bianco e nero

come una foto. in bianco e nero. nessuna concessione al colore, alla spettacolarita', ai nuovi barbari. bianco e nero colori vividi dell'essenziale, solo l'autenticita' della forma. della sostanza. l'occhio vede e non si inganna.
"questo e' il mio segreto.
veramente semplice.
si vede bene solo con il cuore.
L'essenziale e' invisibile agli occhi."
Il piccolo principe. A.d.S-E.

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venerdì 7 giugno 2019

salvini: sono

cresciuto a pane e De André.

INSOSPETTABILE.

(il riferimento culturale è il grande fratello, frequentato dalla nipote del poeta - o tempora o mores-, e rivelato in TV dal panzone alla gallina d'Italia 'sora lella' barbara d'urso che lo sostiene nella castrazione chimica, pubblicamente, nel corso della sua encomiabile trasmissione). 

ma De André, cosa ne pensa?

giovedì 17 gennaio 2019

musicomane De Andrè

Cosa avrebbe potuto fare alla fine degli anni Cinquanta un giovane nottambulo, incazzato, mediamente colto, sensibile alle vistose infamie di classe, innamorato dei topi e dei piccioni, forte bevitore, vagheggiatore di ogni miglioramento sociale, amico delle bagasce, cantore feroce di qualunque cordata politica, sposo inaffidabile, musicomane e assatanato di qualsiasi pezzo di carta stampata? Se fosse sopravvissuto e gliene si fosse data l’occasione, costui, molto probabilmente, sarebbe diventato un cantautore. Così infatti è stato ma ci voleva un esempio. 
Fabrizio De André

non mi aspettavo una serata jazz, e invece è arrivata, regalata.

alla fondazione Feltrinelli c'è la presentazione di un libro, Falegname di Parole di Luigi Viva e mi aspetto dei reading, delle chiacchiere, interviste, qualche canzone con la chitarra.
invece mi si presenta, seppure con bei 20 minuti di ritardo, un signore, il sig. Luigi Viva, che mi parla del poeta con molta confidenza e vicinanza. non so chi sia, poi mi si chiarisce che di Fabrizio De Andrè era collaboratore e amico. il signore in questione dice alcune cose azzardate ma lo perdono perchè mi confida anche molte informazioni sull'uomo e sul cantante, sull'anarchico e sull'uomo civile e c'è da appassionarsi.
inoltre c'è il Modern Jazz Group (Luigi Masciari, arrangiamenti e direzione musicale; Francesco Bearzatti, sax; Pietro Iodice, batteria; Giampiero Locatelli, piano; Alfredo Paixão, basso) composta da personaggi improbabili, ma assolutamente godibili.
suonano de Andrè jazzandolo: come scriveva Fresu su La Lettura, si può fare, con De Andrè si può fare.
vengono narrati aneddoti, ci sono poche foto ma molte interviste audio inedite. si sente solo la voce magnetica di De Andrè che parla di musica e di scherzi e di impegno politico e della nonna: sentire la voce che parla di una persona che non c'è più mi fa un effetto potente, mi sento commuovere, mi sento attratta da un mistero che nessuno può capire.
scopro che Fabrizio De Andrè e Tenco si conoscevano già dai tempi del Modern Jazz Group (1956/58) dove avevano militato entrambi, Fabrizio alla chitarra, e Luigi - presenza saltuaria - al sax.
Così De Andrè riferì a Luigi Viva quel primo incontro: 
"A quel tempo ci conoscevamo appena, con lui le prove non le ho mai fatte; arrivava, suonava e subito dopo se ne andava". La vera amicizia tra i due nacque nel 1960, quando arrivò il primo successo di Tenco con "Quando": De Andrè andava in giro affermando di essere lui l'autore della canzone. un giorno, alla Cambusa di Piazza De Ferrari, Tenco lo affrontò. Così Gianfranco Reverberi racconta l'episodio a Luigi Viva: "Mi ricordo quando Luigi, divertito, mi raccontò questa storia. Si conoscevano appena e gli era giunta voce che Fabrizio andava in giro dicendo che "Quando" l'aveva scritta lui. Luigi non ci pensò due volte e andò a cercarlo. Una sera finalmente lo incontra e gli fa: - senti un po', sei tu che vai in giro dicendo che hai scritto "Quando"? A questo punto pare che Fabrizio gli abbia risposto: - guarda, ero con una donna alla quale piaceva "Quando". Ho detto che l'ho scritta io e me la sono fatta. Al che Luigi, scoppiando a ridere: - Beh! Se le cose stanno così..."  (http://luigi-tenco.tripod.com/frames/deandre.htm)
durante il concerto un signore, mooolto bizzarro, in prima fila, con capelli bianchi ma lunghi raccolti in un codino, si agita pazzamente. si scompone, si muove a tempo di musica, sembra dirigere un'orchestra. il signore degli azzardi allude al disturbatore in prima fila e penso oddio adesso lo buttano fuori. invece è un simpatico scherzo (sono cretina) e lo chiama sul palco. si tratta di Mark Harris, non lo conosco, però si mette al piano e mi fa ammattire di gioia.
scopro che è un compositore e tastierista statunitense che ha collaborato e suonato con De Andrè per molti anni ed è un giullare felice della musica, si agita al piano come sulla sedia, è matto, è adorabile.
una serata che più improbabile non si può, ancora De Andrè mi spezza il cuore. mille di questi giorni.

giovedì 10 gennaio 2013

via del campo

non lo so.
come mai?
l'ho ascoltata questa mattina, dopo Preghiera in  gennaio

Dio di misericordia

il tuo bel Paradiso
lo hai fatto soprattutto
per chi non ha sorriso
per quelli che han vissuto
con la coscienza pura
l'inferno esiste solo
per chi ne ha paura.

dopo La stagione del tuo amore

però il tempo non ha premura
piangi e ridi come allora
ridi e piangi e ridi ancora
ogni gioia ogni dolore
puoi ritrovarli nella luce di un'ora


ecco arriva e ascolto Via del campo, gli occhi grandi color di foglia, gli occhi grigi come la strada, ama e ridi se amor risponde, piangi forte se non ti sente... e mi viene da piangere.
uno struggimento, mi prende. un movimento viscerale. uno spostamento d'anima. sarà che de Andrè ha un potere comunicativo fuori della norma? sarà questo. ma è anche vero che se ci penso, questo testo, è sognante. non è che fare la puttana sia un mestiere che induca il sorriso o la presa per mano, non che che dal letame venga sempre il meglio. dai diciamolo, non è proprio così. ma c'è un lirismo che trasfigura la realtà, c'è una semplicità narrativa che commuove, c'è un canto, come quello delle sirene, un richiamo irresistibile a credere. 
a credergli. 
forse è questo che mi fa piangere, perché ci credo a questa favola, almeno per il tempo, brevissimo, della sua canzone. ci credo.

Via del Campo c'e' una graziosa
gli occhi grandi color di foglia
tutta notte sta sulla soglia
vende a tutti la stessa rosa


Via del Campo c'e' una bambina
con le labbra color rugiada
gli occhi grigi come la strada
nascon fiori dove cammina


Via del Campo c'e' una puttana
gli occhi grandi color di foglia
se di amarla ti vien la voglia
basta prenderla per la mano


e ti sembra 

di andar lontano
lei ti guarda con un sorriso
non credevi che il paradiso
fosse solo li' al primo piano.


Via del Campo ci va un illuso
a pregarla di maritare
a vederla salir le scale
fino a quando il balcone ha chiuso


Ama e ridi se amor risponde
piangi forte se non ti sente
dai diamanti non nasce niente
dal letame nascono i fior
dai diamanti non nasce niente
dal letame nascono i fior.

lunedì 20 settembre 2010

un ridere rauco e ricordi e nemmeno un rimpianto- il suonatore jones



epitaffi, l'antologia di Spoon River (1915), di Edgar Lee Masters, è una raccolta di epitaffi, testamenti ideali di una variegatissima umanità della provincia americana.
Fu Pavese a proporli all'attenzione della Pivano e solo nel '43 l'antologia fu pubblicata in Italia proprio grazie alla traduzione della Pivano, che pagò con il carcere. tanta libertà di espressione non era tollerata dal fascismo.
«Si direbbe che per Lee Masters la morte – la fine del tempo – è l’attimo decisivo che dalla selva dei simboli personali ne ha staccato uno con violenza, e l’ha saldato, inchiodato per sempre all’anima.» Così dice Pavese.
la testimonianza dell'epitaffio è la fissazione del tempo e del tormento di chi ha vissuto in una sintesi magistrale.
la sequenza dei personaggi intesse una storia che coinvolge tutti, molti epitaffi sono collegati tra loro, le versioni delle storie si moltiplicano a seconda di chi le ha vissute e poi narrate, il mosaico si allarga e si arricchisce, è un'opera di valore umano davvero sorprendente. la diversificazione degli eventi a seconda dei sentimenti e del temperamento di chi narra apre una visione allargata e amplificata del sentire umano, una moltiplicazione dell'interiorità che esprime un senso di libertà di espressione narrativa e di apertura alle differenze davvero originale.
leggendo tra le poesie mi sembra di passeggiare nel paese e di conoscere la gente, di curiosare dentro le case e dentro le vite, un entrare dentro che amplifica la conoscenza della logica dell'altro, ovvero il mondo fuori.
solo guardando bene dentro possiamo capire, sempre più, sempre meglio, fuori da noi stessi. se siamo capaci di accettare le nostre sfumature, la convivenza di buono e di bello, di pacifico e aggressivo, di onesto e disonesto, di candido e di sporco, se lo sappiamo guardare, conoscere e scandagliare senza timore, avremo gli strumenti adatti per la comprensione dell'altro da sè.
a questo mi fa pensare il mondo fitto e denso di spoon river: un epitaffio che fissa nella morte il senso di un'esistenza con l'effetto di una dilatazione del tempo del vivere.


la più nota, per noti motivi, è il suonatore Jones. ciò che mi colpisce, tra la versione di Lee Masters e quella di De Andrè, è l'uso del linguaggio.
Si sa, il linguggio "parla" di noi, ci identifica.
il ritmo della poesia di Lee Masters da il senso del tempo della musica, con un andamento tra energia vitale della natura e richiamo del desiderio che conduce a una scelta di libertà senza rimpianto.
tutto parla di musica in questa poesia, tutto parla in favore della scelta finale.
le vibrazioni del cuore
nella meliga è il vento
fruscio di gonnelle
vortice di foglie
il passo sul motivo di Toor-a-Loor
ridda di corni, fagotti e ottavini che cornacchie e pettirossi mi muovevano in testa
cigolìo di un molino a vento
ridere rauco e ricordi

le parole sono musica, nella mente un solo desiderio: suonare


http://spoonriver.deandre.it/index.php?option=com_morfeoshow&task=view&gallery=21&Itemid=204

Il suonatore Jones
E. Lee Masters

La terra ti suscita
vibrazioni nel cuore: sei tu.
E se la gente sa che sai suonare,
suonare ti tocca, per tutta la vita.
Che cosa vedi, una messe di trifoglio?
O un largo prato tra te e il fiume?
Nella meliga è il vento; ti freghi le mani
perché i buoi saran pronti al mercato;
o ti accade di udire un fruscio di gonnelle
come al Boschetto quando ballano le ragazze.
Per Cooney Potter una pila di polvere
o un vortice di foglie volevan dire siccità;
a me pareva fosse Sammy Testa-rossa
quando fa il passo sul motivo di Toor-a-Loor.
Come potevo coltivare le mie terre,
- non parliamo di ingrandirle -
con la ridda di corni, fagotti e ottavini
che cornacchie e pettirossi mi muovevano in testa,
e il cigolìo di un molino a vento - solo questo?
Mai una volta diedi mani all'aratro,
che qualcuno non si fermasse nella strada
e mi chiedesse per un ballo o una merenda.
Finii con le stesse terre,
finii con un violino spaccato -
e un ridere rauco e ricordi,
e nemmeno un rimpianto.


De Andrè rispetta la cadenza di Lee Master.
De Andrè ricorda ma non rimpiange, viaggia nei luoghi della memoria senza timore.
aggiunge però, nella sua narrazione, la sua vena malinconica, quel suo errare tra vizi e dannazioni degli uomini verso una vita migliore. una vita libera.
De Andrè è un cantastorie e la sua traduzione in musica è fedele al suo linguaggio. la scelta di libertà del suonatore trova una strofa che non ha un corrispettivo nella poesia originaria.

Libertà l’ho vista dormire
nei campi coltivati
a cielo e denaro,
a cielo ed amore,
protetta da un filo spinato.
Libertà l’ho vista svegliarsi
ogni volta che ho suonato
per un fruscio di ragazze
a un ballo
per un compagno ubriaco


questo è De Andrè, questa è la sua impronta, questo è il suo logo.


Il suonatore Jones
F. De Andrè

In un vortice di polvere
gli altri vedevan siccità,
a me ricordava
la gonna di Jenny
in un ballo di tanti anni fa.

Sentivo la mia terra
vibrare di suoni
era il mio cuore,
e allora perché coltivarla ancora,
come pensarla migliore.

Libertà l’ho vista dormire
nei campi coltivati
a cielo e denaro,
a cielo ed amore,
protetta da un filo spinato.

Libertà l’ho vista svegliarsi
ogni volta che ho suonato
per un fruscio di ragazze
a un ballo
per un compagno ubriaco.

E poi se la gente sa,
e la gente lo sa che sai suonare,
suonare ti tocca
per tutta la vita
e ti piace lasciarti ascoltare.

Finì con i campi alle ortiche
finì con un flauto spezzato
e un ridere rauco
e ricordi tanti
e nemmeno un rimpianto.



« Avrò avuto diciott'anni quando ho letto Spoon River. Mi era piaciuto, forse perché in quei personaggi trovavo qualcosa di me. Nel disco si parla di vizi e virtù: è chiaro che la virtù mi interessa di meno, perché non va migliorata. Invece il vizio lo si può migliorare: solo così un discorso può essere produttivo. »

questa è la più nota, ma le più belle sono altre.
arriveranno.