bianco e nero

come una foto. in bianco e nero. nessuna concessione al colore, alla spettacolarita', ai nuovi barbari. bianco e nero colori vividi dell'essenziale, solo l'autenticita' della forma. della sostanza. l'occhio vede e non si inganna.
"questo e' il mio segreto.
veramente semplice.
si vede bene solo con il cuore.
L'essenziale e' invisibile agli occhi."
Il piccolo principe. A.d.S-E.

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venerdì 15 dicembre 2017

a proposito di incipit, Diceria dell'Untore: le materne mucose delle lenzuola

O quando tutte le notti – per pigrizia, per avarizia – ritornavo a sognare lo stesso sogno: una strada color cenere, piatta, che scorre con andamento di fiume fra due muri più alti della statura di un uomo; poi si rompe strapiomba nel vuoto. Qui sporgendomi da una balconata di tufo, non trapela rumore o barlume, ma mi sorprende un ribrezzo di pozzo, e con esso l’estasi che solo un irrisorio pedaggio rimanga a separarmi…da che? Non mi stancavo di domandarmelo, senza però che bastasse l’impazienza a svegliarmi; bensì in uno stato di sdoppiata vitalità, sempre più rattratto entro le materne mucose delle lenzuola, e non per questo meno slegato ed elastico, cominciavo a calarmi di grotta in grotta, avendo per appiglio nient’altro che viluppi di malerba e schegge, fino al fondo dell’imbuto, dove, fra macerie di latomia, confusamente crescevano alberi (degli alberi non riuscivo a sognare che i nomi, ho imparato solo più tardi a incorporare nei nomi le forme.

Gaesualdo Bufalino
Diceria dell'untore (incipit)

non potrò mai ringraziare abbastanza, e non saprei come, Luigi Lo Cascio per una serata, al Franco Parenti, indimenticabile, irripetibile, sensazionale, garbatissima e al contempo stravolgente, sulla poesia siciliana.
Lo Cascio è un personaggio amabile, capace e umile, talentuoso e timido, attraente e impacciato.
è una delizia.
e le poesie che ha letto mi hanno devastata.
quelle in siciliano sono state una melodia di bellezza e di sonorità dolcissime.
Bufalino scrive come un genio, ecco finalmente un incipit.
Angela Bonanno mi fa tremare di tenerezza.
Angelio Maria Ripellino mi stordisce con le sue parole... Verdi trecce di capelli piovosi si spandono Su questa lunga domenica vegetaliforme, su questo celtico intreccio di rovesci e spruzzaglie.
e altri ne verrano dalla mia luga pagina di appunti (presa al buio...).

sabato 24 gennaio 2015

Otello

parla in siciliano, stretto, questo Otello di Luigi Lo Cascio.
parlano siciliano, stretto, anche Iago e e il soldato narratore (invenzione di questa sceneggiatura).
parla rigorosamente italiano, Desdemona.
e già qui c'è una presa di posizione che mi piace moltissimo.
una metafora che dice che il linguaggio delle donne è differente, profondamente differente.
la donna è l'alterità misteriosa e inavvicinabile che parla un'altra lingua.
e tutta la tragedia va in questa direzione, le differenze tra uomo e donna, la differenza della parola dell'uomo e della parola della donna.
diceva Calvino che i testi diventano dei classici quando sono inesauribili. è così per tutta l'opera del Bardo, a ogni rilettura una nuova chiave di interpretazione è possibile, inesauribile.
all'inizio è dura, caspita, 'sto siciliano è ostico. quando parla Lo Cascio, che interpreta  magistralmente il male, Iago, si capisce poco, emergono solo alcune parole, il discorso si perde. ma le parole, quelle che intendi, restano. sedimentano, lasciano il segno.
è una scelta geniale questo siciliano duro e materico, in bocca agli uomini, e questo italiano, fluido e gentile, in bocca alla donna.
uno è all'attacco spavaldo della fortezza, femminile, l'altro è in difesa della sua posizione, relazionale e affettiva. per gli esseri parlanti l’incontro con l’Altro sesso è sempre problematico e il malinteso strutturale dei sessi nasce proprio dal linguaggio, c’è una differenza costitutiva fondamentale, differenza spesso impossibile da sopportare.
si parte dalla tragedia già compiuta e si ripercorre la sua costruzione, la sua lenta inesorabile solidificazione.  il palco è vuoto, in sostanza, è scarnificato, pochi oggetti lo animano, alcune riprese in bianco e nero, psichedeliche e dure, granitiche e a tratti spaventose, lo sottolinenano, così, senza materia se non quella del pensiero, e della parola.




Desdemona muore quasi senza difendersi, Otello uccide amando.
lei difende non la sua vita, che è disposta a perdere, ma il suo amore, il suo ideale d'amore, il suo desiderio d'amore.
lui uccide, pazzo, completamente pazzo, impossibilitato a cogliere l'interezza dell'altra, di possederla completamente. non si può possedere il battito di ciglia di una donna, il suo mistero, che fa impazzire l'uomo. andrebbe rispettato, con benevolenza, con rispettosa distanza. la natura della donna, la sua disposizione all'amore, all'Altro, è quel che l'uomo, che la riceve, non sa accogliere, ma che vuole fare propria, in un delirio di possedimento totale, che passa dal corpo ma dal corpo non arriva mai. l’Uomo non riesce ad abdicare al proprio trono selvaggio.
tanto meno con la morte, non c'è modo più definitivo di perderla quell'alterità, quella differenza.
e riemergono alla memoria tutti i casi di cronaca in cui lei resiste all'idea dell'amore che avrebbe voluto, e non cerca riparo, non protegge se stessa, non fugge lontano. e lui distrugge quel che non potrà mai colonizzare, quel mai potrà riavere, la cosa primaria, l'amore assoluto, irripetibile, della madre.
la violenza, l’odio, il disprezzo si palesano ogni volta che la donna non si fa trovare là dove un uomo la posiziona, dove avrebbe voluto che fosse per divorarla. si assiste a un paradosso più la donna, e la sua parola, avanzano, e più l’uomo perde la sua identità e la perseguita “o mia o di nessun altro".
Otello e Desdemona.

me lo dai, il fazzoletto, per favore?
quello che io ti diedi
come pegno d'amore.
non voglio questo, no.
non è la stessa cosa.
il fazzoletto che ora ti domando
nella sua trama è intriso di magia.
la seta proviene dai vermi sacri
di una sibilla antica e posseduta
da gran furore mentre lo tesseva.
il rosso adoperato
per tingere il ricamo
è quel colore pallido spremuto
dal cuore imbalsamato
di femmine illibate
che morte catturò prima del tempo.
non voglio un fazzoletto senza storia.
voglio quello che mi lasciò mia madre.
la maga dell'Egitto
a lei lo aveva dato
per fare al loro amore un sortilegui.
potente era la naga fattucchiera:
sapeva indovinare ogni pensiero,
leggeva ogni destino nelle mani
ed era a conoscenza del segreto
per muovere le stelle a suo piacere.
mentre la maga dava il fazzoletto
 con voce dell'abisso insiene disse
proprio dentro le orecchie di mia madre:
"fino a quando conservi il fazzoletto
la tua bellezza resta sempre incanto
che tiene stretto l'uomo alla catena.
ma se poi tu lo perdi per sventura
o se te ne sbarazzi o lo regali,
la luce negli occhi di tuo marito
si spegne in un attimo e arriva il tempo
insieme di disprezzo e indifferenza,
e della caccia muove fantasie
per tutte le altre femmine del mondo".
...
ora che son vere le parole,
conserva con gran cura questo dono,
chè se lo perdi è gran maledizione
che intossica e avvelena amore e vita.
(dal copione dello spettacolo)

Otello di Luigi Lo Cascio liberamente tratto da William Shakespeare. Regia di Luigi Lo Cascio. Scenografia, costumi, animazioni Nicola Console e Alice Mangano. Musiche di Andrea Rocca. Luci di Pasquale Mari. Interpreti: Vincenzo Pirrotta, Luigi Lo Cascio, Valentina Cenni, Giovanni Calcagno. Produzione Teatro Stabile di Catania- ERT Emilia Romagna Teatro Fondazione. Foto di scena di Antonio Parrinello.  In scena al Piccolo Teatro di Milano.