bianco e nero

come una foto. in bianco e nero. nessuna concessione al colore, alla spettacolarita', ai nuovi barbari. bianco e nero colori vividi dell'essenziale, solo l'autenticita' della forma. della sostanza. l'occhio vede e non si inganna.
"questo e' il mio segreto.
veramente semplice.
si vede bene solo con il cuore.
L'essenziale e' invisibile agli occhi."
Il piccolo principe. A.d.S-E.

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martedì 27 agosto 2019

Alice in wonderland Day

qui è tutto Alice, la mia adorata Alice nel suo paese delle meraviglie. questo. 
vedo campi di croquet, violette e panse' degne del giardino di un re, casette del coniglio bianco (bianche e con il tetto di paglia), a breve arriveranno le guardie della della regina o per tagliarmi la testa o per dipingere le rose bianche di rosso.
la mia testa canta le canzoni della mia infanzia, mi piace stare qui. 

martedì 6 maggio 2014

Rebecca Dautremer

Feltrinelli di Piazza Gae Aulenti. e scopro Rebecca Dautremer.
non cosa cosa sia più bello, la piazza, la Feltrinelli risto-libreria o i libri.
scherzo, certamente i libri e i disegni di questa autrice mozzafiato.

guardavo l'ambiente di questa Feltrinelli, una sorpresa!, i tavoli, le scritte sui muri, i banconi del bar e del ristorante, gli espositori dei libri, la gente che beve, la gente che mangia, la gente che legge, la gente che scrive, e lo vedo, lo scaffale delle fiabe per bambini, e poi ancora eccolo lì, il Cyrano, illustrato da Rebecca Dautremer.
dautremer, da un altro mare, penso, così, da un altro mondo, realmente un altro mondo. la realtà di un mondo diverso.
lo sfoglio, il Cyrano, e rimango pietrificata dalla sorpresa.
ambientato in Giappone, le immagini sono strabilianti, sono poesia e narrazione, sono bellezza e fantasia.
sono sufficienti a se stesse, contengono in sè tutto quello si deve sapere, che si può sapere, che si immagina di sapere.







secondo me c'è tutto, il naso di Cyrano, la bellezza di Rossana, la poesia e anche di più. l'infinito.
che talento si può avere in dono dalla vita?

sale lo sguardo e la vedo, Alice, nel suo paese delle meraviglie.
qui rischiamo grosso, Alice è la mia fantasia infantile dominante, è la mia fiaba, è, anche figurativamente, l'immaginario più solidificato, più radicato, impigliato in me.
eppure, ci siamo, ci siamo anche qui.
riesco perfino, grazie a queste mani prodigiose che hanno disegnato, a questi colori, a queste forme, a immaginare Alice diversa da sempre, collocata in un altro paese, in un altro Mondo Altro, meraviglioso, comunque.











la bellezza del sogno, del sogno infantile, ora adulto, è confortante per me.
guardo queste immagini e penso che la bellezza è possibile, la bellezza delle immagini, la potenza del creare.
Alice, dai tratti orientali e meno bamboleggiante che nelle raffigurazioni classiche con il grembiulino, non segue i canoni della rappresentazione classica che la vede bionda con lunghi capelli, e anche gli altri personaggi seguono un percorso affine e, attraverso la mano dell'artista, si trasformano in figure mai viste prima. l'aspetto più innovativo del lavoro della Dautremer, però, è nella scelta della localizzazione temporale, dell'ambiente naturale. la Dautremer rompe la tradizione di Sir John Tenniel, che per primo ha dato un volto ad Alice dopo Carroll, e di tutti gli illustratori di Alice dopo di lui.
questa, per me, è sempre stata Alice, a parte la rappresentazione stereotipata di Walt Disney e quella, sopra ogni altre e per me primigenia, delle Fiabe Sonore pubblicate dalla Fabbri, a puntate, con il piccolo 45 giri all'interno, per seguire, ascoltando,  la narrazione scritta sulla grande rivista rettangolare. 
questa è la mia vita, la mia impronta, questa è la mia infanzia.

bene, ora, con la Dautremer, l'avventura di Alice si svolge in una località balneare: marittima, lacustre e palustre. l'aria non è fatata, non ha necessariamente i colori dell'infanzia, il gioco con la voce in falsetto, è grigia e nebbiosa negli esterni, molto colorata e brillante negli interni. i personaggi sono delineati da un'aria malinconica, triste e pensosa. come pensosa e assonnata è Alice sul suo sofà, sta per sognare, sta per viaggiare: il Paese delle meraviglie della Dautremer è il prodotto di un sogno.
sono contenta di averla vista, la mia Alice, così trasportata altrove, in un altrove così ricco e iperbolico, così fantasioso e alternativo, dagli orizzonti infiniti mai finiti,  è come averla conosciuta una seconda volta.
quel libro sarà mio. è mio di diritto. come la corona per un re.

giovedì 11 luglio 2013

il dono ingenetliaco di Unto Dunto

stiamo parlando, qui ed ora, della più bella fiaba mai scritta, Alice nel paese delle Meraviglie.
nel caso specifico stiamo navigando in Attraverso lo specchio e quel che Alice vi trovò.
il gioco di Lewis Carrol è raffinatissimo, questo dialogo, tra le seccature di Unto Dunto (Humpy Dumpty) e la superbia di Alice, tra le argomentazioni irritanti e irritate del primo e la logica stretta e ristretta della seconda, è magistrale, divertentissimo e geniale. chi dei due si offende di più per l'ignoranza dell'altro?
la questione è: il dono ingenetliaco e la sua evidente superiorità (anche solo numerica, 364 doni potenziali contro il solo del giorno del compleanno) rispetto a quello genetliaco.
Walt Disney, nel suo film, l'aveva semplificata, affidandola al Cappellaio Matto, la Lepre Marzolina e il Ghiro, celebrandola, appunto, nell'occasione mai paga della festa di NON-compleanno. 
propongo ufficialmente di abolire il genetliaco, di santificare il non-compleanno -adoro il te con i pasticcini e  agogno di passare freneticamente e golosamente da un posto all'altro alla ricerca di una tazza pulita lungo il lunghissimo tavolo addobbato per la festa- e di istituire per legge l'obbligo dei doni ingenetliaci. 
probabilmente perché detesto l'idea che domani sia il mio compleanno. è tardi lo so ma c'è sempre tempo...


...
— È molto seccante, — disse Unto Dunto, dopo un lungo silenzio, guardando da un’altra parte, mentre parlava, — sentirsi dar dell’uovo. Molto, molto seccante!
— Ho detto che rassomigliavate ad un uovo, signore, — spiegò Alice gentilmente. — E alcune uova sono graziosissime, veramente, — ella aggiunse, sperando di fare accettare la sua frase come un complimento.
— Certi, — disse Unto Dunto, sempre guardando, come il solito, da un’altra parte, — non hanno più intelligenza di un fantolino.
Alice non sapeva che rispondere: si disse che quella non era una conversazione, perchè egli non le rivolgeva mai la parola; l’ultima osservazione infatti l’aveva rivolta evidentemente ad un albero. Così ella se ne stette muta, ripetendo dolcemente a sè stessa:

Unto Dunto sedea sul muro
Unto Dunto cascò sul duro;
Tutti i fanti che accorsero tosto
Non sepper alzarlo e rimetterlo a posto.

Quest’ultimo verso è troppo lungo per una poesia; — ella aggiunse, quasi ad alta voce, dimenticando che Unto Dunto la sentiva.
— Non chiacchierare così sola, — le disse Unto Dunto, guardandola per la prima volta, — ma dimmi come ti chiami e che fai.
— Mi chiamo Alice, ma...
— Hai un nome molto sciocco! — la interruppe con impazienza Unto Dunto. — Che cosa significa?
— Forse che un nome deve significare qualche cosa? — domandò Alice dubbiosa.
— Altro che! — disse Unto Dunto con una breve risata: Il mio nome significa la forma che ho io... fra parentesi una forma graziosa e bella. Con un nome come il tuo si può avere qualunque forma o quasi.
— Perchè ve ne state lì seduto solo solo? chiese Alice che non voleva cominciare una discussione.
— Perchè non v’è nessuno con me! — gridò Unto Dunto. — Credevi che non ti sapessi rispondere? Domanda un’altra cosa.
— Non pensate che in terra stareste più sicuro? — Alice continuò; non con l’idea di proporre un altro indovinello, ma semplicemente per simpatia verso la strana creatura. — Lassù dovete stare così scomodo.
— Che facili indovinelli mi dai a indovinare! — brontolo Unto Dunto. — Io no, non la penso così. Ebbene, se mai cadessi... non c’è pericolo...; ma se cadessi... — e qui egli gonfiò le labbra, e prese un aspetto così solenne e maestoso che Alice non potè, per quanto facesse, trattenersi dal ridere. — Se cadessi, — egli continuo, — "Il Re mi ha promesso..." puoi anche diventar pallida, se ti dispiace. Tu non credevi che dovessi dir questo? Il Re mi ha promesso... con la sua stessa bocca... di... di...
— Di mandarvi tutti i suoi fanti, — Alice interruppe, piuttosto imprudentemente.
— Ora io ti dico che sta malissimo, — gridò Unto Dunto, montando improvvisamente in collera. — Tu hai origliato alla porta... e dietro gli alberi... e sotto i camini... se no, non l’avresti saputo.
Ma no, — disse Alice molto umilmente, — c’è in un libro.
— Ah, sì, si scrivono simili cose nel libri? disse Unto Dunto con tono più calmo. — Forse è nella storia. Ora guardami. Io sono uno che ha parlato col Re: forse non vedrai mai un altro, che abbia parlato al Re, e per mostrarti che io non sono orgoglioso, ti permetto di stringermi la mano. (E ghignò quasi da un orecchio all’altro, mentre si sporgeva più che gli era possibile, da quel muro) e stese la mano ad Alice. Ella lo guardava con qualche ansia, mentre la prendeva.
"Se egli sorridesse un po’ più, le estremità della bocca gli si incontrerebbero sulla nuca, ella pensava: — e chi sa che potrebbe accadere alla sua testa. Temo che si spaccherebbe."
— Si, mi manderebbe tutti i suoi fanti, continuò Unto Dunto. — In un minuto mi raccoglierebbero, altro che! Però questa conversazione va troppo rapidamente innanzi, ritorniamo alla penultima osservazione.
— Non credo di ricordarla, — disse Alice con molta cortesia.
— Se è così, cominceremo da capo, — disse Unto Dunto, — ed ora spetta a me scegliere un soggetto. ("Egli parla come se si trattasse di un giuoco," pensava Alice). Ecco una domanda per te. Quanti anni dicevi di avere?
Alice fece un breve calcolo e disse:
— Sette anni e sei mesi.
— Che c’entra? — esclamo Unto Dunto con accento di trionfo. — Tu non avevi mai detto niente di simile.
— Io credevo che voi intendeste: "Quanti anni hai," — spiego Alice.
— Se avessi inteso questo, l’avrei detto, disse Unto Dunto.
Alice, non volendo incominciare un’altra discussione, non disse nulla.
— Sette anni e sei mesi! — ripetè Unto Dunto pensoso. — Un’età molto scomoda. Se tu ti fossi consigliata con me, t’avrei detto: "fermati a sette"... ma ora è troppo tardi.
— Non mi consiglio con nessuno sull’età, disse Alice indignata.
Così orgogliosa sei? — chiese l’altro.
Alice si sentì ancora più indignata a questa domanda.
— Voglio dire che uno non può fare a meno dal crescere.
— Uno forse non può, — disse Unto Dunto, — ma due sì. Efficacemente aiutata, avresti potuto rimanere a sette.
— Che bella cintura che avete! — osservò improvvisamente Alice. (Ne avevano abbastanza sul conto dell’età, ella pensava, e se veramente dovevano scegliere i soggetti a turno, adesso toccava a lei) — cioè, — ella corresse, ripensandoci — una bella cravatta. Avrei dovuto dire... no, una cintura, voglio dire... scusatemi, — essa aggiunse impacciata, perchè Unto Dunto appariva perfettamente offeso, ed ella cominciò a deplorare di aver toccato quell’argomento. — Se soltanto sapessi, — diceva fra sè, — qual è il collo e qual è il petto.
Evidentemente Unto Dunto era irritatissimo, sebbene stesse zitto per uno o due minuti. Quando riparlò, fu con un sordo brontolio.
— È... una cosa molto seccante, — egli disse finalmente, — che una persona non distingua una cravatta da una cintura.
— È per la mia grande ignoranza, — disse Alice, in un tono così umile che Unto Dunto si calmò.
— È una cravatta, e bella, come tu dici. È un dono del Re Bianco e della Regina. Ecco tutto.
— Veramente? — disse Alice, lietissima di aver trovato finalmente un buon argomento.
— Me l’hanno data, — continuò Unto Dunto pensoso, mettendo una gamba a cavalcioni sull’altra e circondando con le mani il ginocchio, me l’hanno data per un dono ingenetliaco.
— Scusatemi... — disse Alice con aria impacciata.
— Tu non m’hai offeso, — disse Unto Dunto.
— Voglio dire, che cosa è un dono ingenetliaco?
— Un dono che ti si offre quando non è il tuo genetliaco, è chiaro.
Alice stette un po’ a pensare.
— Mi piacciono più i doni genetliaci, — finalmente disse.
— Tu non sai quel che ti dici, — gridò Unto Dunto. — Quanti sono i giorni in un anno?
— Trecentosessantacinque.
— E quanti genetliaci hai?
— Uno.
— E se togli uno da trecentosessantacinque, che rimane?
— È semplice: trecentosessantaquattro.
Unto Dunto parve dubbioso.
— Lo vorrei eseguito sulla carta, — egli disse.
Alice non potè fare a meno dal sorridere, mentre cavava il taccuino e faceva per lui la sottrazione:
365
    l
———
364
Unto Dunto prese il libro e guardò attentamente.
— Mi pare esatta... — egli cominciò.
— Lo tenete sottosopra! — interruppe Alice.
— È vero, — disse Unto Dunto allegramente, mentre Alice gli voltava il taccuino, — pensavo appunto che mi sembrava un po’ strano. Dicevo dunque: "Mi sembra esatta..." chè ora non ho il tempo di esaminarla con calma... e questo mostra che vi sono trecentosessantaquattro giorni nei quali ti può essere offerto un dono ingenetliaco.
Certo, — disse Alice.
— E uno solo per i doni genetliaci. Eccoti gloria.
— Io non so che intendiate per "gloria", disse Alice.
Unto Dunto sorrise con aria di compatimento..
— Certo che non lo intendi... se non te lo dico. Eccoti un magnifico trionfale argomento.
— Ma "gloria" non significa un magnifico trionfale argomento, — obiettò Alice.
— Quando io uso una parola, — disse Unto Dunto in tono d’alterigia, — essa significa ciò che appunto voglio che significhi: nè più nè meno.
— Si tratta di sapere, — disse Alice, — se voi potete dare alle parole tanti diversi significati.
— Si tratta di sapere, — disse Unto Dunto, — chi ha da essere il padrone... Questo è tutto.
 ...

lunedì 27 febbraio 2012

falla girare

Falla girare
Jovanotti

Lo sai che apparenze non ingannano
E i cigni dentro all' acqua non si bagnano
Lo sai c'è una febbre che ti fa guarire
E che ci sta un silenzio che si fa sentire
Lo sai che il dna è lungo più dell'equatore
Lo sai che c'è uno spirito anche dentro ad un motore
Lo sai che i grandi mistici hanno braccia forti
E i grandi calciatori c'hanno piedi storti
Lo sai che nella pancia puoi ascoltare i suoni
Lo sai che anche i malvagi fanno gesti buoni
Lo sai che ogni tramonto è l'alba di un vampiro
E che le idee future sono già in giro
Lo sai che proprio adesso un uomo sta morendo
Lo sai che proprio adesso un bimbo sta nascendo
Lo sai che proprio adesso noi stiamo vivendo e qualche cosa
proprio ora ci stiamo scambiando
Falla girare falla girare falla girare così che tutti la possano
vedere
Falla girare falla girare falla girare così che tutti la possano
sentire.

così canta quel bel tipo di Jovanotti, su un cd che mi ascolto in macchina guidando, un bel regalo di un paziente riconoscente.

la faccio spesso quell'autostrada, milano bolzano e ritorno, e ogni volta è un viaggio che mi dice qualcosa.
tornavo dal trentino e andavo verso casa, ieri.
l'anno scorso, stesso periodo, ero sconvolta, mi sono riletta, tornavo per un giorno a Milano dalla montagna per andare a fare un concorso, me la vivevo male, e me lo ricordo molto molto bene.
nel giro di sette giorni avevo scritto 4 post tra creature fatate di neve, roghi in autostrada che ricordavano il mio, foto di cortecce e una splendida visita al Mart di Rovereto. che movimenti di testa e di cuore. che razza di subbuglio ho dentro, a volte. spesso. troppo.
quest'estate era andata un pochino meglio, mi ero dilettata con Umberto Tozzi, che truzzo mai visto, che accozzaglia di parole, che confusione mentale, ma cantavo a squarciagola della sua donna che stira cantando, come non ricordarla.
quest'anno la faccenda è stata molto più tranquilla, fatto salvo che la settimana intera non sono riuscita a farla lo stesso, certe questioni sono geneticamente determinate e ingovernabili, secondo me, non si curano praticamente mai.
come genetica e incurabile è, a volte, la mia dedizione ai bisogni degli altri dimenticando i miei, per poi lamentarmene come tutti quelli che fanno le cose aspettandosi un riconoscimento e non per il gusto di farle e basta. motivo per cui, malata senza speranza, non mi sono fermata al Mart, ove quest'anno fresca fresca, aperta il 25 febbraio, c'è una mostra su ALICE NEL PAESE DELLE MERAVIGLIE, e chi mi conosce  sa della mia attrazione fatale per questa favola di nonsense, specchi, enigmi e porcospini che giocano a croquet conversando con i fenicotteri. ah che mondo..
questo viaggio è stato pressochè sereno e mi dico che, Alice a parte, molte cose sono cambiate e cambiate bene.
non mi sento più su un rogo a lato della strada, non mi sento una strega, posso lavorare, e bene, e posso anche sbagliare, e molto, senza sentirmi morire ogni volta. ancora patisco, ma so passare oltre, senza perderci anni di vita.
mica poco, no?
il lavoro sa dare soddisfazione, finalmente, sa aprire nuove possibilità senza che io abbia il terrore del cambiamento, e sa aggiustare, rettificare, attutire la mia propensione, mortifera, alla perfezione. sono ancora precaria nel mio lavoro, ma è radicalmente cambiato il mio approccio, la mia libertà, la mia capacità di accettare l'imprevisto. pensavo che quando si ha tanta paura dell'imprevedibilità, quando tutto deve essere sotto controllo, quando si insegue il perfezionismo, quando si giudica severamente l'incertezza o scorrettezza degli altri, quello che stiamo facendo è solo di porre un rimedio, di limitare l'inquietudine rispetto alla più grande paura che abbiamo, la cosa più imprevedibile e imprendibile e incontrollabile della nostra vita: la morte. 
non sono guarita, sono solo migliorata...intanto al Mart mi tocca tornarci, per colpa della mia incapacità di tollerare un possibile ritardo, e farmi altre due ore di macchina, per andare, e due per tornare...Alice deve essere mia!

se "falla girare" di Jovanotti mi fa pensare ai punti di vista come una necessità,
"uno sguardo verso il cielo" delle Orme, sullo stesso cd, mi fa pensare alla speranza come un dovere.

Uno Sguardo Verso Il Cielo
Le orme
La gioia di cantare, la voglia di suonare
Il senso di raggiungere quello che non hai
Ecco un altro giorno come ieri,
Aspettare il mattino per ricominciare.
La forza di sorridere, la forza di lottare
La colpa d'esser vivo e non poter cambiare
Come un ramo secco, abbandonato
Che cerca inutilmente di fiorire.
La maschera di un clown in mezzo a un gran deserto
Un fuoco che si spegne, uno sguardo verso il cielo
Uno sguardo verso il cielo, dove il sole è meraviglia
Dove il nulla si fa mondo, dove brilla la tua luce.