bianco e nero

come una foto. in bianco e nero. nessuna concessione al colore, alla spettacolarita', ai nuovi barbari. bianco e nero colori vividi dell'essenziale, solo l'autenticita' della forma. della sostanza. l'occhio vede e non si inganna.
"questo e' il mio segreto.
veramente semplice.
si vede bene solo con il cuore.
L'essenziale e' invisibile agli occhi."
Il piccolo principe. A.d.S-E.

venerdì 4 gennaio 2019

novecento atto I

ho scoperto che c'era anche la madre di una mia amica.
lo ha definito consolatorio.
potrei dire lo stesso, anche se la mia consolazione non può essere paragonata a quella della madre della mia amica che ha appena perso una figlia di 56 anni, morta di tumore il 26 dicembre 2018.
qualcosa ha colto anche me, nel senso di una consolazione, non saprei bene dire perchè, ma questa definizione si addice alla disposizione di spirito con cui sono uscita dalla cineteca Oberdan, domenica scorsa. la cineteca Oberdan è la mia seconda casa, e figurarsi che a volte mi dico che non la frequento abbastanza, perdo un sacco di film (di tutta la rassegna su Michelangelo Antonioni, e tutta quella su Zhang Yimou, ne ho visto o rivisto solo pochi titoli) ma, in questo caso, ovvero la rassegna su Bernardo Bertolucci, non ho perso praticamente nessun film, complici le festività natalizie.
non saprei se ho un titolo preferito, nel senso che Il te nel deserto e Ultimo tango a Parigi sono due enormità, e nel senso che ad ogni visione si aggiunge una valutazione positiva, una atto consolatorio sul cinema. così so per certo che ci sono stati grandissimi cineasti, e alcuni di casa nostra.
nel caso di Novecento, di cui domenica 6 gennaio vedrò la seconda parte, mi travolge il senso della storia, per quanto io sia al corrente delle polemiche insorte alla sua uscita. sono poco interessata all'adesione assoluta alla realtà, mi interessa lo spirito utopico e idealista: l'ho condiviso con tutta la mia forza per cui ritrovarlo per quasi tre ore di film mi ha restituito solo un grandissimo sollievo.
devo dire però che l'emozione più forte è stato vedere, da un certo punto in poi della narrazione del film, gli attori che lo hanno animato nel pieno della loro rigogliosa e bellissima giovinezza. parlo di De Niro, di Depardieu, della Sandrelli, della Betti (sempre perversa), di Sutherland, della Sanda. 
ho provato gioia, emozione, euforia. ma perchè dico io? ma perchè tanta emozione nel vedere attori ormai anziani in un'epoca in cui erano belli giovani e proiettati nel futuro. forse nella mia testa ha operato una sorta di coincidenza tra le speranze socialiste del film e la giovane età e la bellezza fisica e la proiezione di vita tutta intera. non ho pensato neanche per un attimo che è andato tutto in malora, il pensiero non mi ha sfiorato mai, ho creduto, come mi capita al cinema, che tutto fosse possibile, anche l'uguaglianza, o meglio la lotta per l'uguaglianza, e la forza della vita quando è potente e generativa. certamente non è a me che penso, è ai miei figli, ma anche questo è un atto di idealismo totale considerato che nessuno di questi pensieri li sfiora minimamente: metto in loro speranze che non coltivano, e in questo senso, un altro film, "Lontano da qui" di Sara Colangelo, mi ha colta sul vivo proponendo la disperata necessità di poesia e di bellezza di una madre che vede sfiorire le proprie idealità osservando figli, e un mondo, che proprio non le somigliano.
è la fatica più grande della genitorialità adulta, accettare l'assoluta diversità dei figli da noi.
posso continuamente mettere nel piatto richiami culturali ma rischio solo di stare male nel vederli continuamente rifiutati. 
quindi si, è stato consolatorio andare al cinema a vedere Novecento atto I.
quel che rischio è di finire di credere solo nei film, e quando sono al cinema credo di una fede assoluta, quando invece il reale mi racconta tutta un'altra storia.


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