bianco e nero

come una foto. in bianco e nero. nessuna concessione al colore, alla spettacolarita', ai nuovi barbari. bianco e nero colori vividi dell'essenziale, solo l'autenticita' della forma. della sostanza. l'occhio vede e non si inganna.
"questo e' il mio segreto.
veramente semplice.
si vede bene solo con il cuore.
L'essenziale e' invisibile agli occhi."
Il piccolo principe. A.d.S-E.

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domenica 4 maggio 2014

I ricordi, queste ombre troppo lunghe

Il passato

I ricordi, queste ombre troppo lunghe
del nostro breve corpo,
questo strascico di morte
che noi lasciamo vivendo
i lugubri e durevoli ricordi,
eccoli già apparire:
melanconici e muti
fantasmi agitati da un vento funebre.
E tu non sei più che un ricordo.
Sei trapassata nella mia memoria.
Ora sì, posso dire che
che m'appartieni
e qualche cosa fra di noi è accaduto
irrevocabilmente.
Tutto finì, così rapito!
Precipitoso e lieve
il tempo ci raggiunse.
Di fuggevoli istanti ordì una storia
ben chiusa e triste.
Dovevamo saperlo che l'amore
brucia la vita e fa volare il tempo.
Vincenzo Cardarelli


ripenso di continuo alla salita che portava al tennis.
penso a quante erano le svolte, le conto, le risalgo, quante salite a destra quante a sinistra, ripenso al fiatone in cima, ai minuti necessari perchè passasse, quanti? 5 forse, il tempo di prendere la racchetta ed entrare in campo.
ripenso a quante volte su è giù, oh no l'ho dimenticato in casa, va bene, vado e torno, ma la prossima volta ci vai tu. ma non mi dispiaceva affatto.
ripenso ai tornei, a quella sensazione di sentirmi estranea in casa mia, in villa mia, erano tutti amici di mio fratello, e io ero piccola, e io ero fuori, e io ero scema. ero stupida. stavo zitta, mi vergognavo, non avevo nulla di dire. ero ancora senza vita.
ripenso al sole che batteva sulla testa, ripenso a quante volte, scendendo, l'ho fatta fuori dal tracciato, scivolando sui pendii, a terrazze, raccogliendo le mele piccole degli alberi, a volte le pere, ma quelle erano sempre dure, le mele aspre ma deliziose.
finivo nell'orto, ci passavo e ripassavo, parlavo da sola.
scendevo e scivolavo, sicuramente sognavo.

ora non più.

venerdì 10 gennaio 2014

Combray


"Già da molti anni di Combray tutto ciò che non era il teatro e il dramma del coricarmi non esisteva più per me, quando in una giornata d'inverno, rientrando a casa, mia madre, vedendomi infreddolito, mi propose di prendere, contrariamente alla mia abitudine, un pò di tè. Rifiutai dapprima e poi, non so perché, mutai d'avviso. Ella mandò a prendere una di quelle focacce pienotte e corte chiamate "maddalenine", che paiono aver avuto come stampo la valva scanalata di una conchiglia di San Giacomo. Ed ecco, macchinalmente, oppresso dalla giornata grigia e dalla previsione di un triste domani, portai alle labbra un cucchiaino di tè, in cui avevo inzuppato un pezzetto di "maddalena". Ma, nel momento stesso che quel sorso misto a briciole di focaccia toccò il mio palato, trasalii, attento a quanto avveniva in me ditazza di te' straordinario. Un piacere delizioso mi aveva invaso, isolato, senza nozione della sua causa. M'aveva subito rese indifferenti le vicissitudini della vita, le sue calamità inoffensive, la sua brevità illusoria, nel modo stesso che agisce l'amore, colmandomi d'un'essenza preziosa: o meglio quest'essenza non era in me, era me stesso. Avevo cessato di considerarmi mediocre, contingente, mortale. Donde m'era potuta venire quella gioia violenta? Sentivo ch'era legata al sapore del tè e della focaccia, ma lo sorpassava incommensurabilmente, non doveva essere della stessa natura. Donde veniva? Che significava? Dove afferrarla? Bevo un secondo sorso in cui non trovo nulla di più che nel primo, un terzo dal quale ricevo meno che dal secondo. E' tempo che io mi fermi, la virtù della bevanda sembra diminuire. E' chiaro che la verità che cerco non è in essa, ma in me. Essa l'ha risvegliata, ma non la conosce, e non può che ripetere indefinitamente, con forza sempre minore, quella stessa testimonianza che che io sono incapace di interpretare e che voglio almeno poterle donare di nuovo e ritrovare a mia disposizione intatta, fra poco, per una spiegazione decisiva. Depongo la tazza e mi rivolgo al mio animo. Tocca ad esso trovare la verità. Ma come? grave incertezza, ogni qualvolta l'animo nostro si sente sorpassato da se medesimo; quando lui, il ricercatore, è al tempo stesso anche il paese tenebroso dove deve cercare e dove tutto il suo bagaglio non gli servirà a nulla. Cercare? Non soltanto. Creare. Si trova di fronte a qualcosa che ancora non è, e che esso solo può rendere reale, per poi far entrare nella luce." 

leggendo, penso che Proust, in fondo, parli di nulla.
avevo sfiorato questo pensiero leggendo, o meglio rileggendo quasi 30 anni dopo, Un amore di Swann
ma quel libro aveva una narrazione, una storia, episodi in sequenza, sebbene ininfluenti rispetto al suo senso.
al senso di Proust intendo.
ma quel libro ha avuto un pregio incommensurabile, farmi aprire gli occhi, vedere, qualcosa che mi riguardava molto da vicino: l'idealizzazione dello sguardo amoroso. l'altro, oggetto d'amore, è costruzione dei nostri bisogni, o, al meglio, dei nostri desideri.
ora, leggendo Combray, e terminatolo, credo di non aver dubbi: Proust scrive sul nulla.
me la leggo tutta la Recherche? o mi fermo qui?
perchè per me, questa, è stata una lettura faticosissima.
Combray non parla di nulla, eppure tratta il tutto.
la scrittura di Proust è così ricca, così dettagliata e descrittiva che, spesso, mi costringe alla rilettura, a una maggiore concentrazione, oppure a sorvolare quel che mi sembra meno influente. ma è meno influente?
Il maggior pregio della passeggiata di Guermantes era d'avere sempre accanto il corso della Vivonne [...] nei piccoli stagni formati dalla Vivonne, veri giardini di ninfee. Come le sponde erano assai boscose in quel punto, le grandi ombre degli alberi davano all'acqua un fondo che era abitualmente di un verde cupo, ma che a volte, qundo si rientrava in certe sere rasserenate di pomeriggi tempestosi [...] qua e là alla superficie, rosseggiava come una fragola un fior di ninfea scarlatto, bianco agli orli.
è una scrittura che nasconde, che sottintende, che evoca altro, che scrive sopra ciò che non si può scrivere.
è la scrittura della sensazione, sensazionale, delle emozioni, ma non emotiva, delle percezioni, dell'inconscio che ci fa dire oltre il nostro controllo, della memoria, ovviamente!, dell'opzione del presente a partire dal ricordo.
una scrittura davvero difficile.
in fondo, lo ripeto, in Combray non si parla di niente, non c'è una storia, non c'è una costruzione, non c'è narrazione, non ci sono dei capitoli. i personaggi?, forse, si, ma non comportano nulla, non hanno la funzione di costruire un significato, una storia di senso. se ci sono non sono lì per parlare di sè, rimandano ad altro. il narratore vaga nel ricordo di un'infanzia, ma nemmeno ricorda quella.
Tutti quei ricordi aggiunti gli uni agli altri non costituivano ormai che una massa; ma non era impossibile distinguere tra loro ,- tra i piu' antichi e i piu' recenti, nati da un profumo, poi tra quelli che non erano che i ricordi d'un'altra persona da cui li avevo appresi ,- se non delle fessure, delle crepe vere e proprie, almeno quelle venature, quelle screziature di colorazione che in certe rocce, in certi marmi, rivelano delle differenze d'origine, d'eta', di formazione.
ricorda, a partire dalla sua madeleinette inzuppata nel te, dei fiori, delle paure, degli odori, delle ombre, dei campanili, del bivio davanti a casa per una passeggiata o per un'altra -per Méséglise o per Guermantes?,- di un libro, di una fantasia, di un episodio di cattiveria. ricorda, ma non in modo strutturato, è la memoria dell'inconsistenza, del nulla e del tutto, ovvero della madre e della sua assoluta dipendenza da essa, ricorda di una simbiosi insostituibile, irrinunciabile, pena l'angoscia del non esistere. si può raccontare? si, come lo fa Proust si, senza raccontare, solo ricordando.
Il campanile di Saint-Hilaire lo si riconosceva da lontano, profilarsi nella sua linea indimenticabile all'orizzonte, su cui Combray non appariva ancora; quando, la settimana di Pasqua, dal treno che ci portava da Parigi, mio padre lo scorgeva balzare alternativamente da un lembo all'altro del cielo, menando in corsa per ogni senso il suo galletto di ferro, ci diceva: su, prendete le coperte, siamo arrivati.
niente di più inconsistente, niente di più ponderoso.
Combray è un embrione, possiede già tutto, ma un tutto che deve ancora venire.
E tuttavia, poiche' vi e' qualcosa di individuale nei luoghi, quando mi prende il desiderio di rivedere la parte di Guermantes, non mi appaghereste conducendomi in riva ad un fiume dove vi fossero ninfee di egual bellezza, di bellezza maggiore che nella Vivonne; non piu' di quanto la sera, rincasando,- nell'ora in cui si risvegliava dentro di me quell'angoscia che piu' tardi emigra nell'amore, e puo' divenire sua inseparabile compagna per sempre,- non avrei desiderato che venisse a darmi la buona notte una mamma piu' bella e piu' intelligente della mia. No : come quel che mi era necessario per potermi addormentare felice,- con quella pace senza turbamento che nessuna amante mi pote' ispirare piu' tardi, poiche' di loro si dubita sempre, anche nel momento in cui si presta loro fede, e non ci e' dato mai di possedere il loro cuore come era dato a me ricevere in un bacio quello di mia madre, tutto, senza la riserva d'un pensiero nascosto, senza il residuo d'un'intezione non rivolta a me- era che fosse lei, che lei chinasse verso di me quel volto dove c'era sotto l'occhio qualcosa che sembra fosse un difetto, e che amavo come il resto; nello stesso modo cio' che voglio rivedere e' la parte di Guermantes che ho conosciuta, con la fattoria un poco lontana dalle due seguenti strette l'una contro l'altra, sulla soglia del viale delle querce; sono le sue praterie, sulle quali, quando il sole le rende riflettenti come uno stagno, si disegnano le foglie dei meli; e' quel paesaggio di cui l'individualita', a volte la notte in sogno, m'afferra con forza quasi fantastica, e che non posso ritrovare al risveglio. Senza dubbio, con l'aver unito indissolubilmente in me, per sempre, impressioni diverse solo perche' me le avevano fatte provare nello stesso tempo, la parte di Meseglise e la parte di Guermantes m'hanno esposto, per l'avvenire, a molte delusioni e a molti errori. Infatti, spesso ho voluto rivedere una persona senza intendere che volevo rivederla semplicemente perche' mi ricordava una siepe di biancospini, e sono stato indotto a credere, a far credere a un ritorno d'affetto, per un semplice desiderio di viaggio. Ma anche cosi', e restando presenti in quelle tra le mie impressioni di oggi a cui possono ricollegarsi, danno loro dei sostrati, una profondita', una dimensione di piu' che alle altre. Aggiungono anche loro un fascino, un significato che e' vivo solo per me. Quando, nelle sere d'estate, il cielo armonioso ringhia come un animale selvatico, e ciascuno s'imbroncia per il temporale, e' alla parte di Meseglise ch'io vado debitore di restarmene solo, in estasi, a respirare, nel suono della pioggia che cade, l'odore d'invisibili e persistenti lilla.

martedì 17 dicembre 2013

è non-umana l’esperienza di chi ha vissuto giorni in cui l’uomo è stato una cosa agli occhi dell’uomo

una macchina brucia, avvolta dalle fiamme, sul lato della tangenziale.
fumo, molta coda, tantissimo ritardo.
un segnale autostradale lampeggia 1 km prima e segnala: veicolo in fiamme.
lo vedo, il fumo, avvicinarsi nell'estenuante cambio tra prima e seconda che la coda impone.
tra ieri e oggi sarò stata in auto 3 ore, almeno. anche di più. gli audiolibri mi salvano la vita dall'inedia e dalla disperazione.
passo vicino, l'auto è completamente avvolta dal fuoco, il finestrino del guidatore è aperto, le fiamme escono voraci dallo scheletro della macchina, il mio pensiero va alla dinamica, non c'è incidente, solo una macchina a lato, quasi parcheggiata, e va a chi guidava: dov'è?
sono certamente sconvolta dalla lettura che mi salva la vita di questi tempi, da quell'uomo che si domanda della natura umana. sono certamente avvolta dalle fiamme, come quella macchina, sono tormentata da domande e immagini di repertorio, e da immagini che mi vengono dalle parole del libro.
l'ho finito proprio questa mattina, proprio mentre il fuoco saliva nero sul cielo terso gelido implacabile di queste mattine di dicembre.
leggo Saviano che commenta l'audiolibro da lui stesso raccontato in un opuscolo di accompagnamento, e mi trovo d'accordo su tutto, e scopro che anche Saviano legge audiolibri a manetta, parla dei lunghi viaggi in auto con la sua scorta accompagnati dalla lettura a voce alta, e questa sintonia mi riempie di un sentimento di vicinanza. assurdo, penso assurdo, vicina a un uomo che non conosco e lontana da persone che vedo tutti i giorni, un sentimento falso, una balla che mi racconto.
questo libro mi sgomenta: 
26 gennaio. 
Noi giacevamo in un mondo di morti e di larve. L’ultima traccia di civiltà era sparita intorno a noi e dentro di noi. L’opera di bestializzazione, intrapresa dai tedeschi trionfanti, era stata portata a compimento dai tedeschi disfatti. È uomo chi uccide, è uomo chi fa o subisce ingiusti- zia; non è uomo chi, perso ogni ritegno, divide il letto con un cadavere. Chi ha atteso che il suo vicino finisse di morire per togliergli un quarto di pane, è, pur senza sua colpa, più lontano dal modello dell’uomo pensante, che il più rozzo pigmeo e il sadico più atroce. Parte del nostro esistere ha sede nelle anime di chi ci accosta: ecco perché è non-umana l’esperienza di chi ha vissuto giorni in cui l’uomo è stato una cosa agli occhi dell’uomo. Noi tre ne fummo in gran parte immuni, e ce ne dobbiamo mutua gratitudine; perciò la mia amicizia con Charles resisterà al tempo.

nella visione di Primo Levi la condizione del lager in cui un uomo, un salvato, sopravviverà a un altro, un sommerso, sarà anche l'esito di una capacità di sopravvivenza, ma sarà anche inesorabilmente la condanna di un essere umano a sfavore di un altro. non c'è, di fatto, salvezza possibile sul piano morale, perchè la vicinanza con la morte, la strenua lotta per sopravvivere, la condivisione di fame, diperazione, sopruso, malattia, deprimento, abruttimento, percosse, condurrà un essere umano a privare un altro di un respiro, di una briciola, di una coperta seppure imbrattata di sangue, escrementi e pulci. il non-umano è un'esperienza di degradazione che colpisce tutti, senza speranza, e chi si sottrae, per scelta o incapacità di fare altrimenti, sarà il primo a morire. 

Qui è diverso. Di fronte alle ragazze del laboratorio, noi tre ci sentiamo sprofondare di vergogna e di imbarazzo. Noi sappiamo qual è il nostro aspetto: ci vediamo l’un l’altro, e talora ci accade di specchiarci in un vetro terso. Siamo ridicoli e ripugnanti. Il nostro cranio è calvo il lunedì, e coperto di una corta muffa brunastra il sa- bato. Abbiamo il viso gonfio e giallo, segnato in permanenza dai tagli del barbiere frettoloso, e spesso da lividure e piaghe torpide; abbiamo il collo lungo e nodoso come polli spennati. I nostri abiti sono incredibilmente sudici, macchiati di fango, sangue e untume; le brache di Kandel gli arrivano a metà polpacci, rivelando le caviglie ossute e pelose; la mia giacca mi spiove dalle spalle come da un attaccapanni di legno. Siamo pieni di pulci, e spesso ci grattiamo spudoratamente; siamo costretti a domandare di andare alla latrina con umiliante frequenza. I nostri zoccoli di legno sono insopportabilmente rumorosi, e incrostati di strati alterni di fango e del grasso regolamentare. E poi, al nostro odore noi siamo ormai avvezzi, ma le ragazze no, e non perdono occasione per manifestarcelo. 
Non è l’odore generico di mal lavato, ma l’odore di Häftling, scialbo e dolciastro, che ci ha accolti al nostro arrivo in Lager ed esala tenace dai dormitori, dalle cucine, dai lavatoi e dai cessi del Lager. Lo si acquista subito e non lo si perde più: «così giovane e già puzzi!», così si usa accogliere fra noi i nuovi arrivati. A noi queste ragazze sembrano creature ultraterrene. Sono tre giovani tedesche, più Fräulein Liczba, polacca, che è la magazziniera, e Frau Mayer che è la segretaria. Hanno la pelle liscia e rosea, begli abiti colorati, puliti e caldi, i capelli biondi, lunghi e ben ravviati; parlano con molta grazia e compostezza, e invece di tenere il labora- torio ordinato e pulito, come dovrebbero, fumano negli angoli, mangiano pubblicamente tartine di pane e marmellata, si limano le unghie, rompono molta vetreria e poi cercano di darne a noi la colpa; quando scopano ci scopano i piedi. Con noi non parlano, e arricciano il naso quando ci vedono trascinarci per il laboratorio, squallidi e sudici, disadatti e malfermi sugli zoccoli. Una volta ho chiesto una informazione a Fräulein Liczba, e lei non mi ha risposto, ma si è volta a Stawinoga con viso infastidito e gli ha parlato rapidamente. Non ho inteso la frase, ma «Stinkjude» l’ho percepito chiaramente, e mi si sono strette le vene. Stawinoga mi ha detto che, per ogni questione di lavoro, ci dobbiamo rivolgere a lui direttamente. Queste ragazze cantano10, come cantano tutte le ragazze di tutti i laboratori del mondo, e questo ci rende profondamente infelici. 
Discorrono fra loro: parlano del tesseramento, dei loro fidanzati, delle loro case, delle feste prossime... – Domenica vai a casa? Io no: è così scomodo viaggia- re! – Io andrò a Natale. Due settimane soltanto, e poi sarà ancora Natale: non sembra vero, quest’anno è passato così presto! ... Quest’anno è passato presto. L’anno scorso a quest’ora io ero un uomo libero: fuori legge ma libero, avevo un nome e una famiglia, possedevo una mente avida e inquieta e un corpo agile e sano. Pensavo a molte lontanissime cose: al mio lavoro, alla fine della guerra, al bene e al male, alla natura delle cose e alle leggi che governano l’agire umano; e inoltre alle montagne, a cantare, all’amore, alla musica, alla poesia. Avevo una enorme, radicata, sciocca fiducia nella benevolenza del destino, e uccidere e morire mi parevano cose estranee e letterarie. I miei giorni erano lieti e tristi, ma tutti li rimpiangevo, tutti erano densi e positivi; l’avvenire mi stava davanti come una grande ricchezza. Della mia vita di allora non mi resta oggi che quanto basta per soffrire la fame e il freddo; non sono più abbastanza vivo per sapermi sopprimere.

ecco un accenno al suicidio, mai più trattato nel testo, ma quel che mi colpisce di questo brano sono le ragazze tedesche del laboratorio. mi sconvolge, ma non mi stupisce, la condivisione del popolo dell'idea di sterminio, la convivenza con i campi di annientamento a un passo dalle proprie case, l'assunzione del ruolo di crudeltà, l'adozione dell'attegiamento umiliante e denigratorio. quel che penso e non so pensare ad altro è che le tre ragazze del laboratorio sono diventate madri e nonne di uomini tedeschi teutonici contemparanei. quindi? hanno chiesto scusa? hanno rettificato l'educazione dei propri figli? hanno tramandato la disumanità della superiorità di razza? dove sono, ora quelle donne quei figli e quei nipoti? come vivono il loro passato?
questo libro mi insegna che che il primo passo per la sopravvivenza è l'annientamento del ricordo e della memoria, quindi l'annullamento della capacità di sentire e condividere. Primo levi rammenta spesso che la necessità di sopravvivere alla fame e al freddo, il bisogno di tenere insieme un corpo che si sfalda si ammala si deturpa e deperisce, annulla il ricordo del propro essere stato, altro, in un'altra storia di sè e del mondo. il momento più crudele della giornata, più insopportabile di tutto il male e lo stupro, è il ricordo, è il sogno collettivo di junghiana sapienza, di tornare a casa e di non essere ascoltati dalla propria famiglia, ormai annientati nell'essenza ancora prima che nel corpo.

questo libro è, per tutto questo,  testimonianza della militanza della memoria.

lunedì 21 maggio 2012

l'illusione di Istanbul

“La pace sia con voi. Io sono la Luce del Mondo”.










e la macchina fotografica?
il gioco dell'illusione era fragile dall'inizio.
ricordo i veli delle donne, i capelli raccolti e nacosti, il fascino inarrivabile
l'americana sguaiata in ciabatte e la donna araba composta e misteriosa. l'abisso delle culture
l'harem del topkapi, vita da concubina, schiava o regina?, tra la magia dei mosaici dorati e dei velluti rossi
il lucore azzurro della moschea blu
il buio riflesso sull'acqua delle cisterne
la voce del muezzin alle cinque del mattino, la sua ipnosi inquietante
la perfezione armonica del Rustem Pasha camii
il gusto del cibo, l'aroma del te
il disordine caotico delle vie, la sensazione del non bello, il nuovo che si sostiene sulla baracca 
le mani, il canto, l'accudimento, la vicinanza, l'intimità con una donna piena e straniera ed estranea che mi lava come una bambina nell'hammam, nel suo grembo

è poco è tanto. è durato il tempo di un ricordo che sa di dolore.

domenica 31 gennaio 2010

Baaria. un viaggio nella memoria



serpenti neri annunciano la morte. una maddalena vestita di nero, reincarnazione visionaria di una nonna morta prevede il futuro, di chi arriva, di chi se ne va.
finalmente il sasso colpisce le tre rocce una dopo l'altra e il mistero, tanto atteso, che si schiude è la morte. il suo segreto e tutto il senso di una vita concentrati in un attimo. il segreto siamo noi.
questo film, che non è un film del tutto riuscito, non è un capolavoro ,è un viaggio nella memoria è un passaggio nella mente, nel ricordo di un padre e della sua intersezione profondissima con la vita di chi questo film l'ha girato.
tutto il film si spiega e si concede nella prima e nell'ultima scena. tutto il resto è storia, interminabile minuziosa, è narrazione, quasi documentaristica, è evoluzione della sicilia, della sua gente e della sua terra.
il bimbo che corre per prendere le sigarette nazionali senza filtro e torna veloce da chi lo ha comandato, viaggia in una terra primitiva e povera assolata e forte.
io la sento questa forza, la sento, la vedo in quella trottola che gira veloce, giochi di bambini, giochi che non esistono più, tempo che non c'è più, passato, finito, addentrato e denso nella mente, vivo solo in quei corridoi, i corridoi di quella memoria.
la trottola che si rompe e riporta la mosca agli occhi speranzosi e increduli di pietro, andando oltre ogni ragionevole aspettativa, è il sogno che si perpetua, è una storia senza fine affidata a una pellicola, è un bisogno personalissimo del regista di ricordare i suoi sogni, i sogni di quel bambino.



un bambino la cui vita è indissolubilmente legata a quella di un padre, un padre amatissimo e parte della sua stessa carne, in una staffetta di vita che passa le consegne. da cicco a peppino, da peppino a pietro. quando le serpi tornano a farsi vedere e peppino corre verso il treno, consapevole della morte, annunciata dalle serpi come accadde per il suo stesso padre, ecco che peppino si risveglia bambino, nella stanza di quella scuola e ne esce, esce nel mondo moderno, il mondo in cui va a morire e ritrova i pezzi della sua storia, ritrova l'orecchino di una figlia che verrà e già è vissuta, e scappa verso la sua fine incrociando il suo pietro bambino, il suo pietro che corre veloce, in direzione della sua stessa vita.
scappa verso la sua fine ma torna al suo inizio. è un ciclo che si chiude che si completa e si trasmette a chi verrà dopo di lui.
sono sempre affascinata dai racconti che fanno i conti con un tempo che non è logico ma è emotivo, è affettivo, è un puzzle disordinato ma composto di tessere indissolubili solide nella memoria di chi scrive, o dirige, o racconta o dipinge.
questa storia non è perfetta ma coglie in me il senso dell'appartenenza, del legame, del vincolo con la nostra origine che ci fa uomini, che ci fa adulti, che ci conduce lungo il nostro personalissimo percorso.
guardo fuori e vedo questa città, che non è Bagheria, è Milano, ma di certo è stata diversa da così nella storia e nella memoria di mio padre e di mia madre, penso a un luogo che subisce trasformazioni nel tempo, uno stesso luogo che prima era terra e sole e poi diventa cemento e nebbia, ma che posso immaginare dentro di me per il ricordo della mia infanzia, di mio padre e mia madre, del loro incontro e del loro credere nella vita e portarmici per mano.

giovedì 13 novembre 2008

2046



qualcuno ha visto questo film?
io si.
anni fa. ma è fissato sulla pellicola della mia memoria.
una narrazione struggente bellissima intensa profonda sull'amore, quando l'amore è impossibile viverlo nel momento in cui c'è ma sempre e solo filtrato dal ricordo, come se la vita non fosse mai ORA, ma nell'istante prima, quello perduto, quello che non hai vissuto fino in fondo, quello che hai perso e non torna indietro, quello che ormai è solo un ricordo.
per molti è così. non si vive ora, ma nella memoria di ciò che potevi avere e mai avrai.
"tutti i ricordi sono bagnati di lacrime".