bianco e nero

come una foto. in bianco e nero. nessuna concessione al colore, alla spettacolarita', ai nuovi barbari. bianco e nero colori vividi dell'essenziale, solo l'autenticita' della forma. della sostanza. l'occhio vede e non si inganna.
"questo e' il mio segreto.
veramente semplice.
si vede bene solo con il cuore.
L'essenziale e' invisibile agli occhi."
Il piccolo principe. A.d.S-E.

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giovedì 3 marzo 2016

la morte di Danton

mi sono indubbiamente ritrovata, ateatro, tra le note immagini cinematografiche di Noi credevamo e de Il Giovane Favoloso.
l'impronta di Martone è inconfondibile.
la storia è il luogo della sua scena. al cinema come a teatro.
scena che si svolge tra spazi che si aprono e si chiudono mossi e separati da tendaggi rossi, scena che va ben oltre il palcoscenico tra la platea e la galleria, il popolo di Danton siamo noi.
si sente il rumore sinistro e spaventoso della ghigliottina che scende vorticosa al suo traguardo. 
gli attori gesticolano molto, le mani si muovono vorticose a sottolineare le parole, hanno le pose della propaganda, della messa in scena del potere, del comizio, dell'arringa in tribunale, della sentenza.
il movimento di scena è molto ampio, è spazioso, arioso, sembra in effetti di essere al cinema, Martone amplifica il teatro, lo allarga, lo espande, con la concitazione di scene di gruppo che hanno la potenza della fisicità, della voce, del movimento, dello sguardo.
gli attori sono tanti, direi che una massa di uomini e donne si muove sulla scena.
anche questo è un evento, si, direi un evento teatrale.
abituati da tempo a un teatro minimale, stilizzato, negli allestimenti e nei personaggi, qui siamo nella pienezza, nella moltitudine, nel corpo scenico.
non mi capitava da anni, o forse mai, di vedere una tale quantità di personaggi a teatro, l'effetto è veramente poderoso, a tratti sembra di assistere davvero a quacosa che sta accadendo in quel momento. il mondo è tutto ciò che accade.
il personaggio più interessante è quello di Robespierre e il suo interprete è molto convincente, Paolo Pierobon.
il personaggio più accattivante è quello di Danton e il suo interprete è molto bravo, Giuseppe Battiston.
due personaggi e due attori diversi, due versioni del mondo e della recitazione diverse, e, proprio per questo, che bei momenti di vita e di arte, ieri, al Piccolo Teatro di Milano.
il testo è ricchissimo, lo cerco disperatamente sul web e non trovo nemmeno una riga, vorrei riportarlo, così carico di dramma e di storia, di parole piene e vigorose, di testimonianza dell'epoca del terrore, della paranoia erudita di Robespierre, dell'intelligenza gogliardica di Danton.
emerge la megalomania messianica di Robespierre, che si declamava uomo virtuoso, incorruttibile, inflessibile, chiamato a creare uno «Stato della virtù»: doveva rigenerare completamente il mondo, formando un nuovo popolo. «Noi — scriveva — vogliamo un ordine di cose in cui tutte le passioni basse e crudeli sono incatenate, e tutte le passioni generose e benefiche sono risvegliate dalle leggi. Noi vogliamo sostituire la morale all’egoismo, la probità all’onore, i princìpi agli usi, l’impero della ragione alla tirannide della moda, tutte le virtù e tutti i miracoli della Repubblica a tutti i vizi e al ridicolo della monarchia».
si delinea, contrapposta, la stanchezza di Danton, abbandonata la foga omicida della rivoluzione, lontano dal manicheismo giacobino di Robespierre e dall'idea che il terrore sia giustizia, pronta, severa, inflessibile giustizia, la disillusione della praticabilità di una rivoluzione permanente che cerca conforto nel godimento e nei piaceri l’unica soluzione alla limitatezza della della conoscenza delle cose e degli uomini: “Conoscersi? Dovremmo scoperchiarci il cranio e strapparci vicendevolmente i pensieri dalle fibre del cervello”.
incapace di distinguere tra dissenso e tradimento, il Robespierre di Paolo Pierobon è già febbricitante, austero, quasi monacale, in preda alle sue paranoie complottiste e ai suoi deliri sul regime assoluto della Verità e della Virtù, ormai vittima condannata dalla storia il Danton di Battiston non può liberarsi dalle maglie del delirio dell'antico compagno, l'onda forte e ancora inarrestabile di una rivoluzione che avrebbe voluto trasformare in ipotesi politica lo travolge, progressivamente sfatto e trasandato, al suo terrore finale.

splendido spettacolo teatrale.
onore a Büchner, onore a Martone.

martedì 16 settembre 2014

viaggio al termine della notte.

"Céline è stato creato da Dio per dare scandalo"
Céline.
un bel viaggio, fino alla fine, fino al termine della notte.
non c'è scampo, con Céline.
non c'è salvezza.

La maggior parte della gente non muore che all'ultimo momento; altri cominciano e si prendono vent'anni d'anticipo e qualche volta anche di più. Sono gli infelici della terra.

un libro unico nel suo genere, singolarissimo, a tratti scioccante per tanta assoluta franchezza.
non ci sono veli, nè menzogne, nè mediazioni, la vita per quello che è: dannazione e dolore, disperazione e morte.
è tutto così chiaro che non resta che vivere, che fare qual che si può, la consapevolezza fa da timone, alla fine il risultato non è mortifero,  per quanto impregnato, anzi, è di rassegnazione all'ineluttabile ma con immensa forza di reazione, a tutto.
Forse è anche l'età che sopraggiunge traditrice, e ci annuncia il peggio. Non si ha più molta musica in sé per far ballare la vita, ecco. Tutta la  gioventù è già andata a morire in capo al mondo nel silenzio della verità. E dove andar fuori, ve lo chiedo, quando uno non ha più dentro una quantità sufficiente di delirio? La verità è un'agonia che non finisce mai. La verità di questo mondo è la morte. Bisogna scegliere: morire o mentire. Non ho mai potuto uccidermi io.
mi rammento bene una lezione di Baricco, quelle tenute a Palladium di Roma a gennaio e di cui ho già parlato (http://nuovateoria.blogspot.it/2013/10/dimorare-dentro-una-domanda.html), che trattava di Proust. Mi risultò chiaro che, a Baricco, Proust non piace. dietro al discorso tecnico, che non può che essere reverenziale data la maestria assoluta nello scrivere, emerse chiaramente la critica verso uno scrittore talmente ancorato alla forma da risultare poco credibile nella sua scrittura. Proust traccia una geometria del mondo e una sua interpretazione, a volte iperbolica, a volte enfatizzata, a volte falsa, artista attentissimo al suo sè, dotatissimo ma francamente eccentrico. dopo tanta grazia si sarebbe potuto pensare che nulla sarebbe stato più all'altezza di tanto talento letterario, dice Baricco, ma poi, afferma è arrivato Céline, e tutti hanno dovuto ricredersi.
e altrettanto chiaro, mi fu, l'assoluta preferenza di Baricco per il secondo. certo, stiamo parlando di una frattura iperbolica, tra Proust e Céline non ci passa il mare ma un oceano, siamo in dimensioni, di stile e pensiero, che non condividono nulla. leggendo Céline a volte siamo ai limiti della bestemmia, e un paio ce ne sono nelle primissime pagine del libro, leggendo Proust siamo di fronte all'ossessività stilistica, alla paranoia del dettaglio, della virgola, degli incisi. della parola.
eppure, come sostenie Baricco, la preziosità di Céline, arrivato solo qualche anno dopo Proust, non è certo da meno: "Per quanto fantastico sia Proust si può avere una forza pazzesca facendo tutt'altra cosa e il gesto si chiama sempre scrivere, libertà." (A.Baricco)
ho apprezzato moltissimo la sua prosa, ho ammirato la sua devozione alla verità, la sua aderenza alle realtà, l'assenza di bugia, la franchezza del pensare. lo trovo inarrivabile, singolare e autentico, di un'espressività del tutto originale, notoriamente scandalosa. 

Ah! Se l'avessi incontrata prima, Molly, quando c'era ancora il tempo per prendere una strada invece che un'altra! Prima di perdere il mio entusiasmo su quella troia di Musine e su quella stronzetta di Lola! Ma era troppo tardi per rifarmi una giovinezza. Si diventa rapidamente vecchi e in modo irrimediabile per giunta. Te ne accorgi dal modo che hai preso di amare le tue disgrazie tuo malgrado. La natura è più forte di te, ecco tutto. Ci prende le misure in un certo genere e non puoi più uscirne da quel genere lì. Avevo preso la strada dell'inquietudine. Si prende pian piano sul serio il proprio ruolo e il proprio destino senza rendersene ben conto e poi quando ci si volta indietro è troppo tardi per cambiare. Si diventa tutti agitati e rimane tutto così per sempre...
Il treno è entrato in stazione. Non ero più molto sicuro della mia avventura quando ho visto la macchina. L'ho abbracciata Molly, con tutto il coraggio che avevo ancora nella carcassa. Avevo una gran pena, autentica, una volta tanto, per me, per lei, per tutti gli uomini. E' forse questo che si cerca nella vita, nient'altro che questo, la più gran pena possibile per diventare se stessi prima di morire ...   Per lasciarla mi ci è voluta proprio della follia, della specie più fredda e brutta. Comunque ho difeso la mia anima fino ad oggi e se la morte domani venisse a prendermi non sarei, ne sono certo, mai tanto freddo, cialtrone, volgare come gli altri, per quel tanto di gentilezza e di sogno che Molly mi ha regalato nel corso di qualche mese d'America.

diceva Céline:
..La cosa che mi interessa più di tutto è scrivere, dire tutto quello che ho da dire, con passione; non potrei fare altrimenti. Ci ho messo gli anni a mettere giù Viaggio al termine della notte. Ma ce ne vorranno forse cinque di anni per scrivere il libro che ho cominciato. Voglio che sia come una cattedrale gotica. Ci saranno buoni e cattivi, assassini, massoni, come viene in principio, finché tutto prenderà ordine, se ne avrò la forza, come in una cattedrale. [...] Il mio stile? Se lo abbasso al livello famigliare e volgare, è perché è così che lo voglio.
il linguaggio di Céline, frutto quindi di pazientissimo lavoro, è forte, impattante, tutt'altro che evocativo, presente e potente. un linguaggio parlato, immediato, senza sconti, spesso esclamativo e sospeso, violento e inesorabile. il suo grido è spesso di valore sociale, è in difesa dell'umanità debole, oppressa e muta, e intrisa d'odio verso quella agiata, egoista e marcia, cinica e faccendiera. si c'è l'odio in Céline, mai celato, sfacciatamente espresso, come ci sono la paura, il terrore, il pisciarsi addosso per l'orrore.
La paura non dice né si né no. Prende tutto quel che si dice la paura, tutto quel che si pensa, tutto.
Céline aveva vissuto le esperienze più drammatiche: la Grande Guerra e le trincee delle Fiandre, la vita grama dell'Africa coloniale, l'isolamento di New York , le catene di montaggio della Ford a Detroit, la vita di Parigi fatta di incontri con una piccola umanità meschina e desolata, la povertà più spinta della gente che curava, Louis Ferdinad Céline era un medico.
c'è tutto l'immaginabile del vissuto umano, c'è una rivoluzione assoluta, c'è l'uomo, al termine della notte, così com'è.

La grande sconfitta, in tutto, è dimenticare, e soprattutto quel che ti ha fatto crepare, e crepare 
senza capire mai fino a qual punto gli uomini sono carogne.
Quando saremo sull'orlo del precipizio dovremo mica fare i furbi noialtri, ma non bisognerà 
nemmeno dimenticare, bisognerà raccontare tutto senza cambiare una parola, di quel che si è 
visto di più schifoso negli uomini e poi tirar le cuoia e poi sprofondare.
Come lavoro, ce n'è per una vita intera.

lunedì 11 giugno 2012

osservare lì dove gli altri sanno solo vedere

Su un  bell'articolo di "laLettura", inserto colto del Corriere della Sera, mi sono ritovata tra le foto di Barnack, Cartier- Bresson e Rodcenko scattate con la Leica, mitica, prima macchina fotografica compatta della storia.
 BISOGNA PENSARE PRIMA DI SCATTARE UNA FOTOGRAFIA E DOPO AVERLA SCATTATA, NON DURANTE. IL SUCCESSO DIPENDE DAL LIVELLO DELLA CULTURA PERSONALE, DAL PROPRIO INSIEME DI VALORI, DALLA BRILLANTEZZA DELLA PROPRIA MENTE E DALLA PROPRIA VIVACITÀ. BISOGNA EVITARE A TUTTI COSTI CIÒ CHE È ARTIFICIALMENTE COMBINATO, IL CONTRARIO DELLA VITA... 
HENRI CARTIER-BRESSON

Henri Cartier-Bresson - Granada, 1933


Alfred Eisenstadt - the kiss


Alexander Rodchenko- ragazza con Leica

Oskar Barnack - alluvione a Wetzlar


credo si sia trattato di una rivoluzione, il segno di un cambiamento epocale, una svolta per il fotogiornalismo, dall'ingombro delle antiche camere alla maneggevolezza della prima compatta. da lì Cartier-Bresson prese il volo e molti altri con lui. 
leggo sull'articolo una curiosità divertente. che i rullini fotografici contengano 36 fotogrammi nasce da una questione estratta dalla normalità intima e quotidiana: Oskar Barnack, l'inventore, per tagliare la pellicola e avvolgerla nei primi caricatori aveva usato come unità di misura la distanza tra le sue braccia aperte. trentasei fotogrammi, appunto.

“La mia Leica è letteralmente il prolungamento del mio occhio ... il modo in cui la tengo in mano, stretta sulla fronte, il suo segno quando sposto lo sguardo da una parte all’altra, mi da l’impressione di essere un arbitro in una partita che mi si svolge davanti agli occhi, di cui coglierò l’atmosfera al centesimo di secondo”.

HENRI CARTIER-BRESSON

domenica 24 ottobre 2010

Il grande sogno

o forse la grande contraddizione.
questo ho visto in questo film italiano.
apprezzo molto l'impegno narrativo e a volte anche l'innegabile buona riuscita della filmografia italiana. "l'uomo che verrà" è un capolavoro.
questo film certamente no, ma si sforza di parlare. non ha una voce stentorea, non ti incatena con tono autorevole, sussurra solo un racconto autobiografico.
regia di Michele Placido con Riccardo Scamarcio, Jasmine Trinca, Luca Argentero, Massimo Popolizio.
e altri. di Placido ho amato Romanzo Criminale, che scandagliava la recente storia sociale italiana ma la cui forza espressiva era molto più convincente di quest'ultima produzione.
68, lotta studentesca. lei è una giovane cattolica universitaria, facoltà di fisica, alle prese con la sua estrazione borghese, lui è un giovane studente lavoratore alle prese con la rivoluzione, l'altro un poliziotto alle prese con la passione per il teatro.
lei è lucidamente intelligente, lui e l'altro certamente meno.
lei è riflessiva e parla con la sua voce, sempre, lui è più propagandistico e indottrinato, l'altro parla il linguaggio scarno della terra e, a volte, con l'intonazione della passione.
la contraddizione, oltre al sogno, regna su tutti, prima di tutto su chi abbraccia l'idea esaltante del cambiamento rivoluzionario ma proviene dalla più benestante borghesia italiana anni 60 - e anche in manifestazione veste abiti di sartoria e scarpe gucci- e si trova manganellato a sangue da celerini di indubbia provenienza proletaria. è un gioco delle parti nella ricerca di una nuova identità sociale.
come lo è quello amoroso. chi più sente e ci da di cuore, alla fine viene eliminato dal gioco del desiderio, una contraddizione che non trova una spiegazione, se non nella paura che ti fa scegliere chi ti somiglia e non chi ti scopre e accende come un falò. gioco delle parti.
nel tempo del soverchiamento dei ruoli sociali, almeno sperati, l'amore si piega alle paure di sempre, l'amore rimane una rivoluzione per pochi.
le contraddizioni non ce le risolviamo, il meglio che possiamo fare è di viverci dentro senza scordarci che ambigui ambivalenti e conflittuali lo siamo tutti.
forse questo è il limite del socialismo reale, diciamo così, il conflitto, di classe e non, non sa risolversi e non si può eliminare. le differenze sono inestinguibili e necessarie al vivere, sociale e non.

tornando faceti, ma anche serissimi, la cosa bella, vero motivo per cui scrivo il post, è il finale.
Finale 1.
dalla fecondazione di tanta passione tra lei lui e l'altro, per la politica, per l'amore, per la lotta, per la rivoluzione, nascerà, nella primavera del '69, una creatura che si chiamerà...ROSSA.
c'è un errore anagrafico, ma poco importa: quella nascita è la mia.

Finale 2.
il film si chiude con una bella canzone, di Placido e Piovani, cantata da Giorgia.
canzone che vuole sapere di datato e nostalgico, e forse proprio lo è.
parla di un sogno, di rosse ferite, del tempo in cui il desiderio di nuovo e di meglio e di bene aveva, al contrario di oggi, la forza di gridare.

giovedì 13 novembre 2008

voglio una vita...da Ulrike Meinhof



"Una pietra lanciata contro una vetrina è un atto criminale, mille pietre sono un’azione politica". così scrive Ulrike Meinhof, giornalista borghese progressista della Germania fine anni 60, fondatrice, insieme a Andreas Baader della RAF (Rote Armee Fraktion), in particolare della banda Baader-Meinhof.
quasta è storia.
ma non ve la racconto la storia. andate a vedervi il film. andate. c'è da capire da pensare da imparare da emozionarsi e rimanere attoniti.




si sono affascinata, lo ammetto.
Ulrike mi affascina. lucida, ideologa rivoluzionaria, solida, strutturata nel pensiero. è lei che dirige il gruppo, è lei che lo tiene insieme con la forza dell'idea politica dominante, fanatica distruttiva, ma dominante. Baader sembra solo un borderline sociopatico, difficile da tenere a bada, elemento necessario alla strutturazione della lotta armata ma non della sua ispirazione politica e ideologica. la sua ribellione alle regole viene semplicemente deviata dalla deliquenza comune e incanalata in quella politica sovversiva, fortemente influenzato da Gudrun Ensslin, la sua donna, l'anima anarchica femminile autentica del gruppo.
ma il pensiero è di Ulrike, è lei che pensa, è lei che ipotizza, è lei che costruisce, è lei che elabora il manifesto programmatico del gruppo armato. non sembra convinta dall'inizio della necessità di una svolta dalla lotta persuasiva della parola a quella definitiva degli atti dinamitardi nei luoghi del potere.
ma la svolta c'è, arriva, repentina, improvvisa, istintiva, in una frazione di secondo: dopo un istante di riflessione, salta fisicamente e politicamente la finestra, la barricata da dove poco prima era fuggito Andreas Baader, in una delle prime azioni di lotta della banda.
la giornalista è diventata una terrorista.
"Opposizione è quando dico: questo non va bene per me. Resistenza è quando mi assicuro che ciò che non va bene per me non accada mai più."
erano anni impressionanti quelli. c'era tutto in subbuglio. nel mondo la guerra era accesa, Vietnam, Cambogia, Palestina. finisce la primavera di Praga. morivano Bob Kennedy e Martin Luther King, nell'america fanatica che temiamo anche oggi. nel '67 viene ucciso Che Guevara. il terreno dell'Europa era smosso, sovvertito, dai movimenti politici studenteschi. la baader meinhof era un'evoluzione inevitabile. era una scheggia mobile attiva incontrollabile che nasceva, di fatto, dal pensiero che animava milioni di persone. e Ulrike, insieme ai suoi compagni, ha incarnato, fino a morirne, l'ideologia folle e fantastica di sovvertire le sorti di un mondo sbagliato.
“Noi abbiamo imparato che continuare a parlare, senza agire, è un errore”.
"Buttiamo bombe nella coscienza delle masse. Coloro che sono oppressi lo sanno, ma reprimono questa consapevolezza perchè si identificano con i loro oppressori fino a quando li ritengono invincibili."
poi, si sa, storicamente inevitabile, il tracollo. i primi arresti, le uccisioni, lo smembramento della prima generazione della Raf. si aprono le porte del carcere di Stammheim per Baader, Meinhof e gli altri e si apre la seconda, drammatica parte della storia. è la discesa agli inferi della banda, la disperazione della detenzione in isolamento, il lento spaventoso deterioramento psico-fisico dei detenuti, il suicidio della Meinhof e le morti sospette, un suicidio collettivo improbabile, degli altri detenuti la notte del fallimento della loro liberazione da parte della RAF attiva all'esterno, nell'alternanza dei processi e dell’attività politica che, malgrado tutto, continuava dietro le sbarre.
c'è dolore nel film. molto dolore. si percepisce che, se gli anni sessanta furono quelli dell'utopia del rinnovamento e dei movimenti, gli anni settanta furono quelli del dolore e del rimpianto. furono la strana normalità di una generazione scesa in piazza per alimentarsi della libertà come violenza, saltando da una finestra in un un'illusione rivoluzionaria, nell’utopia della distruzione del male e del suo potere salvifico sul mondo.
la morte-assasinio-suicidio fa immaginare l'orrore dell'omicidio di stato.
ma fa anche sognare la morte volontaria, libera, senza catene di chi percepisce la fine della propria illusione, condannato a morte dal proprio delirio.
forse è una tragedia che ancora ci riguarda.


INTERVISTA A ULRIKE MEINHOF
sull'educazione dei figli, sulla posizione della donna nella società. poco prima di entrare in clandestinità.
"il privato è politica, l'educazione dei figli è politica, le relazioni umane sono politica perchè mostrano se l'individuo è libero o oppresso, se può agire in modo consapevole o no, se può agire liberamente o no".
http://www.youtube.com/watch?v=k7jEk_f04pE