bianco e nero

come una foto. in bianco e nero. nessuna concessione al colore, alla spettacolarita', ai nuovi barbari. bianco e nero colori vividi dell'essenziale, solo l'autenticita' della forma. della sostanza. l'occhio vede e non si inganna.
"questo e' il mio segreto.
veramente semplice.
si vede bene solo con il cuore.
L'essenziale e' invisibile agli occhi."
Il piccolo principe. A.d.S-E.

giovedì 9 ottobre 2014

incendii di vetri

Ombre gentili
Di foglie gialline,
Discese giù pe' i rami
A spiova da' vasi rossicci,
Su i muri vecchi e intorno
A l'aiuole...

Lunge nel sole
Incendii di vetri
Lavati dalla pioggia...
Gorgoglio sottile de l'acqua
Nuova, rotto da l'erba
Arsa, prona

Mario Luzi
di prossima pubblicazione Poesie ultime e ritrovate,
Garzanti, Milano 2014

vedo tutto, come la luce d'autunno riflessa sui vetri.

martedì 7 ottobre 2014

la figura e l'immagine

e insisto sulla fotografia, questa volta quella che mi ha presentato Giorgia Fiorio al Festival delle donne, settimana scorsa.
la Fiorio è uno strano personaggio, di grandissimo talento, ma dall'aspetto e dall'eloquio sofferente.
dall'aura inquieta e tormentata, magrissima (più della prima volta in cui l'ho vista 4 anni fa), lo sguardo vaga, mentre parla non fissa, gli occhi non si soffermano volgono altrove, la parola è ridondante incomprensibile farcita. rispetto al mio primo incontro con lei qualcosa è cambiato oppure sono cambiata io (http://nuovateoria.blogspot.it/2010/12/il-dono.html)
parlasse più libera e meno incatenata da aggettivi che si rincorrono complicati ed eccessivi e mostrasse il suo sapere con meno spinta ad apparire e mostrarsi istruita sarebbe solo una grande artista.
espone le foto di tre donne (ma mi hanno colpita solo due) delle quali ha seguito il lavoro di formazione e, sia nel discorso introduttivo, sia nella presentazione delle foto, si perde dietro un eloquio che complica e non si spiega, che si concentra sulla sua voluta complessità e non sul desiderio di spiegarsi.
peccato.
scremando molto e concentrandomi per cogliere almeno uno dei cento aggettivi che spreca, si coglie il desiderio di rivalutare la fotografia come lavoro sulla figura di contro all'attuale evoluzione della nostra società senza padre a più godere, anche nelle immagini, scostumate, inutili, svendute, sventrate, ripetute, senza senso. un eccesso di immagini e una consegna assoluta al supporto virtuale, all'oggetto cellulare o ipad che sia con il quale ormai ci identifichiamo completamente, a discapito del valore insostituibile della memoria.
se tutto va ricordato, niente si ricorda più. se tutti i momenti sono speciali, nessuno lo è più, se tutto va fotografato e postato, nulla ha più un valore, nulla ci fa stupire. per esserci, per esistere, l'imperativo è dare testimonianza, prova visibile inconfutabile, della propria presenza, immediata, commentata, supportata, e nulla viene interiorizzato facendone tesoro.
bene, ha ragione, sono d'accordo con lei. allora una fotografia ragionata, pensata, maturata, sviluppata all'interno di un discorso personale ha un valore insostituibile in un mondo di godimento malato autoreferenziato che tutto vuole, tutto e subito.
tra le fotografe che presenta una è Anne-Lise Cornet, pseudonimo Modi, francese.




l'altra è Gihan Tubbeh, peruviana.








due lavori diversi, molto diversi, la prima mi comunica un distacco pensato, anche troppo, dalle cose, l'altra un invischiamento sofferente con la realtà. la prima è limpida, chiara e trasparente, le seconda sfuocata, agitata, forse angosciata, cupa. due sguardi sul mondo, due atti di vera testimonianza, un dono (e la Fiorio ne ha fatto un lavoro magistrale) apprezzabile in un mondo che del dono non ha più conoscenza.

lunedì 6 ottobre 2014

freedom fighters

I Kennedy e la battaglia per i diritti civili è un’iniziativa promossa e prodotta dal Comune di Milano – Cultura, Palazzo Reale e dal Robert F. Center for Justice and Human Rights Europe in collaborazione con l’Ambasciata degli Stati Uniti d’America in Italia e curata da Contrasto e Fondazione FORMA per la Fotografia.

Le fotografie esposte a Palazzo Reale ricordano la lunga battaglia per i diritti civili e il ruolo importante dei fratelli John e Robert Kennedy. In mostra un accurato percorso cronologico relativo alle tappe che hanno segnato la battaglia per i diritti civili ripercorrendone le diverse fasi e i protagonisti che l’hanno animata - tra cui Malcom X e Martin Luther King. Come in un nastro cinematografico, testi e immagini scorrono su grandi pannelli a parete. Dal 1776, anno in cui Il Comitato dei Cinque costituito da John Adams, Benjamin Franklin, Thomas Jefferson, Robert R. Livingston e Roger Sherman presenta al Congresso la bozza della Dichiarazione di Indipendenza, fino al 1964, anno in cui fu assegnato il Premio Nobel per la Pace a Martin Luther King.









anche questa è una mostra di ridotte dimensioni, poche foto e qualche pannello in più, ma di valore storico e culturale.
le poche foto sono significative e impattanti, anche commoventi.
la storia dei Kennedy, direi dei due Kennedy, John Fitzgerald e Robert, appartiene al mito anche al di là dei loro meriti. rappresentano una dinastia, una storia leggendaria, una famiglia reale, con molti comprimari, vedi Jacqueline, vedi Marilyn Monroe, vedi il figlio minore John John: nella maggior parte dei casi si tratta di destini tragici, di vite interrotte.
le foto che li vedono affiancati mi fanno immaginare discorsi importanti, progetti, diritti civili e sociali, fratellanza, errori e fallimenti. mi fanno pensare a un'educazione civile, a una propensione liberale e egalitaria, ma anche a un discorso interrotto, bruscamente, violentemente.
le loro foto mi fanno pensare e alla paura, allo sgomento di fronte al cambiamento, alla violenza che annulla tutto, a un'occasione perduta. due anni di presidenza uno, una candidatura alla presidenza l'altro, cambiamenti più sognati che realizzati, ma la storia ne parla ancora.

giovedì 2 ottobre 2014

MilanoCittàAperta

MilanoCittàAperta
5 anni di narrazioni fotografiche indipendenti.
una mostra invisibile, defilata e piccola presso lo Spazio Polifemo, Fabbrica del Vapore, Milano.

MilanoCittàAperta - Journal of Urban Photography compie cinque anni. L'anniversario è l'occasione per riunire le immagini di cinquanta fotografi che mostrano su carta la storia di un progetto che racconta Milano e le sue narrazioni. Per ospitare le opere, la redazione di MilanoCittàAperta ha scelto le mura di Polifemo, La Fabbrica del Vapore, luogo sempre attento alle espressioni artistiche e fotografiche milanesi, con un occhio di riguardo alla creatività giovanile. Ogni fotografo porta la propria personale visione come pezzo di un puzzle; i diversi tasselli costituiranno, adesso e forse soltanto a posteriori, una fotografia d’insieme. Un'istantanea della città. L'allestimento della mostra sarà un viaggio attraverso le tematiche che rappresentano, in un certo senso, i punti di osservazione che i fotografi hanno adottato per investigare la città. STORIE. CRITICITA’. PAESAGGI URBANI. RICERCA. Dalle immagini di una Milano sotterranea e misteriosa alle storie di vita più marginali, passando dal molto fotografato quartiere Garibaldi-Repubblica-Isola, arrivando alle ricerche più astratte. A partire dai legami visuali tra città percepita e immaginata, e la reale evoluzione urbana, l’Associazione culturale Miciap - MilanoCittàAperta vuole mostrare come l’identità di un capoluogo si sviluppa anche attraverso tutte quelle trasformazioni urbane, sociali e culturali che l’hanno caratterizzato e continuano a farlo. MilanoCittàAperta è un osservatorio dinamico sulla città; la volontà di creare una rete fra le diverse sensibilità fotografiche e lo spazio dove affermare l’importanza di ogni piccola storia.

bella, caspita, una bella lezione di fotografia e sulla città che vive e pulsa.
belle foto di bravi a me sconosciuti autori.
sono molte ne metto solo alcune...

Ci sono due specie di critiche, l'una che s'ingegna più di scorgere i difetti, l'altra di rivelar le bellezze. A me piace più la seconda che nasce da amore, e vuol destare amore che è padre dell'arte; mentre l'altra mi pare che somigli a superbia, e sotto colore di cercare la verità distrugge tutto, e lascia l'anima sterile.
Luigi Settembrini, Lezioni di letteratura italiana, 1866-1872

© Alfredo Bosco, Fenomelogia a due Issue#5 - Autumn/2010 
Seguendo le date di un calendario segreto, appassionati tangueri si riuniscono la sera per ripopolare una Piazza Affari, altrimenti deserta.

© Carlo Rotondo, Trincee urbane Issue#16 - Summer/2013 
Ci sono 13mila senza tetto a Milano. E i posti letto sono soltanto 2500. Un racconto di chi oggi più paga questa crisi.

© Daniele Faverzani, Il parco delle lune elettriche Issue#9 - Autumn/2011 
Le nuove luminarie dei parchi cittadini disegnano colorati e misteriosi paesaggi notturni. Le luci installate per prevenire il crimine, non avvicinano i cittadini, lasciando i parchi meravigliosamente illuminati ma deserti.

© Daniele Pennati, Ex Sisas Issue#8 - Summer/2011 
Tra la speranza di una nuova vita e il baratro del disastro ambientale, l'ex polo chimico SISAS si offre all'obbiettivo fotografico nel suo desolante e inquietante abbandono.

© Beatrice Speranza, Portiere!Portiere! Issue#19 - Spring/2014 
Un'esplorazione fotografica delle portinerie meneghine, ricordandosi della loro importanza.

© Giampietro Agostini, Public Issue#4 - Summer/2010 
Giampietro Agostini da alcuni anni fotografa manifesti e ha ormai creato una grande raccolta di corpi e volti provenienti da questi diversi mondi, apparentemente lontani e invece vicini.

© Francesco Nencini, Workaholics Issue#3 - Spring/2010 
Workaholics sono dei veri e propri Cavalieri del Lavoro disposti a rinunciare al loro tempo libero e alle loro distrazioni sempre e comunque.

© Piero Raffaelli, Dentro l'auto Issue#4 - Summer/2010 
Un progetto che indaga il complesso mondo del traffico cittadino. Qui si raccontano gli automobilisti. E come dice l'autore, "se li fotografi mantenendo la curiosità, puoi evitare la tipica frustrazione da coatto urbano, puoi evitare l'ansia e lo stress".

© Luca Napoli, Il giorno più bello della mia vita Issue#11 - Spring/2012 Milano, 
2011. Rosaria e Giacomo raccontano la loro storia, vicino al rumore dei treni.

© Maria Vittoria Trovato, Isola Issue#9 - Autumn/2011
Il quartiere Isola aveva una storia a sé nella geografia milanese, come se ci fosse il mare attorno. Oggi il ponte sacrifica, per interessi immobiliari, la sua complessa identità.

© Simone Lombardo, Suzette Issue#15 - Spring/2013 
Suzette viene dal Brasile ed è un transessuale. A Milano sopravvive vendendo il suo corpo ad altri corpi. A Milano Suzette cerca di essere.
© Valentina Bianchi, Nina's drag queen school Issue#15 - Spring/2013 
Un viaggio nella prima scuola per Drag Queen a Milano, dove si insegna alle "nuove adepte" a diventare molto-più-che-solo-donna.

La città è qualcosa di più di una congerie di singoli uomini e di servizi sociali, come strade, edifici, lampioni, linee tranviarie e via dicendo; essa è anche qualcosa di più di una semplice costellazione di istituzioni e di strumenti amministrativi, come tribunali, ospedali, scuole, polizia e funzionari di vario tipo. La città è piuttosto uno stato d'animo, un corpo di costumi e di tradizioni, di atteggiamenti e di sentimenti organizzati entro questi costumi e trasmessi mediante questa tradizione.
Robert Park, La città, 1915

martedì 30 settembre 2014

i mostri

ecco i mostri di Gianni Berengo Gardin.
li ho visti alla Villa Necchi Campiglio, ed è sempre un piacere metterci piede.
non posso definirla una mostra, poco più di venti foto, nemmeno incorniciate, dislocate qua e là senza alcuna presentazione.
le foto, che ritraggono il quotidiano passaggio di mastodontiche navi da crociera nel Canale della Giudecca di Venezia, hanno un loro impatto, di denuncia di un grave inquinamento ambientale, di una follia acquatica e cittadina, trattandosi di mare e terra, trattandosi di Venezia.
ma sono molto ripetitive, detto una volta non c'è bisogno di ripeterlo più di 20, ma a volte le cose vanno ribadite perché vengano capite...





Una mostra di grande impatto che intende far riflettere su questi mostri che quotidianamente minacciano Venezia, che con i loro “inchini” fanno tremare più volte al giorno i suoi preziosi monumenti, che con i loro volumi si impongono prepotentemente alla vista, catturando sguardi e obiettivi, che quasi rubano la scena alle meraviglie della città. Intrusi da cui Venezia appare come un modellino, quasi una riproduzione di quelle rifatte a Las Vegas: un prodotto da consumare rapidamente, senza nemmeno scendere dalla nave. 

Giganti smisurati rispetto al fragile contesto – lunghi due volte Piazza San Marco e alti una volta e mezzo Palazzo Ducale: l’opinione pubblica italiana e mondiale è scandalizzata dal passaggio di questi giganti (anche l’UNESCO ha da poco chiesto nuovamente al Governo italiano di risolvere il problema e di tutelare il delicato ecosistema della perla adriatica, altrimenti potrebbe venire meno il riconoscimento come patrimonio dell’umanità) che continuano però a transitare nel Canale della Giudecca visto che a oggi né divieti, né attenuazioni, né soluzioni integrative hanno spezzato l’invasione quotidiana. 

Le fotografie costituiscono un reportage duro, severo, rigoroso: un lavoro di testimonianza, ma soprattutto di denuncia da parte di uno dei più grandi fotografi italiani, Gianni BerengoGardinche ha vissuto a lungo a Venezia, città di suo padre. Un lavoro che equivale a una presa di posizione netta, che il fotografo sente come un dovere civile. “Questo mio nuovo lavoro – dice Gianni BerengoGardin – vuole essere un atto di denuncia e un gesto d’amore per la mia città d’adozione. Il passaggio delle grandi navi nel cuore di Venezia non rappresenta solamente uno sfregio alla bellezza e un ennesimo, eclatante, episodio nella trasformazione della città in una mera immagine da cartolina, in uno sfondo per selfie. Rappresenta un grave pericolo per uomini ed edifici, una irrimediabile aggressione al suo già fragile equilibrio ambientale.”
(Fondazione Forma per la Fotografia)

lunedì 29 settembre 2014

il tempo delle donne

Milano, Festival delle donne, tre giorni non stop di incontri dibattiti worshop alla Triennale.
alla mia prima sortita, sabato, vado a sentire una presentazione, le donne sullo schermo, al cinema e in televisione.
discorrono Piera Detassis - giornalista e critica cinematografica, direttrice di Ciak- e Ivan Cotroneo, giornalista, scrittore e sceneggiatore (anche della serie fortunata e da me mai vista "Una mamma imperfetta").
come prima uscita è stata deludente.
domenica invece, almeno in parte, ho recuperato un po' di fiducia.
si parla di cinema e, come temevo, insorge la lamentela vetero-femminista sull'esclusione del sesso femminile.
dopo una carrellata di film d'autore e d'epoca che vedono protagoniste femminili di grande rilevanza seppure in un numero esiguo di pellicole si arriva al panorama cinematografico odierno ed ecco sorgere l'immancabile senso di perdita. le donne si sentono sempre in perdita, in mancanza di. gli altri sono sempre mancanti rispetto a noi, che sia un sintomo isterico ricorrente?
il cinema degli ultimi anni pecca di figure femminili, o meglio, di protagoniste femminili.
pare che il cinema italiano poi sia gravemente colpevole di un'assenza ingiustificata di donne come soggetto principale. il cinema internazionale anche, ma forse con tendenze meno sessiste.
le serie televisive vanno meglio, le donne pullulano, the Good wife va forte, non parliamo di Girls con l'ormai osannata Lena Dunham.
fanno eccezioni pochi film, si cita ovviamente Viaggio sola -di cui guarda guarda Cotroneo è sceneggiatore insieme alla regista Maria Sole Tognazzi- si citano gli attuali Lucy (di Luc Besson con Scarlett Johansson) e Maleficent (protagonista Angelina Jolie).
bene.
o male?
non so com'è ma devo dire che mi sembra che il cinema italiano degli ultimi due anni goda di buona salute. ho visto film molto apprezzabili, storie attori registi e professionalità di lodevole spessore e qui ne ho parlato ogni volta che mi sono entusiasmata. ho visto Anime Nere di Munzi e ho pensato si tratti di un grande film, potente e analitico, espressivo e di forte tensione, sono uscita contenta dal cinema e lo devo dire, non mi sono sentita esclusa o discriminata. ci sono poche registe? ci sono poche protagoniste femminili? dobbiamo pensarci defraudate o semplicemente pensare che contano le storie e la buona qualità? che forse non è un ambito ancora esplorato dalle donne? che non è detto che la figura femminile debba competere in tutto con quella maschile, che debba differenziarsi e trovare gli ambiti, sociali lavorativi espressivi e creativi che più le si addicono? abbiamo Alice Rohrwacher che sta emergendo con grande forza, abbiamo la Tognazzi e la Comencini, ma quel che non abbiamo è necessariamente il sintomo di una esclusione o solo il segno di un interesse che maturerà, forse si o forse no?
se penso ai film citati mi viene da dire che se le donne devo essere rappresentate al cinema in film come Maleficent o Lucy, francamente non mi interessa e posso sopportare di vedere film di mirabile bellezza rinunciando ad essere rappresentata come protagonista principale. 
mi dicono che, insomma, Di Caprio guadagna 50 milioni di dollari a film e la Jolie (peraltro attrice più che mediocre) solo 20. non è che ho pensato povera Jolie, ho pensato che questo mondo gira male se due attori possono portarsi a casa cifre simili, che non basta una vita per spenderle tutte. mi fanno orrore entrambi, e non penso che la Jolie sia una poveretta discriminata per il sesso, non ho ripensamenti femministi in proposito. penso che la Jolie fa un lavoro 20 milioni volte meno rilevante del mio e che guadagna 20 milioni di volte di più. penso che le donne possono sentirsi defraudate se guadagnano meno come medici a parità di competenze, con stipendi che hanno una dignità e una ragionevolezza sociali accettabili. oltre certe cifre non c'è più discriminazione tra i sessi, c'è ingiustizia sociale, e basta. 
penso che La grande bellezza non aveva protagoniste femminili, ed è un film eccelso oltre che di enorme successo, e che la Ferilli, unica ad avere una parte rilevante, ha portato a casa la migliore interpretazione di una carriera non particolarmente qualitativa, diciamocelo, francamente di serie B. posso essere contenta ma non mi sono dannata all'idea che il film avesse Servillo come figura portante, anzi.
sono ancora convinta che quel che conta sia la differenziazione e non la lagna sulla parità in ogni ambito. io non ci tengo a vivere come un maschio, ad aggredire come un maschio, a scopare come un maschio, a competere con i maschi. ci tengo ad essere femmina e me ne faccio anche un vanto.
penso che un  festival così avrebbe potuto avere il pregio di far parlare le donne, usarle come portatrici di un sapere, di una competenza, di una matrice inconfondibile (come peraltro quella maschile), avrei voluto sentire parlare le donne di cinema e di poesia e di lavoro e di relazioni, non di avvertire questo sempiterno sentimento di esclusione che non giova a nessuno. e, in effetti, domenica mi sono ricreduta, ho sentito donne dibattere di famiglie allargate secondo il loro punto di vista, ho sentito leggere testi e poesie, ho sentito Giorgia Fiorio parlare (anche se con un linguaggio a tratti troppo infarcito e quasi irritante) di fotografia. meglio, molto meglio, ma arriverà un giorno in cui non sarà necessario segregarsi in un festival e dire semplicemente quel che si pensa in consessi adeguati e competenti (e succede ormai di prassi di avere presenze femminili in ogni ambito) senza cucirci addosso lo stigma di essere donne. 

giovedì 25 settembre 2014

in ordine di sparizione

Norvegia, un biancore gelido terso teso, una dimensione oltre la realtà, un mondo inimmaginabile.
neve solo neve, bianco ovunque.
già l'ambientazione è unica, il film nel suo complesso, anche.
ironico e spassoso, costellato di cadaveri, una simpatica carneficina.
ad ogni morto, ammazzato, appare sullo schermo una croce su sfondo nero, nome e cognome, e via così per tutto il film.
nomi in ordine di apparizione, si legge di solito nelle sequenze dopo l'END. qui in ordine di sparizione.
il bianco si sporca di rosso sangue, gli insospettabili "primi cittadini" diventano killer all'occorrenza, quella di vendicare la morte di un figlio, trovato morto e archiviato: overdose. così per la giustizia ma non per il padre, professione spazzaneve.
e che neve!
mica la poltiglia di Milano, ma nemmeno quella della Val d'Aosta o del Trentino Alto Adige.
no, un'altra cosa, un'altra neve, una neve TOTALE.
e in questo candore si incontrano varie forme di cattiveria, quella over del top appartiene al Conte, bellissimo e crudelissimo, king dello spaccio di droga, ricchissimo, marito divorziato-incattivito e padre sui generis, ossessionato dalla cura di sé e della sua lussuosissima casa, non si fa problemi ad ammazzare la gente come fossero zanzare.
e c'è da ridere. veramente.
poi c'è il rivale serbo, interpretato da Bruno Ganz, che si spartisce l'altra metà del mercato di droga di Oslo e tutta la sua banda. il Conte, sadico oh mamma che sadico, dice sempre "gli albanesi", e i suoi scagnozzi ogni volta "i serbi".
e io rido.
il serbo, al quale il Conte, che fa male i suoi conti, ammazza il figlio in  modo inverecondo appendendolo poi a un cartello stradale che indica i metri sopra il mare,  vive in una casa garage, arredata di specchi lampadari e tappeti, l'altra faccia, kitsch, del lusso da incassi over.
e...io rido.
poi c'è una scena in cui due poliziotti alla ricerca di indizi, di cui uno sensibilissimo che vomita e si impressiona alla vista del male e ha pure freddo (!!), disquisiscono di welfare e concludono che nei paesi caldi non c'è, basta una banana per sopravvivere. solo al freddo esiste il welfare.
e io rido.
il film fa ridere nonostante e grazie ai morti, con quella irriverenza per la morte che ricorda Tarantino, gli attori sono formidabili, il Conte -che figo- rimarrà per sempre nel mio cuore.




In ordine di sparizione 
Un film di Hans Petter Moland.
Con Stellan Skarsgård, Bruno Ganz, Pål Sverre Hagen, Jakob Oftebro, Birgitte Hjort Sørensen