bianco e nero

come una foto. in bianco e nero. nessuna concessione al colore, alla spettacolarita', ai nuovi barbari. bianco e nero colori vividi dell'essenziale, solo l'autenticita' della forma. della sostanza. l'occhio vede e non si inganna.
"questo e' il mio segreto.
veramente semplice.
si vede bene solo con il cuore.
L'essenziale e' invisibile agli occhi."
Il piccolo principe. A.d.S-E.

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sabato 13 gennaio 2018

il sindaco del rione sanità

erano tutti molto presi.
come me.
la platea era assolutamente rapita e dentro la commedia.
nessuno, dico nessuno, più si muoveva, nessuno, e dico nessuno, guardava i cellulari.
segno distintivo di una platea che si annoia (oltre che maleducata, ci si può pure annoiare annoiandosi fermi) è la costellazione di luci emanati dai dispositivi durante gli spettacoli, o i concerti.
molti, a volte moltissimi.
lo si potrebbe adottare come metodo di rilevamento del gradimento, del livello di coinvolgimento.
ma questa volta ne sono certa: tutti erano là, in scena, in quel mondo.
il mondo è quello de Il sindaco del rione sanità, testo di Eduardo De Filippo, regia di Mario Martone, Teatro Piccolo Grassi di Milano.
lo spettacolo è sorprendente, coinvolgente, commuovente. potrei dire bello, senza sembrare banale.
il testo è strepitoso.
la scelta registica è moderna, attuale, apprezzabile.
di spettacoli ne vedo a bizzeffe, non so quante volte sono andata a teatro dall'inizio della stagione.
martedì ero al Parenti a vedere una boiata, Sorelle Materassi.
una rappresentazione scenica imbarazzante.
un susseguirsi di luoghi comuni, il buon Palazzeschi ridotto a una macchietta.
mi sono addormentata, eppure era in primissima serata, eppure vengo da una lunga vacanza riposante, non me lo spiego se non che la noia, e forse il disgusto, mi hanno proprio fatto chiudere gli occhi.
invece, la potenza del teatro, del buon teatro, è la sua enorme forza trainante.
è quell'entrare in sala con i propri pensieri e trovarsi, dato il tempo necessario per un abbandono, altrove.
in un completo altrove.
sappiamo che è finto, eppure è straordinariamente vero.
è l'umanità del teatro, è la sua verità: permettermi di credere.
Antonio Barracano può dare la vita per rimanere coerente alla sua personalissima etica.
Antonio Barracano, dopo avermi fatto vedere cosa pensa del mondo, decide che è ora di smettere di girare a vuoto, forse finalmente libero dal quel giro di vento.
e io, ieri sera, ci ho creduto.

giovedì 3 marzo 2016

la morte di Danton

mi sono indubbiamente ritrovata, ateatro, tra le note immagini cinematografiche di Noi credevamo e de Il Giovane Favoloso.
l'impronta di Martone è inconfondibile.
la storia è il luogo della sua scena. al cinema come a teatro.
scena che si svolge tra spazi che si aprono e si chiudono mossi e separati da tendaggi rossi, scena che va ben oltre il palcoscenico tra la platea e la galleria, il popolo di Danton siamo noi.
si sente il rumore sinistro e spaventoso della ghigliottina che scende vorticosa al suo traguardo. 
gli attori gesticolano molto, le mani si muovono vorticose a sottolineare le parole, hanno le pose della propaganda, della messa in scena del potere, del comizio, dell'arringa in tribunale, della sentenza.
il movimento di scena è molto ampio, è spazioso, arioso, sembra in effetti di essere al cinema, Martone amplifica il teatro, lo allarga, lo espande, con la concitazione di scene di gruppo che hanno la potenza della fisicità, della voce, del movimento, dello sguardo.
gli attori sono tanti, direi che una massa di uomini e donne si muove sulla scena.
anche questo è un evento, si, direi un evento teatrale.
abituati da tempo a un teatro minimale, stilizzato, negli allestimenti e nei personaggi, qui siamo nella pienezza, nella moltitudine, nel corpo scenico.
non mi capitava da anni, o forse mai, di vedere una tale quantità di personaggi a teatro, l'effetto è veramente poderoso, a tratti sembra di assistere davvero a quacosa che sta accadendo in quel momento. il mondo è tutto ciò che accade.
il personaggio più interessante è quello di Robespierre e il suo interprete è molto convincente, Paolo Pierobon.
il personaggio più accattivante è quello di Danton e il suo interprete è molto bravo, Giuseppe Battiston.
due personaggi e due attori diversi, due versioni del mondo e della recitazione diverse, e, proprio per questo, che bei momenti di vita e di arte, ieri, al Piccolo Teatro di Milano.
il testo è ricchissimo, lo cerco disperatamente sul web e non trovo nemmeno una riga, vorrei riportarlo, così carico di dramma e di storia, di parole piene e vigorose, di testimonianza dell'epoca del terrore, della paranoia erudita di Robespierre, dell'intelligenza gogliardica di Danton.
emerge la megalomania messianica di Robespierre, che si declamava uomo virtuoso, incorruttibile, inflessibile, chiamato a creare uno «Stato della virtù»: doveva rigenerare completamente il mondo, formando un nuovo popolo. «Noi — scriveva — vogliamo un ordine di cose in cui tutte le passioni basse e crudeli sono incatenate, e tutte le passioni generose e benefiche sono risvegliate dalle leggi. Noi vogliamo sostituire la morale all’egoismo, la probità all’onore, i princìpi agli usi, l’impero della ragione alla tirannide della moda, tutte le virtù e tutti i miracoli della Repubblica a tutti i vizi e al ridicolo della monarchia».
si delinea, contrapposta, la stanchezza di Danton, abbandonata la foga omicida della rivoluzione, lontano dal manicheismo giacobino di Robespierre e dall'idea che il terrore sia giustizia, pronta, severa, inflessibile giustizia, la disillusione della praticabilità di una rivoluzione permanente che cerca conforto nel godimento e nei piaceri l’unica soluzione alla limitatezza della della conoscenza delle cose e degli uomini: “Conoscersi? Dovremmo scoperchiarci il cranio e strapparci vicendevolmente i pensieri dalle fibre del cervello”.
incapace di distinguere tra dissenso e tradimento, il Robespierre di Paolo Pierobon è già febbricitante, austero, quasi monacale, in preda alle sue paranoie complottiste e ai suoi deliri sul regime assoluto della Verità e della Virtù, ormai vittima condannata dalla storia il Danton di Battiston non può liberarsi dalle maglie del delirio dell'antico compagno, l'onda forte e ancora inarrestabile di una rivoluzione che avrebbe voluto trasformare in ipotesi politica lo travolge, progressivamente sfatto e trasandato, al suo terrore finale.

splendido spettacolo teatrale.
onore a Büchner, onore a Martone.

venerdì 31 ottobre 2014

il giovane favoloso (II)

non è un capolavoro il film di Mario Martone, ma lo è Leopardi. e io lo ringrazio, Martone, di questo regalo che mi ha fatto, comunque.
il film non è del tutto riuscito, si sfalda via facendo dopo un inizio strepitoso, o favoloso che dir si voglia.
la narrazione della giovinezza di Leopardi a Recanati è entusiasmante, la conoscenza del poeta è esaltante, l'incontro con la sua poesia, la sua passione, la sua rivolta è commovente.

tutto quel che segue, soprattutto l'ultima parte, la permanenza a Napoli, è ormai noiosa, ma il finale vesuviano con la sua ginestra è nuovamente convincente.
mi è piaciuto tanto Elio Germano, quanto mi piace quel ragazzo e quanto somiglia a mio fratello!, quel suo esserci senza recitare. per me lui è Leopardi, è diventato Leopardi, con le sue espressioni, il suo godere del sole sulla faccia, dello spazio intorno, del gelato in bocca, dei dolci napoletani, della compagnia degli altri, la schiena curva sui libri e sulle lettere, lo sguardo veloce e furtivo sulla bellezza. e a quel Leopardi penso ancora, lo penso, lo ricordo, lo immagino, mi ha presa, ha colto qualcosa in me. 
finalmente mi sono liberata, come molti, forse tutti, dello stereotipo leopardiano e ho notato qualcosa di diverso, di sorprendente, di inaspettato. mi sono ritrovata partecipe alle fughe dalla prigione del padre, alla ribellione allo statuto familiare e sociale opprimente e soffocante, alla rivoluzione passionale di uno spirito piegato dalla malattia ma non nello spirito. che cuore indomito!
"Non mi parli di Recanati", scrive a Giordani, suo maestro e fonte di immensa speranza di evasione, "m’è tanto cara da somministrarmi idee per un trattato d’odio per la patria".
il film si dipana per blocchi e alcuni passaggi sono inspiegabili e alcune lungaggini sono disturbanti. quel che rimane, indimenticabile, è la natura di Leopardi, il suo ragionare sulla vita e l'infelicità, la sua filosofia che si ostina a volere spiegare la disperazione che appartiene alla vita di tutti, universalmente (indipendentemente dalla malattia), la sua rabbia e la sua ribellione, la sua poetica. in questo il film regala qualcosa di miracoloso, un dono misterioso, la poetica che racconta il dolore senza mai essere depresso. 

questa è la bellezza del film, il recupero di una figura statuaria e altissima della nostra letteratura ma sempre lontana, distante, sempre  presentata come una piaga insostenibile, una rottura tremenda. e invece no, ecco Leopardi raccontare la sua visione della vita, che non si salva né con la fede né con la ragione (caso mai con l'amore e quanto ne declama l'esigenza) senza mai essere depresso. Leopardi è vivo, pulsante, pensante, appassionato, vivace, curioso del mondo, delle cose e della vita. è vivo più che mai. ed ecco che la mia adesione è totale e penso che così dovrebbero raccontarcelo a scuola e farcelo amare. ed Elio Germano è capace di passarmi tutta questa preziosità declamando l'Infinito senza recitarlo, raccontandomelo e facendomi rabbrividire, facendomi guardare, in altri versi, la sua Silvia con gli occhi di un ragazzo innamorato e schivo. 
dovrebbe sempre essere così, che qualcuno ci racconti la storia con autenticità e amore, con conoscenza e bellezza, scevra da pregiudizi, tramandati e mai rivisti con secolare stanchezza scolastica, da visioni ottuse senza spirito critico.
resta dunque un film importante, molto importante, per me, per la scuola, per i giovani e chi insegna loro. meravigliose le scene sulla "vile prudenza" del padre e della madre, della Recanati dolce ma noiosa e sepolcrale, dell'ermo colle, e questa siepe, che da tanta parte dell'ultimo orizzonte il guardo esclude.

Sovente in queste rive,
Che, desolate, a bruno
Veste il flutto indurato, e par che ondeggi,
Seggo la notte; e sulla mesta landa.
In purissimo azzurro
Veggo dall'alto fiammeggiar le stelle,
Cui di lontan fa specchio
Il mare, e tutto di scintille in giro
Per lo vòto Seren brillar il mondo.
E poi che gli occhi a quelle luci appunto,
Ch'a lor sembrano un punto,
E sono immense, in guisa
Che un punto a petto a lor son terra e mare
Veracemente; a cui
L'uomo non pur, ma questo
Globo ove l'uomo è nulla,
Sconosciuto è del tutto; e quando miro
Quegli ancor più senz'alcun fin remoti
Nodi quasi di stelle,
Ch'a noi paion qual nebbia, a cui non l'uomo
E non la terra sol, ma tutte in uno,
Del numero infinite e della mole,
Con l'aureo sole insiem, le nostre stelle
O sono ignote, o così paion come
Essi alla terra, un punto Di luce nebulosa; al pensier mio
Che sembri allora, o prole
Dell'uomo?

 (La Ginestra)