesso impossibile da sopportare.
si parte dalla tragedia già compiuta e si ripercorre la sua costruzione, la sua lenta inesorabile solidificazione.  il palco è vuoto, in sostanza, è scarnificato, pochi oggetti lo animano, alcune riprese in bianco e nero, psichedeliche e dure, granitiche e a tratti spaventose, lo sottolinenano, così, senza materia se non quella del pensiero, e della parola.




Desdemona muore quasi senza difendersi, Otello uccide amando.
lei difende non la sua vita, che è disposta a perdere, ma il suo amore, il suo ideale d'amore, il suo desiderio d'amore.
lui uccide, pazzo, completamente pazzo, impossibilitato a cogliere l'interezza dell'altra, di possederla completamente. non si può possedere il battito di ciglia di una donna, il suo mistero, che fa impazzire l'uomo. andrebbe rispettato, con benevolenza, con rispettosa distanza. la natura della donna, la sua disposizione all'amore, all'Altro, è quel che l'uomo, che la riceve, non sa accogliere, ma che vuole fare propria, in un delirio di possedimento totale, che passa dal corpo ma dal corpo non arriva mai. l’Uomo non riesce ad abdicare al proprio trono selvaggio.
tanto meno con la morte, non c'è modo più definitivo di perderla quell'alterità, quella differenza.
e riemergono alla memoria tutti i casi di cronaca in cui lei resiste all'idea dell'amore che avrebbe voluto, e non cerca riparo, non protegge se stessa, non fugge lontano. e lui distrugge quel che non potrà mai colonizzare, quel mai potrà riavere, la cosa primaria, l'amore assoluto, irripetibile, della madre.
la violenza, l’odio, il disprezzo si palesano ogni volta che la donna non si fa trovare là dove un uomo la posiziona, dove avrebbe voluto che fosse per divorarla. si assiste a un paradosso più la donna, e la sua parola, avanzano, e più l’uomo perde la sua identità e la perseguita “o mia o di nessun altro".
Otello e Desdemona.

me lo dai, il fazzoletto, per favore?
quello che io ti diedi
come pegno d'amore.
non voglio questo, no.
non è la stessa cosa.
il fazzoletto che ora ti domando
nella sua trama è intriso di magia.
la seta proviene dai vermi sacri
di una sibilla antica e posseduta
da gran furore mentre lo tesseva.
il rosso adoperato
per tingere il ricamo
è quel colore pallido spremuto
dal cuore imbalsamato
di femmine illibate
che morte catturò prima del tempo.
non voglio un fazzoletto senza storia.
voglio quello che mi lasciò mia madre.
la maga dell'Egitto
a lei lo aveva dato
per fare al loro amore un sortilegui.
potente era la naga fattucchiera:
sapeva indovinare ogni pensiero,
leggeva ogni destino nelle mani
ed era a conoscenza del segreto
per muovere le stelle a suo piacere.
mentre la maga dava il fazzoletto
 con voce dell'abisso insiene disse
proprio dentro le orecchie di mia madre:
"fino a quando conservi il fazzoletto
la tua bellezza resta sempre incanto
che tiene stretto l'uomo alla catena.
ma se poi tu lo perdi per sventura
o se te ne sbarazzi o lo regali,
la luce negli occhi di tuo marito
si spegne in un attimo e arriva il tempo
insieme di disprezzo e indifferenza,
e della caccia muove fantasie
per tutte le altre femmine del mondo".
...
ora che son vere le parole,
conserva con gran cura questo dono,
chè se lo perdi è gran maledizione
che intossica e avvelena amore e vita.
(dal copione dello spettacolo)

Otello di Luigi Lo Cascio liberamente tratto da William Shakespeare. Regia di Luigi Lo Cascio. Scenografia, costumi, animazioni Nicola Console e Alice Mangano. Musiche di Andrea Rocca. Luci di Pasquale Mari. Interpreti: Vincenzo Pirrotta, Luigi Lo Cascio, Valentina Cenni, Giovanni Calcagno. Produzione Teatro Stabile di Catania- ERT Emilia Romagna Teatro Fondazione. Foto di scena di Antonio Parrinello.  In scena al Piccolo Teatro di Milano.

lunedì 29 aprile 2013

odyssey


io mi sono trovata molto bene, e dire che son tre ore secche di spettacolo.
e dire anche che è in greco. tuttotutto lo spettacolo: tre ore secche in greco.
sovratitoli in italiano (si dice così?). sopra, non sotto come al cinema.

ebbene, tre ore secche di spettacolo in greco: una vera bellezza.
Odyssey di BobWilson, Piccolo Teatro di Milano. 
geniale, in tutto. 
dalle scene
ai costumi.
dalla lingua originale
alle musiche.
spettacolo netto, pulito, essenziale con immagini convincenti, suoni penetranti, evocazioni emozionanti.
è la storia, si sa, di Odisseo,Οδυσσευς (Odysseus), Ulisse per noi soliti umani, delle sue peripezie, tra il dissenso di Poseidone e la protezione di Atena, tra isole arcipelaghi mare tempeste e naufragi, donne bellissime e innamorate, maghe e ninfe oppure giovani donne scanzonate. la lingua scorre veloce, si insinua tra le pieghe della mente, accarezza le immagini, sostiene l'immaginario, sostanzia e fortifica le scene.
certo, la rappresentazione è snella e leggera, il viaggio veloce ed essenziale. le luci e i cambi di scena sono estremamente efficaci e di effetto. luce blu, luce rossa, aspetti dissacranti, il cane Argo sembra un punk, Scilla sembra uscito da un cartone animato, i compagni di viaggio si muovono come burattini, dominati dagli dei e non dal libero arbitrio, le compagne di Nausicaa starnazzano come oche, Tiresia evoca  immagini cinematografiche, i cambi di scena sono "aperti", non camuffati, operati sul campo sotto gli occhi di tutti. come a dire: questa è una rappresentazione, è uno dei racconti possibili, è una messa in scena per il teatro, visiva e sonora, fatta e confezionata per gli occhi, per essere vista e sentita. chissà, forse Omero potrebbe dissentire, magari il desolatopopolo greco anche, ma l'impatto scenico è molto allettante, piacevole, gustoso.
non mancano scene di grandissima intensità, prima tra tutte il canto delle sirene, un canto viscerale, nativo, neonatale. e poi tutte le scene abitate dalle grandi protagonisti femminili, soprattutto Calipso e Circe, quest'ultima adagiata su un letto di foglie di edera che sembra nato dalla terra, radicato come una pianta. e come il canto  delle sirene, anche questo è un richiamo irresistibile del desiderio, che incatena il ramingo Ulisse, lo allontana dal suo ricongiungimento finale. e come ben sappiamo il desiderio è l'esperienza dell'alterità, è l'eclisse dell'io, il suo scardinamento. il desiderio è la voragine, la vertigine che trascende l'io...e quelle sirene lo sanno, ooohhh come lo sanno...


anche l'impianto narrativo è particolare, parte dalla fine, dall'abbandono dell'isola di Calipso fino al naufragio sull'isola dei Feaci. Ulisse narra la sua storia alla regina Arete che, a sua volta, la narrerà, in flash back, alla figlia Nausicaa, curiosa e attratta da quest'uomo maturo e avventuroso, trovato nudo sulla spiaggia, abbandonato quasi morto tra i cespugli.

è un racconto semplice, come quello che si fa a un fanciullo, ma non per questo impoverito, anzi arricchito dalla bellezza delle scene, dai giochi di luce, dalla pienezza rassicurate del blu, dalla linearità stilizzata delle forme, dalla levità dello sguardo.
tre ore secche, ma carnose e opulente. di grazia.