bianco e nero

come una foto. in bianco e nero. nessuna concessione al colore, alla spettacolarita', ai nuovi barbari. bianco e nero colori vividi dell'essenziale, solo l'autenticita' della forma. della sostanza. l'occhio vede e non si inganna.
"questo e' il mio segreto.
veramente semplice.
si vede bene solo con il cuore.
L'essenziale e' invisibile agli occhi."
Il piccolo principe. A.d.S-E.

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giovedì 4 febbraio 2016

sarò mamma

non avrei mai creduto possibile che una come Giorgia Meloni mi facesse tenerezza.
ma mai.
mai e poi mai.
e poi dice: sarò mamma, ma non sono sposata, al Family Day (che siano benedetti) facendo un autogol clamoroso, dice frasi confuse sulle coppie di fatto, forse, ho pensato, ha dimenticato molte cose su come vanno le cose...
e ne sono certa invece, la maternità (benedetta) la rende umana, improvvisamente.
leggo sul giornale, dice: per la prima volta non so cosa dire.
e vivaddio, penso io.
un miracolo.
di lei posso dire che le cose che dice...non mi piacciono, mettiamola giù così. senza troppe questioni, quel che dice non mi va, e lei direbbe altrettanto di me. siamo diverse, i nostri elaborati mentali e le nostre umane considerazioni non coincidono.
ok.
punto.
potrei dire che l'ho sempre trovata irreprensibile, seria, ma di lei si sa poco, basta mettersi un attimo di più sulla piazza, rendersi più spendibili, che le magagne saltano subito all'occhio, questione di illuminazione, accecante. 
ma che dica che non sa che cosa dire pone su di lei, momentaneamente, un'aura di sincerissima empatia. certo, l'attesa la rende umana, incapace di far fronte, prossima all'alterità femminile, senza parole, sguarnita, come è giusto che sia, aspettando un bambino. quell'aria da combattente, quell'asprezza che metterebbe tutti alle porte, quel dire risoluto su come si deve fare con i poveracci striscianti bagnati (ma, si sa, armati di jihadismo fino ai denti), quel saper tutto su come mettere ognuno al suo posto...fanno posto al "per una volta non so cosa dire" dopo le offese meschine a proposito della sua prossima maternità.
leggo ancora l'intervista e dice cose disarmanti, parla del suo compagno, del maschio che vorrebbe, del non vorrei proprio fare una campagna elettorale con la pancia di otto mesi...non mi sembra il caso...
l'abbraccerei, finalmente umana, finalmente capace di ottenere empatia, solidarietà, finalmente posate le parole dell'odio per armarsi della non parola, quella del dubbio, dello smarrimento, della fragilità, e delle parole morbide e tonde della donna che spera,
in un futuro, 
quello che ha in sè.
miracolo.

sabato 5 maggio 2012

quando la notte. la solitudine della maternità

mi ha chiamata ieri. pensavo fosse per lavoro, fa la psicoterapeuta infantile, segue la figlia di una mia paziente.
no, mi dice, è per me.
è ricaduta in depressione, già tre anni fa aveva preso dei farmaci, ora è ripiombata nell'angoscia.
sono stanca mi dice, stremata: la figlia, di due anni, è in una fase difficile, non dorme, vuole solo lei, la chiama di notte. non dorme sua figlia, non dorme lei.
la capisco in un lampo. genuino autentico moto di compassione, di comprensione viscerale, molto più che professionale.
il caso vuole, o forse no, che ieri sera decida finalmente di guardarmi un film. Quando la notte di Cristina Comencini.

un film che non giudico nel suo complesso, alcuni aspetti narrativi non sono del tutto riusciti.
ma è un film che dice la verità, tutta la verità, niente altro che la verità sull'infinita solitudine della maternità.
oltre i luoghi comuni che vedono la madre come una creatura santificata e gratificata dal ruolo più creativo che la natura abbia ideato, oltre a quello c'è, e tutte le madri lo sanno, l'angoscia della solitudine, del sequestro, della espropriazione del sè, della sensazione di una fatica immane, molto oltre le nostre umane possibilità.
nel film l'amore fa spazio anche all 'odio, si alterna e forse è presente allo stesso modo, a volte, in uno stesso momento. ed è vero, inutile negarlo, quando quel pianto incessante richiedente dipendente ci martella il cervello fino a chiederci dove può arrivare il possesso da parte di "un altro" dei nostri corpo e mente, si arriva a dire: io non posso, io non voglio, io devo sopravvivere.
si tocca, per attimi, si avverte la mostruosità, la crudeltà. per poi morirne, annientate, dal senso di colpa.
questo film dice il vero, lo dice senza mezzi termini, lo dice e basta. finalmente lo dice, coraggiosamente.
il coraggio sta soprattutto nel mostrare la violenza che può esprimersi nella percezione dell'alienazione in una donna normale. non malata, non segregata, non abbandonata, non drogata, non psicotica. normale.
la maternità è anche fatica ingovernabile, è sfinimento, e non può essere portata avanti da sole, la maternità richiede aiuto, comprensione, sostegno. e sono i padri i primi a doverlo dispensare. come si dice nel film, e personalmente lo condivido, i figli si fanno per un uomo, quell'uomo che abbiamo scelto. e quell'uomo deve sapere come starci vicino, sostenerci, capirci e difenderci stanche sfinite inadatte inadeguate arrabbiate e violente. tutte insieme, tutte umanamente così.

giovedì 22 luglio 2010

Tieni un capo del filo, con l'altro capo in mano io correrò nel mondo. E se dovessi perdermi tu, mammina mia, tira.



"venuto al mondo", margaret mazzantini, conosce nessuno?
un libro da paura. veramente. altro che caldo, da sciogliersi per eccesso di calore intensita' mannaia del pensiero. quella scrive come pensa. e' pericolosa, credetemi.
l'ho già sentita vibrare sulla pelle con "non ti muovere" e anche questa volta penso che questa donna scrive senza la mediazione della buona educazione. a me il suo pensiero arriva diretto ovunque, in questo caso non ha risparmiato nemmeno l'utero.
un libro da leggere solo se dotati di buon equilibrio psicofisico: io non ce l'ho, nè ora nè mai, ma l'ho letto lo stesso.
e si vede, ne porto i segni qua e la'.
un libro da leggere, preferibilmente se si sono risolti, o almeno valutati, i dubbi sulla maternità, oltre alla propria, ipotetica o reale, anche su quelle che si desiderano oltre ogni ragionevole dubbio, quelle che sventrano l'utero nonostante tutto, nonostante il corpo e la mente dicano NO.
è Sarajevo che fa da sfondo a un amore che sembra illusoriamente senza fine, morte e guerra che fanno da culla alla nascita. un parallelismo che la dice lunga su una maternità che fa morti intorno a sè. da un ventre malato moribondo sanguinante e putrefatto nasce la vita.
un libro senza sconti, una storia che sgretola certezze, una scrittrice con un talento, per me, senza scampo.


"Raggiungiamo l'ospedale del Kosevo. Nell'obitorio c'è quell'odore inconfondibile, acre e dolciastro. Passiamo accanto al corpo di una ragazza con i jeans e senza braccia, poi un uomo carbonizzato, la pelle nera, ritirata sulle ossa del cranio, i denti scoperti. Ci hanno dato una mascherina impregnata di disinfettante per proteggerci da quell'odore.
Poi mi accorgo del bambino, è la salma successiva, dopo una barella vuota. Sembra un bambino blu. Si, ha quel pallore leggermente celeste dei santi in chiesa. È composto, non ha sangue sul viso, e ha quel genere di capelli che restano sempre in ordine, ruvidi, tagliati corti, come un cappello di pelo ... sono così vivi che mi sembra di sentirne l'odore, quello della testa un po' sudata sotto, di bambino che ha giocato. È una lucertola blu, questo bambino. Un piccolo santo. Dev'essere morto da poco, da pochissimo. Mi avvicino per guardarlo meglio, non c'è nessuno con lui...Fuori da qualunque realtà. Il retrobottega della guerra, corpi ammucchiati come giocattoli rotti. Il bambino ha un golf a strisce. Gli guardo una mano, leggermente schiusa, abbandonata come nel sonno. L'innocenza reclinata umilmente alla morte. Gli guardo le unghie, dove mi sembra si sia fermata l'anima. Dovrei andarmene perché sento che non mi salverò più da questa visione, che questo bambino entrerà in me e uscirà solo quando anch'io morirò. Sarà l'ultima cosa che vedrò, e la prima che vorrò raggiungere, dopo, quando cercherò le unghie di questo bambino nel volo azzurro delle anime. Non mi chiedo dov'è sua madre, perché non è qui a piangere, forse è morta anche lei. Perché adesso sono io la madre del bambino, gli tocco la mano. So che non dovrei farlo. È che mi sembra di poterlo fare. Nessuno è qui a piangere sulla salma del bambino, a reclamarla. È appena morto, sembra ancora vivo. Sembra che possa fare un guizzo, piantarmi gli occhi addosso e andarsene in fretta come un topo, spaventato di trovarsi qui.
Ora avrei la cura per i potenti del mondo, per gli uomini in giacca e cravatta intorno al tavolo della finta pace. Bisognerebbe posare il bambino blu su quel tavolo. Dovrebbero restare chiusi in quella stanza, senza potersi muovere. Restare. Vedere la morte che fa il suo lavoro metodico, che se lo mangia da dentro. Distribuire panini, sigarette, acqua minerale e lasciarli lì, mentre il bambino si svuota, si decompone fino alle ossa. Per giorni. Per tutti i giorni che ci vogliono. Questo esattamente farei.
E adesso so di essere diventata madre davanti a questo bambino morto. Le ossa del bacino si sono aperte, un parto è passato in questo obitorio.
La ribellione mi fa battere i denti.
Vedo il bambino nel suo fluido azzurro. Gli tengo la mano.
Percorro tutto il corpo, un gomito, i lividi sui polpacci tra la peluria sottile.
Cosa c'è dopo un bambino morto?
Nulla, credo, solo la replica sorda di noi stessi.
Il bambino è qui, con i suoi capelli da bambino, una calotta di pelo che esala ancora l'odore della vita. Gli occhi murati dei santi, dei martiri che indietreggiano. La pelle delle palpebre è liquida, gli occhi sotto traspaiono come acini d'uva ... non sono del tutto chiusi, resta uno spiraglio tra le ciglia. Una strada. Come un camminamento scuro tra la neve fresca.
Prendo la mano del bambino, m'incammino con lui. Perché sei nato? gli chiedo.
Velida si avvicina. «Possiamo andare, adesso.»
Poi anche lei si accorge del bambino, si mette una mano sulla bocca. «Di chi è?» sussurra.
«Non lo so.»
Si guarda intorno come cercasse qualcosa, qualcuno ... il motivo di tutto questo. Anche lei non ha avuto figli, siamo due donne inutili, due biciclette senza catena.
«È il figlio della guerra ... » dico, e non so quello che sto dicendo, quello che sto pensando, non so cosa sono diventata.
Siamo sole in un campo di morti. C'è un bambino blu che non potrò più dimenticare. Non dovevo essere qui oggi, non dovevo essere io a consolarlo, a tenergli la mano. È stato un caso.
Ci avviamo verso l'uscita. La mascherina intrisa di disinfettante mi protegge dall' odore. Non devo più voltarmi. Attraversiamo il buio, lo scheletro della città.
Cammino nel fango delle lacrime, affogo nell'asola di quegli occhi che non s'erano chiusi del tutto e adesso saranno già sepolti, incollati di terra come una lumaca schiacciata. Non piangerò mai più così, nemmeno quando resterò sola. Quel giorno sarò forte come una vedova bosniaca, come Velida.
Davanti al bambino lei ha detto: «I mariti possono morire, i figli no».
Per qualche giorno non sento più nulla. Resto chiusa nel fuoco blu di quella visione. Intorno a me solo materia fredda. Il pensiero del bambino sotto la terra non mi lascia in pace. S'indurisce come un fossile nella pietra, un guscio. È l'ultimo gradino di questa scala che si arrampica nel vuoto. Non posso più toccare questa terra dove pascolano lumache e morti. Insieme al bambino blu mi sembra che siano morti tutti i bambini del mondo. Fa freddo, il ghiaccio si aggrappa alle cose, le cattura. I bambini giocano a scivolare, non li guardo nemmeno, mi sembrano fantasmi, creature incolonnate verso la morte."

“spegni tutto, cazzo aspetti, Dio? Togli il sole, buttaci addosso dal cielo un pianeta nero come il cuore dei bracconieri in cravatta. Oscura tutto una volta per sempre. Cancella anche il bene, perché il male vive nelle sue tasche. In questo istante. In questo. Perche' in questo istante un bambino sta per essere raggiunto. Salva l'ultimo. Spegni tutto, Dio. E non avere pietà, non abbiamo diritto a nessun testimone.”

"Ogni volta che sono andata a trovare una mia amica che a tra cuscini bianchi e fiocchi, ogni volta che ho visto quel nitore, ogni volta che ho sentito quell'odore indescrivibile di carne nata, di bambino nuovo ... ma anche solo quello dei detergenti, dei dischetti per disinfettare i capezzoli prima dell'allattamento, ogni volta che ho sorriso, ho detto che meraviglia, che incanto, ogni volta mi sono sentita un pezzo più sola, un pezzo più brutta. E sono uscita da quelle tane d'ovatta, dopo aver depositato il mio regalino d'augurio, rabbuiata. E ho camminato per un po', randagia, senza essere più io.
Io non ho partorito. Non si guarisce mai da ciò che ci manca, ci si adatta, ci si racconta altre verità. Si convive con se stessi, con la nostalgia della vita, come i vecchi.
lo non ho partecipato all'evento primigenio, alla rigenerazione di me stessa. Il mio corpo è stato estromesso all'origine da questo banchetto che le donne comuni ripetono a raffica, sazie, indifferenti verso quelle come me.
I parti cambiano le ossa, le spostano. Mia nonna diceva che ogni nascita è un chiodo nel corpo di una donna, un ferro di cavallo. E che prima di morire le madri rivedono i parti che hanno fatto, il corpo che si spalanca e cede al mondo carbone bianco. Vedono i chiodi, la traccia del loro percorso. Morendo cosa ricorderò? Quale sarà il mio ferro di cavallo?"