così mi dicono.
mi sta bene.
parlo e scrivo.
ma non so recitare...
bianco e nero
come una foto. in bianco e nero. nessuna concessione al colore, alla spettacolarita', ai nuovi barbari. bianco e nero colori vividi dell'essenziale, solo l'autenticita' della forma. della sostanza. l'occhio vede e non si inganna. "questo e' il mio segreto. veramente semplice. si vede bene solo con il cuore. L'essenziale e' invisibile agli occhi." Il piccolo principe. A.d.S-E.
nella mia parrocchia, che non frequento, si terrà, domani, una commemorazione di Fabiano Antoniani.
nella mia testa la questione non è chiara, non ho risposte di nessun genere, qualcosa mi si rivolta contro. non so se è per il suicidio assistito, non so se per il suicidio in genere, per l'eutanasia, non so so se per la morte, non so se per la pratica, il modo, i modi. intuisco vagamente che nella sofferenza possiamo scegliere, e spesso questo è il frutto di un lungo percorso personale, di non resistere più ma di dare spazio a una resa che testimoni la nostra insufficienza di esseri umani. poi, di fronte alla morte, io non so. guardo.
ma, certamente, una cosa la so.
l'unica.
detesto la retorica delle parole, la retorica delle parole sulla morte.
è un cattivo, pessimo, perverso mercato delle parole.
leggo dichiarazioni che mi graffiano perchè strumentalizzano la morte, e quale mancanza di cautela, per pubblicizzare un effetto che con la morte non ha relazione.
la parola libertà. "ora è libero", "ora è uscito dalla gabbia", queste parole sono una maledizione insopportabile.
ora è solo morto. non consiste. non è libero. la parola libertà attiene alla vita.
l'unica possibilità accettabile, ma non verificabile, al di là di dichiarazioni pubblicate sui giornali, gli enunciati non corrispondono necessariamente alla verità del soggetto, è la libertà personale di scegliere se morire e come morire.
ora libero non è.
chi cavalca questa prassi è in cattiva fede, è una pratica bieca affiancare alla morte una condizione di cui possiamo solo scrivere e godere noi, senza nemmeno ben sapere nemmeno in cosa consista, ma che, comunque, siamo vivi.
Lincoln: mio capitano o mio capitano, declamava Walt Whitman nel 1865.
Oh! Capitano, mio Capitano, il tremendo viaggio è compiuto, La nostra nave ha rotto tutte le tempeste: abbiamo conseguito il premio desiderato. Il porto è prossimo; odo le campane, il popolo tutto esulta. Mentre gli occhi seguono la salda carena, La nave severa ed ardita. Ma o cuore, cuore, cuore, O stillanti gocce rosse Dove sul ponte giace il mio Capitano. Caduto freddo e morto. O Capitano, mio Capitano, levati e ascolta le campane. Levati, per te la bandiera sventola, squilla per te la tromba; Per te mazzi e corone e nastri; per te le sponde si affollano; Te acclamano le folle ondeggianti, volgendo i cupidi volti. Qui Capitano, caro padre, Questo mio braccio sotto la tua testa; È un sogno che qui sopra il ponte Tu giaccia freddo e morto. Il mio Capitano tace: le sue labbra sono pallide e serrate; Il mio padre non sente il mio braccio, Non ha polso, né volontà; La nave è ancorata sicura e ferma ed il ciclo del viaggio è compiuto. Dal tremendo viaggio la nave vincitrice arriva col compito esaurito, Esultino le sponde e suonino le campane! Ma io con passo dolorante Passeggio sul ponte, ove giace il mio Capitano caduto freddo e morto.
l'ho visto, al cinema, "Lincoln" di Spielberg, e mi sono annoiata a tratti, pur apprezzando alcuni aspetti cinematografici che potrei definire accattivanti.
un aspetto che mi ha affascinato, e resa sopportabile quel po' di noia che mi ha colto, è la voce di Lincoln, la voce italiana del doppiaggio. è Pierfrancesco Favino a doppiarlo, con questa voce inaspettata, particolare, questo intervenire nel discorso discontinuo, questa specie di spezzatura nel tono. la voce è un tratto personalissimo unico, inequivocabile, quello adottato per Lincoln in questo film ha sicuramente il suo fascino, delinea un personaggio anomalo, lucido ma sofferente, geniale ma fortemente in conflitto, quieto ma a tratti stizzoso.
so che sono l'unica a sostenerlo, l'interpretazione di Favino è stata stroncata ovunque, pare che in confronto alla voce di Daniel Day Lewis ci sia un abisso intollerabile.
le scene del film sono tendenzialmente buie, o io mi ricordo solo quelle?, descrivono una Casa Bianca che potrebbe essere una casa di campagna, le cucine sporche che somigliano più a delle cantine, le stanze in legno alle sale di una fattoria. è un'America agli albori, un'America grezza, contadina, eppure emerge evidente un'aura di solennità, di luoghi universali della storia, quasi mitici. nelle riunioni private o nelle sessioni pubbliche, segretari, funzionari, senatori mi sono sembrati dei dell'olimpo, con barbe lunghe argentate, capelli lunghi e ricci e selvaggi, corporature imponenti e maestose, come figure mitologiche che appartengono alla storia del mondo.
ora, in verità, la storia della liberazione dalla schiavitù del popolo nero d'America mi colpisce solo fino a un certo punto, ed è probabilmente per questo che il film mi è piaciuto solo fino a quel certo punto, ovvero quello descritto sopra, penso che la storia americana abbia fatto e faccia tuttora schiavi in tutto il mondo, francamente non ci saranno più state catene in patria -ma sappiamo molto bene che l'uguaglianza dei neri è tardata molto a venire, forse è arrivata solo con Barack Obama presidente- ma per gli ospiti stranieri ci sono Guantànamo e le guerre di conquista nel mondo. profeticamente quel che si è verificato nella guerra di secessione si è poi ripetuto per tutta l'intera storia dell'America, intraprendere e proseguire ad oltranza guerre sanguinarie sostenute dalla delirante e arrogante e onnipotente convinzione di portare la libertà nel mondo; quel che ha fatto Lincoln, di proseguire lo stato di guerra con ulteriori massacri per ottenere l'approvazione di un mandato altrimenti non proponibile in condizioni di pace, mi sembra una dannazione di non poco conto, una modalità che poi si è ripresentata nella storia d'America, fare morti per portare libertà.
giusto ieri mi è venuto incontro, leggendo la Lettura del Corriere della Sera, un bell'articolo di Giulio Giorello, che fa un parallelismo davvero intrigante tra la posizione di Darwin e quella di Lincoln -contemporanei-, tra il film di Spielberg e quello di Tarantino. ne riporto alcuni tratti.
...Darwin, ai tempi eroici in cui era tornato dal viaggio intorno al mondo, aveva annotato: «Gli animali — quelli che abbiamo reso nostri schiavi — non ci piace considerarli nostri uguali. I padroni di schiavi non vorrebbero forse attribuire l’uomo negro a un altro genere?».
La biologia non è affatto d’ostacolo all’eguaglianza degli esseri umani di fronte alla legge. Ma per spingere gli schiavisti del Sud degli Stati Uniti a rinunciare alla loro «peculiare istituzione» non poteva bastare quel fucile «nell’arsenale del liberalismo» che era il pensiero darwiniano (come l’aveva definito l’amico Thomas Huxley), ma erano stati necessari i cannoni del generale Grant. Darwin era nato il 12 febbraio 1809, lo stesso giorno di Abraham Lincoln. Non è solo coincidenza. L’emancipatore degli schiavi e il teorico dell’eguaglianza delle «razze» hanno avuto gli stessi nemici, anche se non lo stesso destino: quei tenaci negazionisti, potremmo dire con il linguaggio odierno, che rifiutano insieme le origini comuni del genere umano e la sua parentela con ogni altra specie vivente.
Uno stile assai simile unisce al «lungo ragionamento» di Darwin l’arte oratoria di Lincoln, come ha sottolineato Adam Gopnik nella sua doppia biografia, Il sogno di una vita. Lincoln e Darwin. L’avvocato del Kentucky, la cui elezione a presidente aveva innescato la secessione sudista, faceva dell’argomentazione giuridica il perno di quella che noi chiamiamo oggi «civiltà liberale» (di cui l’altro fondamento è l’impresa tecnico-scientifica).
....
Anche Lincoln è un eroe libertario alla Stuart Mill, reso ancor più umano da quella cognizione del dolore che lo accompagna per tutti i tormentati anni del conflitto. Questo tratto, a parte qualche inesattezza storica qua e là, è ben colto dallo stesso Spielberg: quando sul finire della guerra il presidente dell’Unione riceve la delegazione sudista alla ricerca del compromesso, guidata dal vicepresidente dei «ribelli» Alexander Stephens (ottimamente reso da Jackie Earle Haley nel film), si trova di fronte a uno dei quesiti chiave della democrazia: può la «città liberale» sopravvivere se proprio per salvarla si ricorre a una violenza che va oltre le garanzie democratiche? Non è stato questo il problema di molti presidenti americani costretti all’eccesso di forza e nel contempo consapevoli del carattere tragico di tutto ciò, per la causa stessa della libertà? Dal Truman di Hiroshima al Johnson del Vietnam, fino alle guerre di Obama oggi. L’attuale presidente degli Stati Uniti ha un credo politico che si riaggancia esplicitamente alle parole con cui Lincoln, sul campo di battaglia di Gettysburg, aveva giustificato tanto sangue affinché «il governo del popolo, attraverso il popolo, per il popolo non scomparisse dalla faccia della Terra». Obama avrebbe il diritto di citare anche un’altra battuta di Lincoln, ovvero l’elogio di tutti quegli «uomini neri i quali ricorderanno, quando sarà arrivata la pace, che in silenzio, denti serrati e occhio fermo, e con l’arma ben impugnata, hanno aiutato l’umanità» a raggiungere un maggior livello di giustizia e libertà.
l'idea di inglobarsi un'idea per farla propria ed efficace ha un non so che di cannibalico e psicoanalitico.
Mangiare Dio è un saggio di molti anni fa di Jan Kott sulla tragedia greca che girava in casa mia altrettanti moltissimi anni fa, sul comodino di mio padre. magari deliro, ma l'idea di inglobare il divino, la divinazione di un'idea è, appunto, un'idea folgorante di forza, di potenza, di incarnazione dell'idea. una rivoluzione.
ieri sera ho visto la trasmissione condotta da Fabio Fazio su RAI 3, su Giorgio Gaber.
è particolare la coincidenza di un commento a un mio post di Paolo de Il Giardino di Enzo sulla commozione provata cantando le canzoni di Gaber e la trasmissione andata in onda proprio ieri sera, a 10 anni dalla sua morte.
non mi sono resa conto fino a ieri come quelle canzoni siano inscritte in me, le so quasi tutte a memoria, le ho ascoltate per anni, gli anni della mia adolescenza, e le so. lo stupore è ancora più forte se penso al vuoto delle di oggi adolescenze, vuote di idee appunto, ma non entriamo in meandri dolorosissimi, lasciamo davvero stare.
Gaber l'ho visto, ascoltato a teatro, almeno due volte, al Lirico di Milano. ero una ragazza, veramente.
appassionata.
mi piaceva molto il suo comunismo critico, il suo non-comunismo di sinistra. era convincente proprio nel suo desiderio di non convincere assolutamente nessuno. di non appartenere a nessuno. ma era di appartenenza ciò di cui Gaber parlava. il distacco che glorifica il pensiero: era, è, un vero maestro in questo.
quanto mi è sempre piaciuto. e mi rendo conto anche quanto le sue canzoni non sia esportabili altrove. mentre posso anche ascoltare De Andrè cantato da un altro, e apprezzarne comunque la forza comunicativa, mi sono resa conto ieri che nessuna canzone di Gaber possa essere cantata da un altro se non da Gaber. è il suo stile, distaccato, ironico, scanzonato (!), casuale (apparentemente), libero a essere inimitabile, a fare l'unicità delle sue canzoni, delle sue comunicazioni, delle sue IDEE.
per molti anni ho ascoltato molto anche la di lui moglie, Ombretta Colli, che faceva la femminista su testi, ovviamente, di Gaber e Luporini. mi piaceva anche lei, oggi è un mostro, un vero mostro plastificato e mortificato dalla seduzione berlusconiana, mammamia che tristezza. lei l'idea non l'ha mangiata, proprio no, l'ha vomitata.
L'illogica allegria Da solo lungo l'autostrada alle prime luci del mattino... a volte spengo anche la radio e lascio il mio cuore incollato al finestrino...
Lo so del mondo e anche del resto, lo so che tutto va in rovina... ma di mattina, quando la gente dorme col suo normale malumore, può bastare un niente, forse un piccolo bagliore, un'aria già vissuta, un paesaggio, che ne so...
E sto bene... sto bene come uno che si sogna... non lo so se mi conviene ma sto bene, che vergogna... Io sto bene... proprio ora, proprio qui... non è mica colpa mia se mi capita così...
E' come un'illogica allegria di cui non so il motivo, non so che cosa sia... E' come se improvvisamente mi fossi preso il diritto di vivere il presente...
Io sto bene... na na na na na na na questa illogica allegria proprio ora, proprio qui... Da solo lungo l'autostrada alle prime luci del mattino.. questa canzone è un capolavoro. avercela questa forza di dire...sto bene... io non ce l'ho. e sento miserabile per questa mia incapacità perenne. e poi di Gaber mi piace l'esaltazione della differenza. ieri ho ascoltato questa bella canzone- recitata dalla Littizzetto che però non mi convince per niente-intitolata Secondo me una donna. finisce così: Sì, secondo me la donna e l’uomo, sono destinati a rimanere assolutamente differenti. E contrariamente a molti io credo che sia necessario mantenerle se non addirittura esaltarle queste differenze. Perché proprio da questo scontro incontro, tra un uomo e una donna, che si muove l’universo intero.
All’ universo non gliene importa niente dei popoli e delle nazioni, l’universo sa soltanto che senza due corpi differenti, e due pensieri differenti, non c’è futuro.
come non credergli? come mi ritrovo tutta in questa IDEA.
la differenza ci salverà dall'omologazione, dall'appiattimento, dall'asessuazione, dall'aggressività, dall'odio, dalla mortificazione del desiderio, dal non amore. solo dall'esaltazione delle differenze tra uomo e donna può nascere la vita. detesto le donne che fanno gli uomini, in tutto, quando parlano, lavorano, aggrediscono, fanno l'amore, approcciano il maschio, conducono la vita e i rapporti. penso stiano estinguendo la specie umana. oltre che condannarsi all'infelicità più angosciosa e duratura senza speranza.
siamo diversi, viviamo la differenza.
e infine Patty Smith canta, teneramente forte (c'è qualcosa di assolutamente antitetico e compresente in questa donna), in una versione inglese tradotta da un nipote di Gaber, Io come persona (I, as a person).
Io come persona In un tempo di rassegnata decadenza serpeggia la paura nascosta dall'indifferenza. In un tempo così caotico e corrotto in cui da un giorno all'altro ci può succedere di tutto. In un tempo esasperato e incongruente con tanta, tanta informazione che alla fine uno non sa niente. In un tempo tremendo in ogni parte del mondo. In un tempo dove il mito occidentale nel momento in cui stravince è nella crisi più totale. In un tempo che è forse peggio di una guerra dove gli ordigni nucleari pian piano invadono la terra. In un tempo dove milioni di persone si massacrano tra loro e non sappiamo la ragione. Io come persona io come persona io come persona, completamente fuori dalla scena io come donna o uomo che non avverte più nessun richiamo io che non capisco e che non riesco a valutare e a credere io che osservo il tutto con il sospetto di non sceglier mai, di non sceglier mai, di non sceglier mai… In un tempo sempre più ostile allo straniero tutti i popoli del mondo stanno premendo sull'Impero. In un tempo indaffarato e inconcludente si alza minaccioso il sole rosso dell’oriente. In un tempo senza ideali né utopia dove l'unica salvezza è un'onorevole follia. In un tempo tremendo in ogni parte del mondo. In un tempo dove tutto ti sovrasta e qualsiasi decisione passa sopra la tua testa. In un tempo dove il nostro contributo la nostra vera colpa è solamente un voto. In un tempo che non ti lascia via d'uscita dove il destino o qualcuno ha nelle mani la tua vita… Io come persona, io come persona io coi miei sentimenti coi miei traguardi quasi mai raggiunti io con la mia fede che si disperde in infinite strade io, stordito e spento, con lo sgomento di dover assistere io, confuso e vuoto, e rassegnato a non schierarmi mai a non schierarmi mai, a non schierarmi mai [parlato:] In un tempo tremendo piano piano ti allontani dal mondo, ma con fatica, senza arroganza, come un uomo sconfitto che riesce a vivere solo rifugiandosi nel suo piccolo mondo. Ma la salvezza personale non basta a nessuno. E la sconfitta è proprio quella di avere ancora la voglia di fare qualcosa e di sapere con chiarezza che non puoi fare niente. È lì che si muore, fuori e dentro di noi. Seicome un individuo innocuo, senza giudizi e senza idee. E se non ti si ferma il cuore è perché il cuore non ha mai avuto la pretesa di pensare. Sei come un individuo impoverito e trasportato al capolinea, un individuo sempre più smarrito e più impotente, un uomo al termine del mondo, ai confini del più niente. Ma io ci sono, io ci sono io come persona ci sono, io come persona ci sono ancora io coi miei sentimenti ci sono, io coi miei sentimenti ci sono ancora io con la mia rabbia ci sono, io con la mia rabbia ci sono ancora io con la mia voglia di cambiare ci sono, io con la mia voglia di cambiare ci sono ancora. Io ci sono, io ci sono io come persona ci sono, io come persona ci sono ancora io con le mie forze ci sono, io con le mie forze ci sono ancora io con la mia fede, io con la mia fede ancora io come donna o uomo ci sono, io come donna o uomo ci sono ancora. Io ci sono, io ci sono io come persona ci sono, io come persona ci sono io come persona ci sono, io come persona ci sono ci sono, ci sono, ci sono.
E diciamolo forte, IO ci sono.
Diciamolo UNA DIECI CENTO MILLE VOLTE.
e poi mangiamolo, sarà una rivoluzione.
ho rivisto F., il fiore, sofferente e piegata, non tanto dalla sua malattia, ma dalla cifra indelebile che si porta addosso.
il destino infame, si potrebbe pensare così, della sua famiglia ha portato anche suo padre a essere malato di tumore, al pancreas, tra i più letali e impietosi. prognosi: infausta. chemio radio e tutto l'immaginabile per una sopravvivenza non oltre l'anno.
una familiarità tumorale impressionante, una corte di parenti prossimi deceduti per patologia tumorale, un destino segnato sui geni, stampato a fuoco, impresso indelebilmente, a volte non c'è scampo, veramente.(http://nuovateoria.blogspot.com/2011/02/sto-morendo-sulla-grandiosita-di-un.html)
è provata ma capisce e capisco, che, oltre al destino infame suo e di suo padre, che moriranno, e di sua madre e di sua sorella, che sopravviveranno (cosa è peggio?), c'è qualcosa di profondamente malato, psichicamente malato, che è in circolo nel sistema immunitario di questa famiglia.
io lo penso ma la prima a dirlo è lei, che conferma una straordinaria capacità intuitiva e una lucidità fuori dal comune, che suo padre si ammala mortalmente di cancro nel tentativo disperato di salvare lei.
dove può arrivare la psiche, fino a che punto può orientare il nostro corpo, quanto mente e corpo si solidificano insieme, dove può portare la sofferenza per la futura perdita di una figlia che si rifiuta, senza ripensamenti, di curare dalla mutazione tumorale le proprie ossa e mammelle con chemioterapia e altri aggeggi? può portare ad ammalarsi di cancro per chiedere alla propria figlia di curarsi per salvarsi "almeno lei"?
si, può.
e F. sta male. ma male. cosa devo fare? mi chiede. come posso dormire la notte? come posso vivere serenamente e consapevolmente quel che mi rimane se mio padre mi chiede di curarmi per evitare alla famiglia un dolore amplificato, raddoppiato, moltiplicato all'infinito? mio padre mi chiede di non morire dato che ora deve morire lui.
in questa famiglia la vita si baratta con la morte, e l'amore si baratta con la morte. la sofferenza è l'unità di misura dell'amore, il cancro, la malattia, lo scacco e il ricatto sono il prezzo della libertà di scelta.
avevo la pelle d'oca, ero imbarazzata, ero scompaginata a questo racconto. è follia? è amore? è morte?
eppure non l'ho inventato, questa può essere vita vera. la vita degli altri. la nostra vita.
porta il nome di un fiore, ha poco più di 30 anni, è piccola di statura, anche più piccola di me, minuta, capelli neri, corvini, occhi neri, quasi bui, vestita di nero, sempre, dico sempre veramente sempre, ogni volta che l'ho visitata in questi ultimi 5 anni.
qualcuno alla prima diagnosi le ha affibiato un disturbo di personalità borderline, capita spesso ai caratteri riottosi, ribelli, insofferenti, sregolati, e provocatori.
questo fiore è certamente inusuale, un fiore nel deserto, una personalità forte, a tratti sicuramente dissidente e irriverente, ha un passato di grande sofferenza. ha avuto una relazione amorosa con una persona psichicamente molto disturbata, la sua fragilità è entrata in risonanza con il delirio dell'altro...il risultato è stato esplosivo, una relazione che ha fatto danni fisici e mentali, tentativi di suicidio, ricoveri ospedalieri in psichiatria, intere giornate passate al pronto soccorso psichiatrico, e separazioni laceranti, urticanti.
ma questo è passato. il fiore si è ripreso, e anche molto bene, ha tirato fuori le sue risorse, la sua gioia di vivere, la sua creatività, ed è tornato florido e profumato.
ma.
il fiore ha un problema molto più serio di una diagnosi psichiatrica affrettata.
il piccolo fiore notturno dark ha il cancro.
tumore alla mammella. da quando ha 25 anni.
una familiarità tumorale impressionante, una corte di parenti prossimi deceduti per patologia tumorale, un destino segnato sui geni, stampato a fuoco, impresso indelebilmente, a volte non c'è scampo, veramente.
alla prima manifestazione sono seguiti tutti i provvedimenti del caso, il fiore ha perso il lavoro e si è curata, per oltre un anno.
ma.
recidiva. a un controllo di routine la radiografia del suo scheletro è una mappa di macchie chiare e dense.
metastasi ossee disseminate. e questo dice una cosa sola. che la bestia non si è fermata e non si fermerà più.
dolori, schiena spezzata, notti insonni, chemioterapia che la piega, e la piaga, ancora più della sua malattia.
e la disgrazia di una famiglia assolutamente incapace di contenere l'angoscia. di sostenerla e di appoggiarla. immaginate una madre già fortemente ansiosa, oppressiva, ossessionante, controllante dal momento della nascita che deve fare i conti, a un certo punto della vita sua e di sua figlia, con il cancro. come si fa a mantenere la calma? non si mantiene, per niente, e tutto esplode con manifestazioni di discontrollo emotivo che rendono il quadro ancora più ingestibile.
ma.
ciò che non sapete del fiore blu notte è che possiede una lucidità, un coraggio e una riflessività che fanno scalpore ancora di più del suo cancro onnivoro, ancora di più delle sue metastasi fluorescenti.
raramente ho incontrato tanta determinazione e metodicità speculativa. senza sbavature, senza vittimismo, senza pietismo. fermezza e risolutezza interiori.
il fiore crepuscolare ha preso una decisione: questa malattia non si ferma, al massimo può sopravvivere, malamente, malata, torturata, assediata dalla farmacologia oncologica, per qualche anno in più. senza terapia saranno solo sei mesi, sarà un anno e mezzo, ma questo tempo sarà un tempo senza trattamenti nè ospedali, un tempo libero,un tempo per sè, un tempo per prepararsi, un tempo senza scampo e per questo di un'intensità inaudita.
i petali serotini hanno deciso: NON SI CURA PIU'.
i colloqui con lei mi lasciano sempre stremata, è dura mantenere l'empatia e la complicità con l'ineluttabilità della lucidità estrema. alla fine dei nostri confronti spesso mi sono trovata a tremare, ma più passa il tempo e più entro in sintonia e più riesco a sostenerla nella sua decisione. una decisione che merita un rispetto assoluto, un'ammirazione totale, una grandissima stima.
ma.
Flora è sola. completamente sola. diciamo che Flora ha solo me. il resto del mondo è contro. la madre è svenuta alla sua decisione, il padre l'ha insultata. la sorella è scappata. una famiglia che andrebbe presa in carico in toto dai servizi psichiatrici, sostenuta aiutata a capire comprendere e rispettare questa decisione. al contrario la famiglia osteggia, la famiglia ricatta, la famiglia prende decisioni alle sue spalle. la madre si presenta a casa con le pezze intrise di acqua santa, potesse esorcizzare la figlia lo farebbe volentieri. la famiglia preme perchè io curi la malata di mente, insana, pazza, irresponsabile Flora. Flora, mi dicono, è depressa, Flora è fuori di testa, Flora va ricoverta, Flora va "internata".
ma la parte peggiore, perchè che la famiglia non regga ci può anche stare, anzi è comprensibile, la fanno i medici. un medico italiano, europeo, occidentale, industriale, commerciale, consumista, onnipresente e onnipotente pensa che la medicina sia cura ad oltranza. paradossalmente il medico è la persona meno preparata alla morte che ci sia. paradossalmente la possibilità di curare la malattia consegna al medico la presunzione di vincere la morte. medicina è trattamento ad ogni costo.
Flora è sola, ricattata in ospedale da medici ottusi, medici che insistono, medici che si indignano, medici che si arrabbiano riuniti in conclave con l'imputata eretica a giudizio. che non la ascoltano, che non la vedono, che non la guardano, che la giudicano, che non colgono l'immensa gioia di vivere di questa ragazza che chiede di poter vivere ciò che le resta, di arrivare malata alla sua morte senza false aspettative, che non vuole arrivare martoriata alla sua morte ma serena, consapevole e non falsamente sanata dalla chemioterapia.
Flora chiede di poter scegliere per se stessa in piena e totale comprensione del suo mondo interiore e del mondo che la circonda.
andrebbe solo rispettata.
invece viene isolata.
che medicina è questa?
epitaffi, l'antologia di Spoon River (1915), di Edgar Lee Masters, è una raccolta di epitaffi, testamenti ideali di una variegatissima umanità della provincia americana. Fu Pavese a proporli all'attenzione della Pivano e solo nel '43 l'antologia fu pubblicata in Italia proprio grazie alla traduzione della Pivano, che pagò con il carcere. tanta libertà di espressione non era tollerata dal fascismo. «Si direbbe che per Lee Masters la morte – la fine del tempo – è l’attimo decisivo che dalla selva dei simboli personali ne ha staccato uno con violenza, e l’ha saldato, inchiodato per sempre all’anima.» Così dice Pavese. la testimonianza dell'epitaffio è la fissazione del tempo e del tormento di chi ha vissuto in una sintesi magistrale. la sequenza dei personaggi intesse una storia che coinvolge tutti, molti epitaffi sono collegati tra loro, le versioni delle storie si moltiplicano a seconda di chi le ha vissute e poi narrate, il mosaico si allarga e si arricchisce, è un'opera di valore umano davvero sorprendente. la diversificazione degli eventi a seconda dei sentimenti e del temperamento di chi narra apre una visione allargata e amplificata del sentire umano, una moltiplicazione dell'interiorità che esprime un senso di libertà di espressione narrativa e di apertura alle differenze davvero originale. leggendo tra le poesie mi sembra di passeggiare nel paese e di conoscere la gente, di curiosare dentro le case e dentro le vite, un entrare dentro che amplifica la conoscenza della logica dell'altro, ovvero il mondo fuori. solo guardando bene dentro possiamo capire, sempre più, sempre meglio, fuori da noi stessi. se siamo capaci di accettare le nostre sfumature, la convivenza di buono e di bello, di pacifico e aggressivo, di onesto e disonesto, di candido e di sporco, se lo sappiamo guardare, conoscere e scandagliare senza timore, avremo gli strumenti adatti per la comprensione dell'altro da sè. a questo mi fa pensare il mondo fitto e denso di spoon river: un epitaffio che fissa nella morte il senso di un'esistenza con l'effetto di una dilatazione del tempo del vivere.
la più nota, per noti motivi, è il suonatore Jones. ciò che mi colpisce, tra la versione di Lee Masters e quella di De Andrè, è l'uso del linguaggio. Si sa, il linguggio "parla" di noi, ci identifica. il ritmo della poesia di Lee Masters da il senso del tempo della musica, con un andamento tra energia vitale della natura e richiamo del desiderio che conduce a una scelta di libertà senza rimpianto. tutto parla di musica in questa poesia, tutto parla in favore della scelta finale. le vibrazioni del cuore nella meliga è il vento fruscio di gonnelle vortice di foglie il passo sul motivo di Toor-a-Loor ridda di corni, fagotti e ottavini che cornacchie e pettirossi mi muovevano in testa cigolìo di un molino a vento ridere rauco e ricordi
le parole sono musica, nella mente un solo desiderio: suonare
La terra ti suscita vibrazioni nel cuore: sei tu. E se la gente sa che sai suonare, suonare ti tocca, per tutta la vita. Che cosa vedi, una messe di trifoglio? O un largo prato tra te e il fiume? Nella meliga è il vento; ti freghi le mani perché i buoi saran pronti al mercato; o ti accade di udire un fruscio di gonnelle come al Boschetto quando ballano le ragazze. Per Cooney Potter una pila di polvere o un vortice di foglie volevan dire siccità; a me pareva fosse Sammy Testa-rossa quando fa il passo sul motivo di Toor-a-Loor. Come potevo coltivare le mie terre, - non parliamo di ingrandirle - con la ridda di corni, fagotti e ottavini che cornacchie e pettirossi mi muovevano in testa, e il cigolìo di un molino a vento - solo questo? Mai una volta diedi mani all'aratro, che qualcuno non si fermasse nella strada e mi chiedesse per un ballo o una merenda. Finii con le stesse terre, finii con un violino spaccato - e un ridere rauco e ricordi, e nemmeno un rimpianto.
De Andrè rispetta la cadenza di Lee Master. De Andrè ricorda ma non rimpiange, viaggia nei luoghi della memoria senza timore. aggiunge però, nella sua narrazione, la sua vena malinconica, quel suo errare tra vizi e dannazioni degli uomini verso una vita migliore. una vita libera. De Andrè è un cantastorie e la sua traduzione in musica è fedele al suo linguaggio. la scelta di libertà del suonatore trova una strofa che non ha un corrispettivo nella poesia originaria.
Libertà l’ho vista dormire nei campi coltivati a cielo e denaro, a cielo ed amore, protetta da un filo spinato. Libertà l’ho vista svegliarsi ogni volta che ho suonato per un fruscio di ragazze a un ballo per un compagno ubriaco
questo è De Andrè, questa è la sua impronta, questo è il suo logo.
Il suonatore Jones F. De Andrè
In un vortice di polvere gli altri vedevan siccità, a me ricordava la gonna di Jenny in un ballo di tanti anni fa.
Sentivo la mia terra vibrare di suoni era il mio cuore, e allora perché coltivarla ancora, come pensarla migliore.
Libertà l’ho vista dormire nei campi coltivati a cielo e denaro, a cielo ed amore, protetta da un filo spinato.
Libertà l’ho vista svegliarsi ogni volta che ho suonato per un fruscio di ragazze a un ballo per un compagno ubriaco.
E poi se la gente sa, e la gente lo sa che sai suonare, suonare ti tocca per tutta la vita e ti piace lasciarti ascoltare.
Finì con i campi alle ortiche finì con un flauto spezzato e un ridere rauco e ricordi tanti e nemmeno un rimpianto.
« Avrò avuto diciott'anni quando ho letto Spoon River. Mi era piaciuto, forse perché in quei personaggi trovavo qualcosa di me. Nel disco si parla di vizi e virtù: è chiaro che la virtù mi interessa di meno, perché non va migliorata. Invece il vizio lo si può migliorare: solo così un discorso può essere produttivo. »
questa è la più nota, ma le più belle sono altre. arriveranno.
ho appena finito di rileggere. o meglio di audio-rileggere (e non e' la stessa cosa) il Gabbiano Jonathan Livingston. e penso che non e', o non e' solo, un libro sulla liberta': "noi siamo liberi di andare dove vogliamo e di essere quello che siamo...una perfetta idea di libertà e volo, senza limite alcuno"
o un libro sulla mindfulness: "per volare veloce come il pensiero, verso ogni luogo esistente, devi prima convincerti che ci sei già arrivato"
e' un libro sulla trascendenza, sul superamento della dimensione dello spazio e di quella del tempo: "il paradiso non è un luogo e non è un tempo, il paradiso è essere perfetti. Raggiungerai il paradiso, allora, quando avrai raggiunto la velocità perfetta. Il che non significa mille miglia all'ora, né un milione di miglia, e neanche vuol dire volare alla velocità della luce. Perché qualsiasi numero, vedi, è un limite, mentre la perfezione non ha limiti. Velocità perfetta, figlio mio, è esserci, esser là, nella tua perfetta velocità"
la liberta' è un lusso per chi può o pensa di potersela permettere. la sincerita' e' una bugia travestita da buone intenzioni. la verita' e' una distorsione a proprio piacimento. ognuno ha, di fatto, la sua. questi sono concetti manipolabili e manipolatori, sono parole grosse con un significato variabile a seconda di contesti e persone.
la libertà è una questione impossibile, irrisolvibile. L'amore è libertà, è godere insieme di un sentimento, è comunicazione, oppure è vincolo, limitazione, chiusura, obbligo? Il senso del dovere, il senso morale, l'equità sono limitanti la libertà o sono espansioni del nostro senso di libertà? anche la libertà si relativizza, come tutte le cose. la libertà non esiste per tutti, non è uguale per tutti: la mia libertà sono le mie possibilità di scelta, compatibilmente con il mio senso morale. se posso, scelgo.
Come si legge in Siddharta, come qualcuno mi ha recentemente ricordato: "...d'ogni verità anche il contrario è vero. Una verità si lascia enunciare e tradurre in parole solo quando è unilaterale... Ma il mondo in sè, ciò che esiste intorno a noi, non è unilaterale. Mai un uomo, o un atto, è tutto samsara o tutto nirvana, mai un uomo è interamente santo o interamente peccatore. Sembra così perchè noi siamo soggetti all'illusione che il tempo sia qualcosa di reale. Il tempo non è reale, Govinda. E se il tempo non è reale, allora anche la discontinuità che sembra esservi tra il mondo e l'eternità, tra il male e il bene, è un'illusione". l'enunciazione della propia verità, esaltata dalla presunzione di sincerità, è semplicemente un'estratto della nostra personalissima realtà quotidiana. trovo più consolante la consapevolezza della propria impossibilità di accettare la diversità, piuttosto che l'ingenuità di pensare di possedere una verità che farà bene, molto bene all'altro nel momento in cui gliela comunico, orgogliosamente. chi sbandiera sincerità, verità, sarà semplicemente deresponsabilizzato dei propri gesti, perchè, in quanto veri, saranno inconfutabili e andranno accettati per quello che sono. penso al contrario che se moduliamo il nostro comportamento, con cautela, valutando chi abbiamo di fronte, senza forzare con dichiarazioni assolute, senza inchiodare con attestati di obiettivita', saremo più capaci di relazionarci, con rispetto, con attenzione, con vicinanza.
credo invece nell'unicita' nell'autenticita'. sono concetti per me piu' familiari, piu' consoni alla mia natura, piu' ossservabili in una persona e, soprattutto, in amore. se amo una persona, ne amo solo una. unicamente una, non c'e' posto per un'altra, non per come concepisco io l'amore. rosso, ovviamente. non potrei amare tutte le persone che mi piacciono. mi piacciono ma non le amo. e non potrei amare per sempre una persona che ho amato e con la quale non ho piu' relazione. l'amore e' a termine, non è infinito. e' eterno nel momento della sua attuazione ma vive della sua finitezza, seppur inconsapevolmente. come spesso affermo ogni cosa ha un suo nome, e amore e' un nome che solo alcune cose meritano di avere. non amiamo chiunque, ma solo chi riflette fedelmente i nostri abissi. una volta calati nella nostra follia, grazie alla mediazione dell'altro al quale riconosciamo il potere di "averci fatto impazzire", di "averci fatto perdere a testa", non si riemerge più come eravamo perchè, dopo questo cedimento, l'altra parte di noi ci ha contaminato. dopo avere amato, non siamo più ciò che eravamo.
"Se trascendersi è valicare la propria solitudine, non mi è dato sapere ciò che sarò nella carne dell'altro, ma certamente non sarò più ciò che sono. La mia identità in pericolo rende il mio corpo esitante, maldestro, insicuro, non per imperizia, ma per la vertigine che accompagna la scoperta di quegli aspetti di me che solo l'altro può svelarmi. Nella mia esitazione c'è il dramma di ogni trascendenza, che consiste nel sapere qualcosa di sé per dono dell'altro".
Umberto Galimberti "Le cose dell'amore"
l'amore è un gioco forte, in cui si rischia la propria identità, in cui la persona amata acquista un potere enorme su di noi consegnandole il nostro desiderio. in questo sta l'unicità e irripetibilità del rapporto d'amore. in questo l'autenticità del nostro sentire. in questo ci giochiamo ai dadi, per lo piu' perdendoli, libertà, sincerità e verità. come potrei pensare di amare tutti? ne amo uno, e, se sopravvivo, è già tanto.