bianco e nero

come una foto. in bianco e nero. nessuna concessione al colore, alla spettacolarita', ai nuovi barbari. bianco e nero colori vividi dell'essenziale, solo l'autenticita' della forma. della sostanza. l'occhio vede e non si inganna.
"questo e' il mio segreto.
veramente semplice.
si vede bene solo con il cuore.
L'essenziale e' invisibile agli occhi."
Il piccolo principe. A.d.S-E.

lunedì 14 maggio 2012

eterna compresenza del tutto nella vita e nella morte

oggi sono atterrita.
gli eventi mi incalzano, mi spiantano, mi sembra di dover pagare un prezzo altissimo per un attimo di felicità.
Luzi è meraviglioso, lo leggo da poco, eppure le sue parole mi consolano, soprattutto quei suoi "quarant'anni d'ansia, d'uggia, d'ilarità improvvise, rapide com'è rapida a marzo la ventata che sparge luce e pioggia...".
non ho niente di più da dire.
veramente.


Nell'imminenza dei quarant'anni 

 Il pensiero m'insegue in questo borgo
cupo ove corre un vento d'altipiano
e il tuffo del rondone taglia il filo
sottile in lontananza dei monti.

 Sono tra poco quarant'anni d'ansia,
d'uggia, d'ilarità improvvise, rapide
com'è rapida a marzo la ventata
che sparge luce e pioggia, son gli indugi,
lo strappo a mani tese dai miei cari,
dai miei luoghi, abitudini di anni
rotte a un tratto che devo ora comprendere.
L'albero di dolore scuote i rami...

Si sollevano gli anni alle mie spalle
a sciami. Non fu vano, è questa l'opera
che si compie ciascuno e tutti insieme
i vivi i morti, penetrare il mondo
opaco lungo vie chiare e cunicoli
fitti d'incontri effimeri e di perdite
o d'amore in amore o in uno solo
di padre in figlio fino a che sia limpido.

 E detto questo posso incamminarmi
spedito tra l'eterna compresenza
del tutto nella vita nella morte,
sparire nella polvere o nel fuoco
se il fuoco oltre la fiamma dura ancora.



“Mario Luzi, nella sua parabola esistenziale e poetica, ha confermato un’assoluta fedeltà a se stesso, anche in quella religiosità diffusa che per lui è sempre stata una vicinanza al cattolicesimo”, ha detto Andrea Zanzotto ricordando la figura del suo caro amico. “Ritengo Luzi, a conti fatti, la maggiore presenza nella poesia italiana: è sempre stato una figura di alto profilo, che ha saputo evidenziarsi in modo particolare nella letteratura e oltre”.

giovedì 10 maggio 2012

hangar Bicocca

intanto vorrei caricare delle foto e questo stupido blog mi dice che ho esaurito lo spazio disponibile e che se ne voglio postare altre devo PAGARE.
sono sconcertata. adesso ci penso su ma al momento credo che posterò senza foto e buonanotte. queste sono le ultime.

nel frattempo mi dedico alla considerazione che l'hangar Bicocca di Milano è un gran bel posto.
sono sempre molto affascinata dal recupero di spazi industriali, enormi, decadenti, fatiscenti, e il riadattamento sotto forma di zone espositive di grande respiro.
un hangar mi fa pensare a un areoporto.
in questo non ho trovato un aereo ma torri, sette, svettanti, minacciose e misteriose.
una rassegna di video molto suggestivi.
un gioco di luci ed ombre evocativo di giochi d'infanzia perduti.

Per HangarBicocca Hans-Peter Feldmann ha ripensato e riproposto una nuova versione di una delle sue più conosciute  installazioni: "Shadow Play".
Su un tavolo lungo circa 20 metri sono allineati alcuni piedistalli che ruotano su se stessi: su ognuno di essi sono collocate oggetti di varia natura tra cui vecchi giocattoli di latta, piccolo elettrodomestici, una pistola, una Barbie e diversi souvenir, che grazie all’illuminazione ravvicinata proiettano sulla parete un teatro delle ombre continuamente mutevole.
sembra di essere un po' al cinema, tipo Toy Story della Pixar, un po' a teatro, un po' nella soffitta di una casa d'epoca, un po' nell'angolo recondito di un segreto giardino d'infanzia. è una piccola riflessione sulla bellezza degli oggetti perduti, sulla memoria, sulla semplicità della bellezza. 


L’installazione site-specific "I Sette Palazzi Celesti", realizzata per HangarBicocca nel 2004, è una delle più importanti opere dell’artista tedesco Anselm Kiefer e deve il suo nome ai Palazzi descritti nell’antico trattato ebraico Sefer Hechalot – il “Libro dei Palazzi/Santuari” – dove si narra il simbolico cammino d’iniziazione spirituale di colui che vuole arrivare al cospetto di Dio. L’opera rappresenta il punto d’arrivo dell’intero lavoro dell’artista e sintetizza i suoi temi principali proiettandoli in una nuova dimensione fuori dal tempo: essi contengono infatti in sé l’interpretazione di un’antica religione (quella ebraica); la rappresentazione delle macerie dell’Occidente dopo la Seconda Guerra Mondiale; la proiezione in un futuro possibile da cui l’artista ci invita a guardare le rovine del nostro presente. 
Le sette torri, del peso di 90 tonnellate ciascuna, hanno altezze variabili tra i 14 e i 18 metri e sono realizzate in cemento armato utilizzando come elementi costruttivi moduli angolari ottenuti dai container utilizzati per il trasporto delle merci. 
sono toste le torri, sembra di essere in un residuo dimenticato e diroccato di mondo. anche in questo caso gioca molto, nella suggestione, il riflesso della memoria: sono in un angolo del mio cervello, quello rettiliano, sono nella preistoria della terra, sono nel passato e nel futuro di guerra, di distruzione, di inizio e fine del mondo. le torri sono potenti e fragili, svettano ma magari cadono, contengono specchi senza riflesso, frammenti di stelle, libri della torah, frasi ebraiche che evocano il nome innominato di dio, navi dell'antico testamento, pellicole di film mai visti o visti tutti i giorni. sono splendide, chi le ha create mi ha regalato un momento sospeso nel tempo.



"NON NON NON", la prima retrospettiva di installazioni e di opere di Yervant Gianikian e Angela Ricci Lucchi, comprende sette film originali e un display concepito dagli artisti che ospita disegni, acquerelli e un video. I film proiettati in HangarBicocca costituiscono nel loro insieme un grande affresco audiovisivo. A partire dalla fine degli anni Settanta i due artisti iniziano una ricerca che li porta a scoprire filmati recuperati negli archivi dei grandi cineasti del passato o trovati nel corso di avventurosi viaggi. Attraverso un dispositivo di loro invenzione, la “Camera Analitica”, i fotogrammi delle vecchie pellicole vengono riproiettati manualmente, rifotografati e rimontati realizzando nuove narrazioni di grande potenza evocativa che affrontano i grandi temi della storia del XX e del XXI secolo come la violenza coloniale, le grandi guerre, l’esilio, le migrazioni dei popoli, visti attraverso gli occhi delle moltitudini anonime. 
sono belli, i filmati, a volte proiettati in sequenza, a volte in contemporanea, lungo spazi molti ampi eppure anche sovrapponibili, sono rallentati, spezzati, e ripetitivi. sone splendide le immagini coloniali, passa in modo sostanziale e fermo, la percezione della sopraffazione, della distanza abissale tra padrone e conquistato, dello sfruttamento. ci sono immagini girate nel deserto, gialle e rosse, che evocano il fuoco del sole africano. ci sono immagini di repertorio che implicano il pensiero di vedere in quel momento gente che non è più ma che ha posato, divertita e spensierata, al tempo del proprio esistere. mi hanno fatto pensare, queste immagini, all'immanenza. a quel tempo e al mio tempo. questo è il mio, bisognerà viverlo degnamente e pienamente. domani potrei essere solo un filmato dei primi anni 2.000. 



sabato 5 maggio 2012

quando la notte. la solitudine della maternità

mi ha chiamata ieri. pensavo fosse per lavoro, fa la psicoterapeuta infantile, segue la figlia di una mia paziente.
no, mi dice, è per me.
è ricaduta in depressione, già tre anni fa aveva preso dei farmaci, ora è ripiombata nell'angoscia.
sono stanca mi dice, stremata: la figlia, di due anni, è in una fase difficile, non dorme, vuole solo lei, la chiama di notte. non dorme sua figlia, non dorme lei.
la capisco in un lampo. genuino autentico moto di compassione, di comprensione viscerale, molto più che professionale.
il caso vuole, o forse no, che ieri sera decida finalmente di guardarmi un film. Quando la notte di Cristina Comencini.

un film che non giudico nel suo complesso, alcuni aspetti narrativi non sono del tutto riusciti.
ma è un film che dice la verità, tutta la verità, niente altro che la verità sull'infinita solitudine della maternità.
oltre i luoghi comuni che vedono la madre come una creatura santificata e gratificata dal ruolo più creativo che la natura abbia ideato, oltre a quello c'è, e tutte le madri lo sanno, l'angoscia della solitudine, del sequestro, della espropriazione del sè, della sensazione di una fatica immane, molto oltre le nostre umane possibilità.
nel film l'amore fa spazio anche all 'odio, si alterna e forse è presente allo stesso modo, a volte, in uno stesso momento. ed è vero, inutile negarlo, quando quel pianto incessante richiedente dipendente ci martella il cervello fino a chiederci dove può arrivare il possesso da parte di "un altro" dei nostri corpo e mente, si arriva a dire: io non posso, io non voglio, io devo sopravvivere.
si tocca, per attimi, si avverte la mostruosità, la crudeltà. per poi morirne, annientate, dal senso di colpa.
questo film dice il vero, lo dice senza mezzi termini, lo dice e basta. finalmente lo dice, coraggiosamente.
il coraggio sta soprattutto nel mostrare la violenza che può esprimersi nella percezione dell'alienazione in una donna normale. non malata, non segregata, non abbandonata, non drogata, non psicotica. normale.
la maternità è anche fatica ingovernabile, è sfinimento, e non può essere portata avanti da sole, la maternità richiede aiuto, comprensione, sostegno. e sono i padri i primi a doverlo dispensare. come si dice nel film, e personalmente lo condivido, i figli si fanno per un uomo, quell'uomo che abbiamo scelto. e quell'uomo deve sapere come starci vicino, sostenerci, capirci e difenderci stanche sfinite inadatte inadeguate arrabbiate e violente. tutte insieme, tutte umanamente così.

lunedì 30 aprile 2012

la musica, il segno d'un'altra orbita

com'è bella l'Università Cattolica di Milano.
non ci andavo da...vent'anni? di più...

due cortili interni immensi immersi nel verde con sculture di Manzù, uno spazio esterno attiguo alla Basilica di Sant'Ambrogio, così vicino da sembrare un'unica struttura. quante magnificenze.
sono stata invitata ad assistere, domenica scorsa 22 aprile 2012, nell'aula magna della Cattolica appunto, all'ascolto di una magnificenza culturale: Montale e la musica, "Il segno di un'altra orbita", una testimonianza poetico-musicale a cura di Giulia Grata, accompagnata da giovani fantastici musicisti e attori degni di questa splendida iniziativa.
quante ma quante e quante cose ancora ho imparato. 
Montale era appassionato di musica, al punto di aver desiderato studiarla per abbracciare quella che definiva una vera arte. ma la musica non fu la via di Montale, lo sappiamo bene, seppure coltivò lungo tutta la vita un vivido amore per l'arte dei suoni.

studiò canto da giovane e fu proprio la musica a condurlo alla poesia. la sua vocazione canora mancava, diceva, del genio e dell'imbecillità necessari alla carriera lirica, ovvero l'istinto musicale e l'ostentazione senza timore del ridicolo. Montale raccontò questa sua passione in un’intervista ironizzando sul “rischio” corso di diventare cantante professionista: “Non avrei resistito alla vita dell’artista lirico che è piena di problemi, di sacrifici e che impone questa di due qualità così diverse, inconciliabili, il genio e l’imbecillità diciamo così. Io non so se avessi il genio, ma certamente no; ma certamente poi non ero completamente provvisto neanche di imbecillità, quindi non si sa che cosa sarebbe venuto fuori da questo connubbio. [...] La scoperta della musica di Debussy mi fece un certo effetto.”
e ancora:
“Scrissi i primi versi da ragazzo. Erano versi umoristici, con rime tronche bizzarre. Più tardi, conosciuto il futurismo, composi anche qualche poesia di tipo fantaisiste, o se si vuole, grottesco-crepuscolare. Ma non pubblicavo e non ero convinto di me. Ambizioni più concrete e più strane mi occupavano. Studiavo allora per debuttare nella parte di Valentino, nel Faust di Gounod; passai poi tutta la parte di Alfonso XII nella Favorita e quella di Lord Aston nella Lucia. L’esperienza più che l’intuizione, della fondamentale unità delle varie arti dev’essere entrata in me anche da qualle porta. I pronostici erano ottimi, ma quando morì il mio maestro, Ernesto Sivori, uno dei primi e più acclamati Boccanegra, mutai rotta, anche perchè l’insonnia non mi dava tregua. L’esperienza mi fu utile: esiste un problema d’impostazione anche fuori dal canto in ogni opera umana [...].Eugenio Montale, Intervista immaginaria, da “La Rassegna d’Italia, I n.1, gennaio 1946.

ma nemmeno la poesia "pura" fu la via di Montale. la poesia, diceva, è impura, sebbene musicale, è un "mostro": “La poesia è un mostro: è musica fatta con parole e persino con idee: nasce come nasce, da un’intonazione iniziale che non si può prevedere prima che nasca il primo verso”. la poesia è ancorata all'oggetto, al reale, alla poesia è affidato il compito di interrogarsi sul vero nome delle cose, sulla loro essenza e diventa canto panico solo quando evoca la fusione con la natura.

qui le poesie lette, associate a tratti a brani di musica. sono così belle che a commentarle ci perderei, ci perderebbero, soltanto. 

Corno inglese
Il vento che stasera suona attento
– ricorda un forte scotere di lame –
gli strumenti dei fitti alberi e spazza
l’orizzonte di rame
dove strisce di luce si protendono
come aquiloni al cielo che rimbomba
(Nuvole in viaggio, chiari
reami di lassù! D’alti Eldoradi
malchiuse porte!)
e il mare che scaglia a scaglia
livido, muta colore,
lancia a terra una tromba
di schiume intorte;
il vento che nasce e muore
nell’ora che lenta s’annera
suonasse te pure stasera
scordato strumento,
cuore.

Nella serra
S'empì d'uno zampettìo
di talpe la limonaia,
brillò in un rosario di caute
gocce la falce fienaia.
S'accese sui pomi cotogni,
un punto, una cocciniglia,
si udì inalberarsi alla striglia
il poney - e poi vinse il sogno.
Rapito e leggero ero intriso
di te, la tua forma era il mio
respiro nascosto, il tuo viso
nel mio si fondeva, e l'oscuro
pensiero di Dio discendeva
sui pochi viventi, tra suoni
celesti e infantili tamburi
e globi sospesi di fulmini

su me, su te, sui limoni...

Potessi almeno costringere
in questo mio ritmo stento
qualche poco del tuo vaneggiamento;
dato mi fosse accordare
alle tue voci il mio balbo parlare:
io che sognava rapirti
le salmastre parole
in cui natura ed arte si confondono,
per gridar meglio la mia malinconia
di fanciullo invecchiato che non doveva pensare.
Ed invece non ho che le lettere fruste
dei dizionari, e l’oscura
voce che amore detta s’affioca,
si fa lamentosa letteratura.
Non ho che queste parole
che come donne pubblicate
s’offrono a chi le richiede;
non ho che queste frasi stancate
che potranno rubarmi anche domani
gli studenti canaglie in versi veri.
Ed il tuo rombo cresce, e si dilata
azzurra l’ombra nuova.
M’abbandonano a prova i miei pensieri.
Sensi non ho; né senso. Non ho limite.

L'anima che dispensa
L'anima che dispensa
furlana e rigodone ad ogni nuova
stagione della strada, s'alimenta
della chiusa passione, la ritrova
a ogni angolo più intensa.

 La tua voce è quest'anima diffusa.
Su fili, su ali, al vento, a caso, col
favore della musa o d'un ordegno,
ritorna lieta o triste.Parlo d'altro,
ad altri che t'ignorae il suo disegno
è là che insiste do re la sol sol...

Nel sonno
Il canto delle strigi, quando un’iride
con intermessi palpiti si stinge,
i gemiti e i sospiri
...di gioventù, l’errore che recinge
le tempie e il vago orror dei cedri smossi
dall’urto della notte – tutto questo
può ritornarmi, traboccar dai fossi,
rompere dai condotti, farmi desto
alla tua voce. Punge il suono d’una
giga crudele, l’avversario chiude
la celata sul viso. Entra la luna
d’amaranto nei chiusi occhi, è una nube
che gonfia; e quando il sonno la trasporta
più in fondo, è sempre sangue oltre la morte.


Montale amava il melodramma, il teatro d'opera, l'"orrido repertorio" più intensamente romantico capace di dipingere nel vivo i diversi sentimenti dell'uomo. "Amo, e lo dico molto semplicemente, quei musici in cui l'amor vitae non si fa uccidere dalla superstizione di un nuovo stile; li amo forse perché indicano la via che avrei voluto seguire nell'arte mia, se ne avessi una e se la poesia fosse davvero un'arte come le altre". lo definiva un teatro povero dalle scene spoglie, reso ricco dall'irrompere dell'imprevisto e del caso, proprietà capaci di svelarne l'arte. Montale esprimeva, con sarcasmo sferzante, la sua idiosincrasia, la sua profonda ostilità per la musica contemporanea dodecafonica, noiosa e angosciante. la definiva democratica, piatta, senza l'egemonia di un suono dominante, al contrario, nella musica tonale, in cui tutto è possibile.
amava Mozart, maestro dell'invenzione pura, animato di vitalità artistica. in lui vedeva la fede dell'artista, intessuta di bontà e umiltà, capace di toccare l'eccellenza senza apparentemente creare nulla di nuovo. sosteneva che il genio, come quello di Mozart, è sempre infantile mentre l'uomo, adulto, è sempre escluso dal dono della grazia.


W.A. Mozart - Abendempfindung an Laura
grazie, di tutto.

sabato 28 aprile 2012

Natalija Rostova

annuncio ufficialmente che il fidanzamento tra
il principe Andrej e Natalija è già finito.

come dire, lo sapevo che Lev (Tolstoj) mi avrebbe dato una mazzata (http://www.nuovateoria.blogspot.it/2012/04/comunico-ufficialmente-il-fidanzamento.html).
certo è che:
- se il principe mio adorato Andreij se ne sta un anno lontano tra Svizzera e Italia per le cure del suo corpicino martoriato in guerra, senza farsi sentire nè tantomeno vedere, sopravvalutando l'umana natura di una sedicenne, il rapporto non ne giova;
- se si intromette quello scriteriato buono a nulla ciuffettone di Anatolij che, per capriccio momentaneo, si incaponisce a volere la bella Natalija e vuole rapirla ad ogni costo e di nascosto -lui, prego di notare, è anche già ammogliato- con l'aiuto di un'altra cima, ovvero la sorella Helene sposa del povero Pierre, la situazione si aggrava;
- se quella donnina fragile e ingenua di Natalija, tanto cara ma anche tanto ignara delle cose della vita, si convince dopo solo tre incontri di aver solo ora conosciuto l'amore, peraltro per un debosciato mollaccione che veramente sembra una mammoletta in confronto alla statuaria mascolinità del mio preferito, il fidanzamento precipita.
allora, è veramente tutto vano, veramente il destino è superiore a ogni volontà.
avrei detto che per mettere su un progettino d'amore come si deve qualcuno, almeno uno, deve pur metterci un po' di sana volontà e convinta consapevolezza.

d'altronde Lev, sulle cose della vita e della guerra, la pensa così:
Se Napoleone non si fosse offeso per la richiesta di ritirarsi oltre la Vistola e non avesse ordinato alle sue truppe di avanzare, la guerra non ci sarebbe stata, ma se tutti i sergenti non avessero voluto riprendere le armi, la guerra del pari sarebbe stata evitata. E altrettanto si dica se fossero mancati gli intrighi dell'Inghilterra, e non ci fosse stato il principe di Oldenburg, né il sentimento di offesa in Alessandro, come pure se in Russia non ci fosse stato il potere autocratico, e né tanto meno la Rivoluzione francese, il Direttorio, e l'Impero né tutto ciò che la Rivoluzione francese aveva prodotto, e così via. Senza una sola di queste cause non sarebbe potuto accadere nulla. Dunque tutte queste cause - miliardi di cause - hanno agito in concomitanza per dar luogo a ciò che accadde. Di conseguenza, nulla fu causa isolata ed esclusiva dell'evento, ma l'evento dovette verificarsi semplicemente perché doveva verificarsi. Milioni di uomini, rinunciando ai loro sentimenti umani e alla loro umana ragione, dovevano andare da occidente a oriente e uccidere i loro simili, così come secoli prima altre folle di uomini erano andati da oriente a occidente per agire all'identico modo.
Ma le azioni di Napoleone e di Alessandro, da una parola dei quali pareva dipendere che l'evento si compisse o meno, non erano più autonome di quelle di ogni singolo soldato spinto alla guerra dalla sorte o dalla coscrizione. Né poteva essere altrimenti: infatti la volontà di Napoleone e di Alessandro (degli uomini, cioè, dai quali pareva dipendere l'evento) poteva tradursi in atto solo per il coincidere d'innumerevoli circostanze diverse; mancando una sola delle quali l'evento non poteva verificarsi. Era, appunto, necessario che i milioni di uomini nelle cui mani risiedeva realmente la forza (i soldati che sparavano, trasportavano gli approvvigionamenti e i cannoni) accettassero di eseguire la volontà di deboli individui, e vi fossero indotti da un infinito numero di cause eterogenee e diverse.

Nella storia il fatalismo è inevitabile per spiegare i fenomeni irrazionali (di quelli, cioè, la cui razionalità ci resta insondabile). Quanto più ci sforziamo di spiegare razionalmente tali aspetti della storia, tanto più essi appaiono ai nostri occhi incongrui e incomprensibili.
Ogni persona vive per se stessa, gode di libertà per raggiungere i propri fini personali e sente con tutto il proprio essere che in un dato momento può compiere o non compiere una data azione; ma non appena l'ha compiuta, quella stessa azione diventa irrimediabile, rientra nel patrimonio della storia, nella quale non ha più carattere di libertà ma di predestinazione.
Ci sono due aspetti della vita, in ogni singola persona: la vita personale, che è tanto più libera quanto più astratti sono i suoi interessi; e la vita elementare, di branco, nella quale l'uomo inevitabilmente esegue le leggi che gli sono prescritte.
Coscientemente l'uomo vive per sé, ma incoscientemente, diventa lo strumento atto a perseguire i fini della storia, della comunità umana. Una volta compiuto l'atto è irrimediabile e le sue conseguenze, coincidendo nel tempo con milioni di altre azioni di altri uomini, assumono un significato storico. Quanto più in alto si colloca una persona nella scala sociale, quanto maggiore è il numero delle persone alle quali è legato, tanto più evidenti sono la predeterminazione e l'inevitabilità di ciascuno dei suoi atti.

e ora cosa mi aspetta?
ci sono accenni a un interesse di Pierre ma spero si tratti solo di un diversivo.
Pierre, no, lui no, con Natalija no.
Andrej è tornato nell'esercito, campagna del 1812 contro Napoleone (e chi se no?) invasore dell'amata Russia.
se non si fa l'amore, si fa la guerra.

mercoledì 25 aprile 2012

la casa degli italiani

Fiera di Milano
19 aprile
sera
piove
sotto l'ombrello
stretti stretti
soli
due ore di visita
rivista di AD in omaggio, uscendo
saluto la guardia
gente che lavora di notte
fa freddo
piove ancora
è aprile?
sono le 23
19 aprile
una serata, una bella serata
oggetti-case-arredi-idee-stili-forme-immagini-merce-aziende da vedere
un bello spazio in fiera, un viaggio nello spazio domestico, uno sguardo sugli spazi
AD - La casa degli Italiani dal 1861 al 2011.













molti video, oggetti, icone di stile e oltre 200 foto di interni di grande formato.
panoramica sull'evoluzione dello stile di vita, del gusto e delle abitudini nel nostro Paese.
sette i periodi rappresentati: l'Italia dell'800 (1861-1900), l'età giolittiana (1901-1920) con uno spazio ad hoc dedicato al collezionista, il Ventennio (1921-1945) introdotto da una visita del Vittoriale, la Ricostruzione e il Boom (1946-1967), gli anni delle crisi (1968- 1980), l'ascesa e la caduta del consumismo (1981-2000), l'era di Internet (2001-2011).
casa italiana, pur nelle radicali trasformazioni, sempre legata ad alcuni paradigmi: qualità degli arredi, sentimento del bello, armonia delle differenze, intreccio di tradizione e modernità e la persistenza dell'arte. rassegna di oggetti che hanno accompagnato l'evoluzione dell'abitare (arredi, telefoni, radio, televisori, computer, elettrodomestici, servizi da tavola, suppellettili) e apporti multimediali interattivi (spezzoni di film, gallerie virtuali d'arte, stanze animate).
apposite nicchie per il "ritratto", sempre multimediale, di 76 aziende protagoniste nella trasformazione del nostro paesaggio domestico e nella materializzazione dello stile AD.


caso mai
il problema
è
troppo
troppo da leggere
troppo da vedere
bellissimi gli art-box: gallerie virtuali di arte, una per ogni periodo rappresentato, quadri e sculture raffiguranti interni, stili, arredi, modi di ogni epoca. da perdersi.
da vedere
è finita il 22 aprile
da vedere lo stesso

lunedì 23 aprile 2012

cosa sono le nuvole

a una festa di laurea -seconda laurea, abbiamo tutti ormai una certa età- Susa e Simone cantano.
amici della neo laureata, ci saziano oltre il cibo, di parole in musica.
una delizia, non avrebbero dovuto finire mai, stare ancora lì, e, forse, nei sogni, in effetti ci sono e ci allietano.
una delle sorprese sono le scelte musicali, parole e canzoni dal mondo, oppure dall'Italia.
si, anche canzoni italiane, ma quali?
questa.
Modugno, parole di Pasolini.
(trattasi della musica per un film di Pasolini, una rivisitazione dell'Otello di Shakespeare)
stupore.
fascinazione.
bella suonata così con la chitarra, sono un po' ubriaco ma ci provo, parole e incanto, ma di chi è? di modugno, ah davvero?, parole di pasolini, urca!



Cosa sono le nuvole
D. Modugno - P.P. Pasolini
Che io possa esser dannato
se non ti amo
e se così non fosse
non capirei più niente
tutto il mio folle amore
lo soffia il cielo
lo soffia il cielo
così

ahh ma l'erba soavemente delicata
di un profumo che da gli spasimi
ahh tu non fossi mai nata
tutto il mio folle amore
lo soffia il cielo
lo soffia il cielo
così

il derubato che sorride
ruba qualcosa al ladro
ma il derubato che piange
ruba qualcosa a se stesso
perciò io vi dico
finché sorriderò
tu non sarai perduta

ma queste son parole
e non ho mai sentito
che un cuore, un cuore affranto
si cura
l'unico e tutto il mio folle amore
lo soffia il cielo
lo soffia il cielo
così