bianco e nero

come una foto. in bianco e nero. nessuna concessione al colore, alla spettacolarita', ai nuovi barbari. bianco e nero colori vividi dell'essenziale, solo l'autenticita' della forma. della sostanza. l'occhio vede e non si inganna.
"questo e' il mio segreto.
veramente semplice.
si vede bene solo con il cuore.
L'essenziale e' invisibile agli occhi."
Il piccolo principe. A.d.S-E.

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venerdì 25 ottobre 2019

quanto più è dura l'oppressione, tanto più è diffusa tra gi oppressi la disponibilità a collaborare con il potere

ho visto Se questo è un uomo, al Parenti, regia e interpretazione di Valter Malosti, scenografia di Margherita Palli.
non mi è piaciuto, direi di no.
non ho condiviso il tono rabbioso di Malosti.
non c'è rabbia in Levi, non è la sua modulazione.
la sua è una quieta e ferma disperazione.
non ho ritrovato il messaggio di Levi.
la sua è una valutazione filosofica dell'uomo, quello che emerge da questo libro, e forse ancora di più, ne I sommersi e i salvati , è una constatazione sull'uomo che non ci da molta speranza.
nella condizione strema del lager quello che è emerge è che nell'uomo c'è qualcosa di guasto.
c'è una predisposizione - individuabile nella "zona grigia"- alla corruzione interna che è immedicabile, inguaribile, ineliminabile. e non stiamo parlando dei carnefici, parliamo delle vittime.
il lager, nella sua perfetta macchinazione verte non tanto alla distruzione di massa, quanto piuttosto alla desertificazione dell'uomo, alla sua nullificazione. è questo il vero ideale del nazismo, che ha constatao Levi: il lager si costruisce come un dispositivo infallibile, in ogni sua manifestazione e declinazione, per condurre l'uomo all'estremo limite dell'umanità, all'eviscerazione del nocciolo.
e chi ha manifestato umanità è morto, chi è sopravvissuto ha certamente messo in atto alleanze con il male. senza scampo, vivere o morire, in entrambi i casi l'uomo ne esce senza speranza, annientato.
nulla ti tutto questo emerge nello spettacolo che si limita a una narrazione sopra le righe dell'esperienza concentrazionaria.



  • E' ingenuo, assurdo e storicamente falso ritenere che un sistema infero, qual era il nazionalsocialismo, santifichi le sue vittime: al contrario, esso le degrada, le assimila a sé, e ciò è tanto più quanto più esse sono disponibili, bianche, prive di un'ossatura politica o morale. Da molti segni, pare che sia giunto il tempo di esplorare lo spazio che separa (non solo nei Lager nazisti!) le vittime dai persecutori. (p. 27)
  • In secondo luogo, ed a contrasto con una certa stilizzazione agiografica e retorica, quanto più è dura l'oppressione, tanto più è diffusa tra gi oppressi la disponibilità a collaborare con il potere. (p. 30)
  • Chi diventava Kapo? Occorre ancora una volta distinguere. In primo luogo, coloro a cui la possibilità veniva offerta, e cioè gli individui in cui il comandante del Lager o i suoi delegati (che spesso erano buoni psicologi) intravedevano la potenzialità del collaboratore: rei comuni tratti dalle carceri, […] Ma molti, come accennato, aspiravano al potere spontaneamente: lo cercavano i sadici […]. Lo cercavano i frustrati […] Lo cercavano, infine, i molti fra gli oppressi che subivano il contagio degli oppressori e tendevano inconsciamente ad identificarsi con loro. (p. 33)
  • Non so, e non mi interessa sapere, se nel mio profondo si annidi un assassino, ma so che vittima incolpevole sono stato ed assassino no; so che gli assassini sono esistiti, non solo in Germania, e ancora esistono, e che confonderli con le loro vittime è una malattia morale o un vezzo estetistico o un sinistro segnale di complicità; soprattutto, è un prezioso servigio reso (volutamente o no) ai negatori della verità. […] Rimane vero che, in Lager e fuori, esistono persone grigie, ambigue, pronte al compromesso. La tensione estrema del Lager tende ad accrescerne la schiera. (p. 35)
  • La vergogna che i tedeschi non conobbero, quella che il giusto prova davanti alla colpa commessa da altrui, e gli rimorde che esista, che sia stata introdotta irrevocabilmente nel mondo delle cose che esistono, e che la sua volontà sia stata nulla o scarsa, e non abbia valso a difesa. (p. 55)
  • I "salvati" del Lager non erano i migliori, i predestinati al bene, i latori di un messaggio: quanto io avevo visto e vissuto dimostrava l'esatto contrario. Sopravvivevano di preferenza i peggiori, gli egoisti, i violenti, gli insensibili, i collaboratori della "zona grigia", le spie. Non era una regola certa (non c'erano, né ci sono nelle cose umane, regole certe), ma era pure una regola. Mi sentivo sì innocente, ma intruppato tra i salvati, e perciò alla ricerca permanente di una giustificazione, davanti agli occhi miei e degli altri. Sopravvivevano i peggiori, cioè i più adatti; i migliori sono morti tutti. (p. 63)
  • venerdì 2 febbraio 2018

    vi si sfaccia la casa, la malattia vi impedisca, i vostri nati torcano il viso da voi.

    vado pazza per gli scrittori ebrei, sono i migliori al mondo, Philip Roth è il più grande scrittore vivente, ma il mio rapporto con il popolo ebraico è certamente controverso. li trovo geniali per certi aspetti, riconosco in loro un'intelligenza acutissima, ma sono arroganti e, nella maggior parte dei casi fanatici. non condivido le loro scelte di casa, non approvo la politica dei confini, mi allarma l'infiltrazione della religione negli affari di stato.
    detto ciò su certe cose non si scherza.
    detto ciò sull'olocausto non voglio sentire una parola.
    detto ciò i polacchi mi fanno pena, in seconda battuta, in prima mi fanno orrore.
    la legge che hanno da poco approvato prevede 3 anni di carcere per chi sostiene un coinvolgimento della popolazione polacca nella politica di sterminio della Germania nazista.
    non si può dire campi di concentramento polacchi.
    io per cominciare, lo dico.
    Campi di concentramento polacchi.
    il 90% erano, sono, sul suolo polacco.
    comincio a capire la paura di molti dei sopravvissuti secondo cui alla loro morte, e prima o poi saranno morti tutti, la marcescenza cerebrale del negazionismo possa prendere piede.
    finiti i testimoni, finita la verità storica.
    il problema è, oltre all'ovvia preoccupazione per la libertà di parola e per l'irriducibilità della lettura della storia al servizio dei fanatismi religiosi e ideologici, che possono anche darne 10 di anni, tagliare la lingua, mozzare mani e piedi a chi osa sostenere il coinvolgimento polacco e non alle pratiche naziste, ma la questione, una volta emersa, è immodificabile.
    è interessante che i polacchi abbiano avuto la necessità di ribadire: io non c'ero.
    non conosco le questioni che agitano questo popolo ma mi sembra evidente, come sempre in questi casi, che la necessità di sostenere, non richiesta, un'estraneità ai fatti sia un modo per affermare il contrario. ora, quanto meno, ci sara' molto interesse a dimostrarne la colpevolezza. 
    purtroppo, per loro, per tutti, ebrei compresi, quel che è accaduto ad opera dei nazisti è quel che Primo Levi ci ha detto a gran voce, e che voce, cazzo, che voce: che questo è l'uomo.
    una volta che lo abbiamo capito, una volta che è successo ed è successo molte altre volte e ancora sta accadendo ORA, non lo possiamo cancellare nemmeno scomodando le leggi o condannando alla pena di morte il mondo.
    questo è l'uomo, capace di ogni cosa, capace dell'inimmaginabile.
    non si torna indietro, la verità è stata già scritta, per sempre.

    Voi che vivete sicuri
     nelle vostre tiepide case,
    voi che trovate tornando a sera
    il cibo caldo e i visi amici:
    considerate se questo è un uomo,
    che lavora nel fango,
    che non conosce pace,
    che lotta per mezzo pane,
    che muore per un sì o per un no.
    Considerate se questa è una donna
    senza capelli e senza nome,
    senza più forza di ricordare,
    vuoti gli occhi e freddo il grembo
    come una rana d’inverno.
    Meditate che questo è stato:
    i comando queste parole.
    Scolpitele nel vostro cuore,
    stando in casa andando per via,
    coricandovi alzandovi;
    ripetetele ai vostri figli.
    O vi si sfaccia la casa,
    la malattia vi impedisca,
    i vostri nati torcano il viso da voi.

    martedì 17 dicembre 2013

    è non-umana l’esperienza di chi ha vissuto giorni in cui l’uomo è stato una cosa agli occhi dell’uomo

    una macchina brucia, avvolta dalle fiamme, sul lato della tangenziale.
    fumo, molta coda, tantissimo ritardo.
    un segnale autostradale lampeggia 1 km prima e segnala: veicolo in fiamme.
    lo vedo, il fumo, avvicinarsi nell'estenuante cambio tra prima e seconda che la coda impone.
    tra ieri e oggi sarò stata in auto 3 ore, almeno. anche di più. gli audiolibri mi salvano la vita dall'inedia e dalla disperazione.
    passo vicino, l'auto è completamente avvolta dal fuoco, il finestrino del guidatore è aperto, le fiamme escono voraci dallo scheletro della macchina, il mio pensiero va alla dinamica, non c'è incidente, solo una macchina a lato, quasi parcheggiata, e va a chi guidava: dov'è?
    sono certamente sconvolta dalla lettura che mi salva la vita di questi tempi, da quell'uomo che si domanda della natura umana. sono certamente avvolta dalle fiamme, come quella macchina, sono tormentata da domande e immagini di repertorio, e da immagini che mi vengono dalle parole del libro.
    l'ho finito proprio questa mattina, proprio mentre il fuoco saliva nero sul cielo terso gelido implacabile di queste mattine di dicembre.
    leggo Saviano che commenta l'audiolibro da lui stesso raccontato in un opuscolo di accompagnamento, e mi trovo d'accordo su tutto, e scopro che anche Saviano legge audiolibri a manetta, parla dei lunghi viaggi in auto con la sua scorta accompagnati dalla lettura a voce alta, e questa sintonia mi riempie di un sentimento di vicinanza. assurdo, penso assurdo, vicina a un uomo che non conosco e lontana da persone che vedo tutti i giorni, un sentimento falso, una balla che mi racconto.
    questo libro mi sgomenta: 
    26 gennaio. 
    Noi giacevamo in un mondo di morti e di larve. L’ultima traccia di civiltà era sparita intorno a noi e dentro di noi. L’opera di bestializzazione, intrapresa dai tedeschi trionfanti, era stata portata a compimento dai tedeschi disfatti. È uomo chi uccide, è uomo chi fa o subisce ingiusti- zia; non è uomo chi, perso ogni ritegno, divide il letto con un cadavere. Chi ha atteso che il suo vicino finisse di morire per togliergli un quarto di pane, è, pur senza sua colpa, più lontano dal modello dell’uomo pensante, che il più rozzo pigmeo e il sadico più atroce. Parte del nostro esistere ha sede nelle anime di chi ci accosta: ecco perché è non-umana l’esperienza di chi ha vissuto giorni in cui l’uomo è stato una cosa agli occhi dell’uomo. Noi tre ne fummo in gran parte immuni, e ce ne dobbiamo mutua gratitudine; perciò la mia amicizia con Charles resisterà al tempo.

    nella visione di Primo Levi la condizione del lager in cui un uomo, un salvato, sopravviverà a un altro, un sommerso, sarà anche l'esito di una capacità di sopravvivenza, ma sarà anche inesorabilmente la condanna di un essere umano a sfavore di un altro. non c'è, di fatto, salvezza possibile sul piano morale, perchè la vicinanza con la morte, la strenua lotta per sopravvivere, la condivisione di fame, diperazione, sopruso, malattia, deprimento, abruttimento, percosse, condurrà un essere umano a privare un altro di un respiro, di una briciola, di una coperta seppure imbrattata di sangue, escrementi e pulci. il non-umano è un'esperienza di degradazione che colpisce tutti, senza speranza, e chi si sottrae, per scelta o incapacità di fare altrimenti, sarà il primo a morire. 

    Qui è diverso. Di fronte alle ragazze del laboratorio, noi tre ci sentiamo sprofondare di vergogna e di imbarazzo. Noi sappiamo qual è il nostro aspetto: ci vediamo l’un l’altro, e talora ci accade di specchiarci in un vetro terso. Siamo ridicoli e ripugnanti. Il nostro cranio è calvo il lunedì, e coperto di una corta muffa brunastra il sa- bato. Abbiamo il viso gonfio e giallo, segnato in permanenza dai tagli del barbiere frettoloso, e spesso da lividure e piaghe torpide; abbiamo il collo lungo e nodoso come polli spennati. I nostri abiti sono incredibilmente sudici, macchiati di fango, sangue e untume; le brache di Kandel gli arrivano a metà polpacci, rivelando le caviglie ossute e pelose; la mia giacca mi spiove dalle spalle come da un attaccapanni di legno. Siamo pieni di pulci, e spesso ci grattiamo spudoratamente; siamo costretti a domandare di andare alla latrina con umiliante frequenza. I nostri zoccoli di legno sono insopportabilmente rumorosi, e incrostati di strati alterni di fango e del grasso regolamentare. E poi, al nostro odore noi siamo ormai avvezzi, ma le ragazze no, e non perdono occasione per manifestarcelo. 
    Non è l’odore generico di mal lavato, ma l’odore di Häftling, scialbo e dolciastro, che ci ha accolti al nostro arrivo in Lager ed esala tenace dai dormitori, dalle cucine, dai lavatoi e dai cessi del Lager. Lo si acquista subito e non lo si perde più: «così giovane e già puzzi!», così si usa accogliere fra noi i nuovi arrivati. A noi queste ragazze sembrano creature ultraterrene. Sono tre giovani tedesche, più Fräulein Liczba, polacca, che è la magazziniera, e Frau Mayer che è la segretaria. Hanno la pelle liscia e rosea, begli abiti colorati, puliti e caldi, i capelli biondi, lunghi e ben ravviati; parlano con molta grazia e compostezza, e invece di tenere il labora- torio ordinato e pulito, come dovrebbero, fumano negli angoli, mangiano pubblicamente tartine di pane e marmellata, si limano le unghie, rompono molta vetreria e poi cercano di darne a noi la colpa; quando scopano ci scopano i piedi. Con noi non parlano, e arricciano il naso quando ci vedono trascinarci per il laboratorio, squallidi e sudici, disadatti e malfermi sugli zoccoli. Una volta ho chiesto una informazione a Fräulein Liczba, e lei non mi ha risposto, ma si è volta a Stawinoga con viso infastidito e gli ha parlato rapidamente. Non ho inteso la frase, ma «Stinkjude» l’ho percepito chiaramente, e mi si sono strette le vene. Stawinoga mi ha detto che, per ogni questione di lavoro, ci dobbiamo rivolgere a lui direttamente. Queste ragazze cantano10, come cantano tutte le ragazze di tutti i laboratori del mondo, e questo ci rende profondamente infelici. 
    Discorrono fra loro: parlano del tesseramento, dei loro fidanzati, delle loro case, delle feste prossime... – Domenica vai a casa? Io no: è così scomodo viaggia- re! – Io andrò a Natale. Due settimane soltanto, e poi sarà ancora Natale: non sembra vero, quest’anno è passato così presto! ... Quest’anno è passato presto. L’anno scorso a quest’ora io ero un uomo libero: fuori legge ma libero, avevo un nome e una famiglia, possedevo una mente avida e inquieta e un corpo agile e sano. Pensavo a molte lontanissime cose: al mio lavoro, alla fine della guerra, al bene e al male, alla natura delle cose e alle leggi che governano l’agire umano; e inoltre alle montagne, a cantare, all’amore, alla musica, alla poesia. Avevo una enorme, radicata, sciocca fiducia nella benevolenza del destino, e uccidere e morire mi parevano cose estranee e letterarie. I miei giorni erano lieti e tristi, ma tutti li rimpiangevo, tutti erano densi e positivi; l’avvenire mi stava davanti come una grande ricchezza. Della mia vita di allora non mi resta oggi che quanto basta per soffrire la fame e il freddo; non sono più abbastanza vivo per sapermi sopprimere.

    ecco un accenno al suicidio, mai più trattato nel testo, ma quel che mi colpisce di questo brano sono le ragazze tedesche del laboratorio. mi sconvolge, ma non mi stupisce, la condivisione del popolo dell'idea di sterminio, la convivenza con i campi di annientamento a un passo dalle proprie case, l'assunzione del ruolo di crudeltà, l'adozione dell'attegiamento umiliante e denigratorio. quel che penso e non so pensare ad altro è che le tre ragazze del laboratorio sono diventate madri e nonne di uomini tedeschi teutonici contemparanei. quindi? hanno chiesto scusa? hanno rettificato l'educazione dei propri figli? hanno tramandato la disumanità della superiorità di razza? dove sono, ora quelle donne quei figli e quei nipoti? come vivono il loro passato?
    questo libro mi insegna che che il primo passo per la sopravvivenza è l'annientamento del ricordo e della memoria, quindi l'annullamento della capacità di sentire e condividere. Primo levi rammenta spesso che la necessità di sopravvivere alla fame e al freddo, il bisogno di tenere insieme un corpo che si sfalda si ammala si deturpa e deperisce, annulla il ricordo del propro essere stato, altro, in un'altra storia di sè e del mondo. il momento più crudele della giornata, più insopportabile di tutto il male e lo stupro, è il ricordo, è il sogno collettivo di junghiana sapienza, di tornare a casa e di non essere ascoltati dalla propria famiglia, ormai annientati nell'essenza ancora prima che nel corpo.

    questo libro è, per tutto questo,  testimonianza della militanza della memoria.

    lunedì 16 dicembre 2013

    Sarai scelto tu. Sarò escluso io.

    come mai non si sono tutti e dico tutti buttati sul filo spinato elettrificato?
    o sotto le rotaie dei treni che passavano presso il campo di lavoro?
    o gettati a capofitto verso una zona di fuga in modo da essere ammazzati da una raffica di mitra?
    come mai non si menzionano suicidi?
    c'è da impazzire di domande dietro le parole di questo libro, dietro l'analisi tra sommersi e salvati, nell'osservare l'attaccamento alla vita, al tentativo, anche se disperato, di ripercorrere rituali vitali, commerci clandestini -seppure di bottoni, cucchiai e mezze razioni di pane- vicinanze e alleanze.
    in questo brano del libro di Primo Levi, c'è una verità spietata sulla natura dell'uomo, la capacità innata di combattere e di mantenersi in vita opposta a un abbandono senza speranza, una differenza che anche il carnefice osserva e ripaga, con un rispetto che sarà salvifico nel primo caso e con una condanna poi ineludibile nel secondo. l'insegnamento più penetrante del libro rimane comunque, a prescindere dalla propria natura e dal caso che colpisce al di là delle tenacia, è l'importanza di rimanere uomini, saldi e fermi, e di non imputridire, nonostante l'aspetto abietto e bestiale, nella melma schifosa e senza scampo per l'anima della brutalità e del sopruso verso l'altro. si può, mi domando, si può preservare qualcosa di umano in un luogo, senza tempo e senza spazio, di un lager?


    I SOMMERSI E I SALVATI  (da Se questo è un uomo, di Primo Levi)

    Questa, di cui abbiamo detto e diremo, è la vita ambigua del Lager. In questo modo duro, premuti sul fondo, hanno vissuto molti uomini dei nostri giorni, ma ciascuno per un tempo relativamente breve; per cui ci si potrà forse domandare se proprio metta conto, e se sia bene, che di questa eccezionale condizione umana rimanga una qualche memoria. 
    A questa domanda ci sentiamo di rispondere affermativamente. Noi siamo infatti persuasi che nessuna umana esperienza sia vuota di senso e indegna di analisi, e che anzi valori fondamentali, anche se non sempre positivi, si possano trarre da questo particolare mondo di cui narriamo. Vorremmo far considerare come il Lager sia stato, anche e notevolmente, una gigantesca esperienza biologica e sociale. 
    Si rinchiudano tra i fili spinati migliaia di individui diversi per età, condizione, origine, lingua, cultura e costumi, e siano quivi sottoposti a un regime di vita costante, controllabile, identico per tutti e inferiore a tutti i bisogni: è quanto di più rigoroso uno sperimentatore avrebbe potuto istituire per stabilire che cosa sia essenziale e che cosa acquisito nel comportamento dell’animale- uomo di fronte alla lotta per la vita. 
    Noi non crediamo alla più ovvia e facile deduzione: che l’uomo sia fondamentalmente brutale, egoista e stolto come si comporta quando ogni sovrastruttura civile sia tolta, e che lo «Häftling» non sia dunque che l’uomo senza inibizioni. Noi pensiamo piuttosto che, quanto a questo, null’altro si può concludere, se non che di fronte al bisogno e al disagio fisico assillanti, molte consuetudini e molti istinti sociali sono ridotti al silenzio. 
    Ci pare invece degno di attenzione questo fatto: viene in luce che esistono fra gli uomini due categorie particolarmente ben distinte: i salvati e i sommersi. Altre coppie di contrari (i buoni e i cattivi, i savi e gli stolti, i vili e i coraggiosi, i disgraziati e i fortunati) sono assai meno nette, sembrano meno congenite, e soprattutto ammettono gradazioni intermedie più numerose e complesse. Questa divisione è molto meno evidente nella vita comune; in questa non accade spesso che un uomo si perda, perché normalmente l’uomo non è solo, e, nel suo salire e nel suo discendere, è legato al destino dei suoi vicini; per cui è eccezionale che qualcuno cresca senza limiti in potenza, o discenda con continuità di sconfitta in sconfitta fino alla rovina. Inoltre ognuno possiede di solito riserve tali, spirituali, fisiche e anche pecuniarie, che l’evento di un naufragio, di una insufficienza davanti alla vita, assume una anche minore probabilità. Si aggiunga ancora che una sensibile azione di smorzamento è esercitata dalla legge, e dal senso morale, che è legge interna; viene infatti considerato tanto più civile un paese, quanto più savie ed efficienti vi sono quelle leggi che impediscono al misero di essere troppo misero, e al potente di essere troppo potente. 
    Ma in Lager avviene altrimenti: qui la lotta per sopravvivere è senza remissione, perché ognuno è disperatamente ferocemente solo. Se un qualunque Null Achtzehn vacilla, non troverà chi gli porga una mano; bensì qualcuno che lo abbatterà a lato, perché nessuno ha interesse a che un «mussulmano»* di più si trascini ogni giorno al lavoro; e se qualcuno, con un miracolo di selvaggia pazienza e astuzia, troverà una nuova combinazione per defilarsi dal lavoro più duro, una nuova arte che gli frutti qualche grammo di pane, cercherà di tenerne segreto il modo, e di questo sarà stimato e rispettato, e ne trarrà un suo esclusivo personale giovamento; diventerà più forte, e perciò sarà temuto, e chi è temuto è, ipso facto, un candidato a sopravvivere. 
    *[in un altro libro di Primo Levi è descritta una categoria umana molto simile ai Muselmänner: «Nella nostra camerata, come pure in tutte le altre del reclusorio, c’erano sempre dei poveri, dei cenciosi, che avevano perduto e bevuto tutto, o poveri semplicemente così, per natura. Io dico “per natura” e insisto in modo particolare su questa espressione. Effettivamente, dappertutto nel popolo nostro, in qualsiasi congiuntura, in qualsiasi condizione, sempre ci sono e ci saranno certe strane persone, pacifiche e non di rado tutt’altro che indolenti, predestinate dalla sorte a rimanere eternamente povere. Costoro sono sempre dei tapini, sono sempre malmessi, hanno sempre un certo aspetto di gente abbattuta e oppressa da non so che cosa e si trovano in perpetuo alla mercé di qualcuno». ]
    Nella storia e nella vita pare talvolta di discernere una legge feroce, che suona «a chi ha, sarà dato; a chi non ha, a quello sarà tolto». Nel Lager, dove l’uomo è solo e la lotta per la vita si riduce al suo meccanismo primordiale, la legge iniqua è apertamente in vigore, è riconosciuta da tutti. Con gli adatti, con gli individui forti e astuti, i capi stessi mantengono volentieri contatti, talora quasi camerateschi, perché sperano di poterne trarre forse più tardi qualche utilità. Ma ai mussulmani, agli uomini in dissolvimento, non vale la pena di rivolgere la parola, poiché già si sa che si lamenterebbero, e racconterebbero quello che mangiavano a casa loro. Tanto meno vale la pena di farsene degli amici, perché non hanno in campo conoscenze illustri, non mangiano niente extra razione, non lavorano in Kommandos vantaggiosi e non conoscono nessun modo segreto di organizzare. E infine, si sa che sono qui di passaggio, e fra qualche settimana non ne rimarrà che un pugno di cenere in qualche campo non lontano, e su un registro un numero di matricola spuntato. Benché inglobati e trascinati senza requie dalla folla innumerevole dei loro consimili, essi soffrono e si trascinano in una opaca intima solitudine, e in solitudine muoiono o scompaiono, senza lasciar traccia nella memoria di nessuno. Il risultato di questo spietato processo di selezione naturale si sarebbe potuto leggere nelle statistiche del movimento dei Lager. 
    Ad Auschwitz, nell’anno 1944, dei vecchi prigionieri ebrei (degli altri non diremo qui, ché altre erano le loro condizioni), «kleine Nummer», piccoli numeri inferiori al centocinquantamila, poche centinaia sopravvivevano; nessuno di questi era un comune Häftling, vegetante nei comuni Kommandos e pago della normale razione. Restavano solo i medici, i sarti, i ciabattini, i musicisti, i cuochi, i giovani attraenti omosessuali, gli amici o compaesani di qualche autorità del campo; inoltre individui particolarmente spietati, vigorosi e inumani, insediatisi (in seguito a investitura da parte del comando delle SS, che in tale scelta dimostravano di possedere una satanica conoscenza umana) nelle cariche di Kapo, di Blockältester, o altre; e infine coloro che, pur senza rivestire particolari funzioni, per la loro astuzia ed energia fossero sempre riusciti a organizzare con successo, ottenendo così, oltre al vantaggio materiale e alla reputazione, anche indulgenza e stima da parte dei potenti del campo. Chi non sa diventare un Organisator, Kombinator, Prominent (truce eloquenza dei termini!) finisce in breve mussulmano. 
    Una terza via esiste nella vita, dove è anzi la norma; non esiste in campo di concentramento. Soccombere è la cosa più semplice: basta eseguire tutti gli ordini che si ricevono, non mangiare che la razione, attenersi alla disciplina del lavoro e del campo. L’esperienza ha dimostrato che solo eccezionalmente si può in questo modo durare più di tre mesi. Tutti i mussulmani che vanno in gas hanno la stessa storia, o, per meglio dire, non hanno storia; hanno seguito il pendio fino al fondo, naturalmente, come i ruscelli che vanno al mare. Entrati in campo, per loro essenziale incapacità, o per sventura, o per un qualsiasi banale incidente, sono stati sopraffatti prima di aver potuto adeguarsi; sono battuti sul tempo, non cominciano a imparare il tedesco e a discernere qualcosa nell’infernale groviglio di leggi e di divieti, che quando il loro corpo è già in sfacelo, e nulla li potrebbe più salvare dalla selezione o dalla morte per deperimento. La loro vita è breve ma il loro numero è sterminato; sono oro, i Muselmänner, i sommersi, il nerbo del campo; loro, la massa anonima, continuamente rinnovata e sempre identica, del non-uomini che marciano e faticano in silenzio, spenta in loro la scintilla divina, già troppo vuoti per soffrire veramente. Si esita a chiamarli vivi; si esita a chiamar morte la loro morte, davanti a cui essi non temono perché sono troppo stanchi per comprenderla. Essi popolano la mia memoria della loro presenza senza volto, e se potessi racchiudere in una immagine tutto il male del nostro tempo, sceglierei questa immagine, che mi è familiare: un uomo scarno, dalla fronte china e dalle spalle curve, sul cui volto e nei cui occhi non si possa leggere traccia di pensiero. 
    Se i sommersi non hanno storia, e una sola e ampia è la via della perdizione, le vie della salvazione sono invece molte, aspre ed impensate. La via maestra, come abbiamo accennato, è la Prominenz. «Prominenten» si chiamano i funzionari del campo, a partire dal direttore-Häftling (Lagerältester) ai Kapos, ai cuochi, agli infermieri, alle guardie notturne, fino agli scopini delle baracche e agli Scheissminister e Bademeister (sovraintendenti alle latrine e alle docce). Più specialmente interessano qui i prominenti ebrei, poiché, mentre gli altri venivano investiti degli incarichi automaticamente, al loro ingresso in campo, in virtù della loro supremazia naturale, gli ebrei dovevano intrigare e lottare duramente per ottenerli. I prominenti ebrei costituiscono un triste e notevole fenomeno umano. In loro convergono le sofferenze presenti, passate e ataviche, e la tradizione e l’educazione di ostilità verso lo straniero, per farne mostri di asocialità e di insensibilità. Essi sono il tipico prodotto della struttura del Lager tedesco: si offra ad alcuni individui in stato di schiavitù una posizione privilegiata, un certo agio e una buona probabilità di sopravvivere, esigendone in cambio il tradimento della naturale solidarietà coi loro compagni, e certamente vi sarà chi accetterà. Costui sarà sottratto alla legge comune, e diverrà intangibile; sarà perciò tanto più odioso e odiato, quanto maggior potere gli sarà stato concesso. Quando gli venga affidato il comando di un manipolo di sventurati, con diritto di vita o di morte su di essi, sarà crudele e tirannico, perché capirà che se non lo fosse abbastanza, un altro, giudicato più idoneo, subentrerebbe al suo posto. Inoltre avverrà che la sua capacità di odio, rimasta inappagata nella direzione degli oppressori, si riverserà, irragionevolmente, sugli oppressi: ed egli si troverà soddisfatto quando avrà scaricato sui suoi sottoposti l’offesa ricevuta dall’alto. 
    Ci rendiamo conto che tutto questo è lontano dal quadro che ci si usa fare, degli oppressi che si uniscono, se non nel resistere, almeno nel sopportare. Non escludiamo che ciò possa avvenire quando l’oppressione non superi un certo limite, o forse quando l’oppressore, per inesperienza o per magnanimità, lo tolleri o lo favorisca. Ma constatiamo che ai nostri giorni, in tutti i paesi in cui un popolo straniero ha posto piede da invasore, si è stabilita una analoga situazione di rivalità e di odio fra gli assoggettati; e ciò, come molti altri fatti umani, si è potuto cogliere in Lager con particolare cruda evidenza. 
    Sui prominenti non ebrei c’è meno da dire, benché fossero di gran lunga i più numerosi (nessuno Häftling «ariano» era privo di una carica, sia pure modesta). Che siano stati stolidi e bestiali è naturale, a chi pensi che per lo più erano criminali comuni, scelti dalle carceri tedesche in vista appunto del loro impiego come sovrintendenti nei campi per ebrei; e riteniamo che fosse questa una scelta ben accurata, perché ci rifiutiamo di credere che gli squallidi esemplari umani che noi vedemmo all’opera rappresentino un campione medio, non che dei tedeschi in genere, anche soltanto dei detenuti tedeschi in specie. 
    È più difficile spiegarsi come in Auschwitz i prominenti politici tedeschi, polacchi e russi, rivaleggiassero in brutalità con i rei comuni. Ma è noto che in Germania la qualifica di reato politico si applicava anche ad atti quali il traffico clandestino, i rapporti illeciti con ebree, i furti a danno di funzionari del Partito. I politici «veri» vivevano e morivano in altri campi, dal nome ormai tristemente famoso, in condizioni notoriamente durissime, ma sotto molti aspetti diverse da quelle qui descritte. 
    Ma oltre ai funzionari propriamente detti, vi è una vasta categoria di prigionieri che, non favoriti inizialmente dal destino, lottano con le sole loro forze per sopravvivere. Bisogna risalire la corrente; dare battaglia ogni giorno e ogni ora alla fatica, alla fame, al freddo, e alla inerzia che ne deriva; resistere ai nemici e non aver pietà per i rivali; aguzzare l’ingegno, indurare la pazienza, tendere la volontà. O anche, strozzare ogni dignità e spegnere ogni lume di coscienza, scendere in campo da bruti contro gli altri bruti, lasciarsi guidare dalle insospettate forze sotterranee che sorreggono le stirpi e gli individui nei tempi crudeli. Moltissime sono state le vie da noi escogitate e attuate per non morire: tante quanti sono i caratteri umani. Tutte comportano una lotta estenuante di ciascuno contro tutti, e molte una somma non piccola di aberrazioni e di compromessi. Il sopravvivere senza aver rinunciato a nulla del proprio mondo morale, a meno di potenti e diretti interventi della fortuna, non è stato concesso che a pochissimi individui superiori, della stoffa dei martiri e dei santi.

    venerdì 13 dicembre 2013

    meditate che questo è stato

    Se questo è un uomo

    Voi che vivete sicuri
    Nelle vostre tiepide case,
    Voi che trovate tornando a sera
    Il cibo caldo e visi amici:

    Considerate se questo è un uomo
    Che lavora nel fango
    Che non conosce pace
    Che lotta per mezzo pane
    Che muore per un sì o per un no.
    Considerate se questa è una donna,
    Senza capelli e senza nome
    Senza più forza di ricordare
    Vuoti gli occhi e freddo il grembo
    Come una rana d’inverno.

    Meditate che questo è stato:
    Vi comando queste parole.
    Scolpitele nel vostro cuore
    Stando in casa andando per via,
    Coricandovi alzandovi;
    Ripetetele ai vostri figli.
     
    O vi si sfaccia la casa,
    La malattia vi impedisca,
    I vostri nati torcano il viso da voi.

    questa poesia apre un libro che è un baratro d'angoscia, come immaginabile.
    almeno se si sa di cosa parla Se questo è un uomo di Primo Levi.
    penso che dovrebbe essere un libro di testo per le scuole superiori, al pari della Divina Commedia o dei Promessi Sposi, o forse anche di più.
    al di là di certe affermazioni che sentro in giro di quanto non se ne possa più di sentir parlare di olocausto e di lager, al di là di questa pochezza che dimentica che i nostri figli non solo non ne possono più perchè non ne hanno sentito parlare abbastanza ma hanno il dovere di sapere e di leggere e di capire, questo libro tratta ed esprime un'analisi sull'uomo, sulla sua natura, sul suo lato aberrante, sul valore della vita e su come ognuno di noi sviluppi in condizioni estreme ben diverse capacità di adattamento o affondamento, capacità di tenere saldi principi umani di generosità a condivisione o, al contrario, slatentizzare una propensione bestiale e stolida che annienta l'altro senza tregua, che ha un valore assoluto e universale al di là della contingenza specifica -comunque di incommensurabile importanza- che lo ha causato e ispirato.
    leggendo penso, tra le altre cose, che di hitler non ce n'era soltanto uno, che ogni uomo che abbia partecipato, qualsiasi fosse la sua posizione, a questa dissoluzione della qualità umana sia stato un hitler e, di più, penso che hitler sia dentro ognuno di noi. laddove una condizione storica unica e forse irripetibile ha concesso che i limiti imposti dal vivere civile siano venuti meno, qualcosa di cannibalico e spaventosamente vorace e violento è emerso dall'uomo, ed è qualcosa che permane nascosto, qualcosa che addomestichiamo, qualcosa cui rinunciamo per convivere con gli altri e per evitare che coinvolga noi stessi in una forma di reciproca distruzione, ma che alberga dentro di noi, che c'è. c'è, sicuramente c'è, in ogni uomo.