bianco e nero

come una foto. in bianco e nero. nessuna concessione al colore, alla spettacolarita', ai nuovi barbari. bianco e nero colori vividi dell'essenziale, solo l'autenticita' della forma. della sostanza. l'occhio vede e non si inganna.
"questo e' il mio segreto.
veramente semplice.
si vede bene solo con il cuore.
L'essenziale e' invisibile agli occhi."
Il piccolo principe. A.d.S-E.

martedì 10 marzo 2020

la luce nelle mani

sono i dettagli delle mani, e dei volti, che mi hanno colpito in La Tour.
le trasparenze della pelle attraverso la luce delle candele.
la modernità dei volti, dei tratti.



infine l'opera più straodinaria è l'ultima della mostra, S. Giovanni nel deserto.


un'ombra di uomo, che vive solo nel riflesso di una luce fioca e sinistra, non posso immaginare figura più essenziale, scarnificata, impoverita di tutto, eppure un'onda di potenza e di santità mi arriva in piena faccia e mi bagna gli occhi. sento la solitudine di questa figura e al contempo il coraggio, la rassegnazione a un destino di dolore. un assenso alla posizione di penitente. 

lunedì 9 marzo 2020

Coronavirus, la linea temporale che è stata trascurata

Coronavirus, la linea temporale
che è stata trascurata

Paolo Giordano | 09 marzo 2020
Corriere della Sera

A gennaio, guardando con sospetto la Cina, avevamo la percezione che nulla del genere potesse accadere in Europa. Non su quella scala, non così, non da noi. Perché no? Per un pregiudizio infondato, il pregiudizio dell’altrove

Esiste una linea temporale di questa epidemia. Ha origine in un momento imprecisato e in un luogo imprecisato, forse un mercato di Wuhan, e prosegue con la diffusione del virus in Cina e poi nel mondo, fino a qui. Una quota dello smarrimento, del senso di affanno di queste ore, deriva dall’aver trascurato ripetutamente questa linea temporale. Il contagio, una volta iniziato in un’area, procede in maniera simile a quanto è avvenuto o avverrà altrove.

Non c’è ragione evidente per cui non dovrebbe essere così: apparteniamo alla stessa specie e le nostre dinamiche sociali sono identiche, o almeno affini, ovunque. Eppure a gennaio, guardando con sospetto la Cina, avevamo la percezione che nulla del genere potesse accadere in Europa. Non su quella scala, non così, non da noi. Perché no? Per un pregiudizio infondato, il pregiudizio dell’altrove. E perché nessuno prendeva in serio esame l’ipotesi che noi e la Cina ci trovassimo sulla stessa linea temporale.

Ma lo siamo, proprio come la Francia è sulla stessa linea temporale dell’Italia, e il Lazio è sulla stessa linea temporale della Lombardia. Se la situazione appare disomogenea fra questi luoghi, è solo perché ci troviamo in punti diversi della linea, qualcuno più avanti perché è partito prima, qualcuno un po’ più indietro. Ma il principio su cui dovrebbero basarsi tutte le nostre considerazioni è che l’evoluzione dell’epidemia, nelle sue linee generali, è la stessa dappertutto.

Guardare con lucidità a chi ci precede è quindi lo strumento più efficace in nostro potere per attenuare l’urto della CoViD-19, e non farci trovare scomposti al suo arrivo più massiccio. Roma, adesso, dovrebbe guardare a Milano, proprio come l’Italia e il resto del mondo avrebbero dovuto guardare più seriamente alla Cina due mesi fa. Ma non solo le metropoli o la terraferma, tutti, anche i paesini più remoti delle nostre isole. Vorrei dirlo con la massima chiarezza: l’Italia non è divisa fra una parte rossa, in crisi, e un’altra che tutto sommato se la sta cavando. Come non lo sono l’Europa e il resto del mondo. Questa percezione è apparente e temporanea. Ci troviamo tutti in stadi diversi della stessa evoluzione.

Quindi non è «se» arriva, né «dove». È «quando» e «come». Questo pensiero genera panico? Tutt’altro. È un pensiero che genera prevenzione, la sola cosa di cui dovremmo preoccuparci da giorni, ognuno per sé e insieme come comunità. L’epidemia si sviluppa nel tempo e noi abbiamo bisogno di guadagnare tempo, più tempo possibile per smorzarne l’impatto, affinché la sanità riesca ad attrezzarsi e poi gestire i casi con ogni risorsa utile. Non stiamo scappando in disordine dall’eruzione di un vulcano. Stiamo, tutti insieme, frenando l’avanzata di qualcosa.

Riguardo alle discrepanze temporali, poi, è bene avvisare tutti che anche i numeri che ci vengono forniti ogni giorno vivono su punti diversi della linea temporale: un tampone positivo è uno stadio della malattia diverso rispetto a un ricovero, a una guarigione o a un decesso. Le morti di oggi, cioè, si riferiscono a ipotetici tamponi positivi di molti giorni fa. Quindi attenzione nel trarre conclusioni aritmetiche troppo semplici dividendo un numero per l’altro.


Un po’ di autocritica possiamo già farla: finora il tempo è stato gestito male. Siamo sempre stati in ritardo, fin da quando abbiamo saputo del primo focolaio nell’Hubei. Nulla è precipitato inaspettatamente da allora e, se ci sembra così, si tratta solo di un’altra falsa percezione: siamo stati dentro l’evolversi consequenziale e prevedibile dell’epidemia. The Lancet ha definito le azioni dei governi «lente e insufficienti», ma la notte di sabato è emblematica di questa gestione incauta del tempo: le nuove misure filtrate e commentate ore prima di essere messe in atto, un intervallo lasciato alle congetture e all’iniziativa personale che ha rischiato di vanificare buona parte delle misure stesse. È accaduto anche con la chiusura delle scuole, imponendola a scaglioni, poi per quindici giorni quando era già chiaro che sarebbe servito di più, poi procrastinandola ancora.

Molti degli indugi e degli sbandamenti sono dovuti a una mancanza di fiducia nella popolazione, e alla volontà vaga di tranquillizzare. Ma non si tranquillizza nessuno ripetendo che non è nulla di grave e subito dopo circondando una città; fissando un tempo e poi allungandolo ancora e ancora; ripetendo che l’Italia non deve fermarsi e subito dopo bacchettando gli italiani per la loro abitudine irresponsabile d’incontrarsi al bar. C’è bisogno di rovesciare questo paradigma di sfiducia, subito; convincersi che la gente, se messa nella condizione di capire, capisce. E si comporta di conseguenza.

La propensione al ritardo è stata anche degli esperti, che avrebbero dovuto iniziare un’opera d’informazione chiara e di pressing istituzionale molto prima. La sfera di cristallo nelle loro mani era la curva epidemiologica cinese, ed era disponibile online. Evidentemente, il pregiudizio dell’altrove è più radicato di quanto non si creda.

Adesso, però, i ritardatari peggiori rischiamo di essere noi cittadini. Le misure imposte nelle zone rosse dovrebbero essere seguite anche fuori, da tutti, alla lettera e a partire da adesso, anzi da ieri. L’evoluzione, altrimenti, sarà la medesima. Nel diffondersi di un contagio, le misure di contenimento reattive sono molto meno efficaci di quelle preventive.

Queste righe, dunque, sono un triplice appello. Alle istituzioni, affinché attenuino la sensazione di un’Italia frammentata e di un’Italia più afflitta degli altri Paesi. Ai cittadini, a noi tutti, perché adottiamo le misure massime di prudenza, massime, a prescindere dal fatto che il nostro quartiere sia «tutto sommato tranquillo». E ai media e gli esperti, perché invece di assecondare i cambi di tono repentini delle istituzioni, trovino una linea di continuità e compostezza. Decenni di comunicazione fondata sull’emotività ci hanno abituato male, abbiamo iniettato pathos ovunque, ma adesso basta. Serve una parsimonia di frasi, soprattutto di aggettivi e avverbi. Bisogna ponderare i «drammaticamente» e i «disperato», così come i «soltanto», i «semplicemente», gli «esagerato». E bisogna spiegare, spiegare, spiegare, con tutta la calma possibile. Chi ha capito qualcosa in più deve spiegarlo a chi non l’ha ancora capito. Anche questa è una catena di solidarietà nuova nella quale ognuno ha la sua parte.

Stiamo affrontando una crisi collettiva e la linea temporale su cui viaggiamo è la stessa. Non c’è una vera solitudine, non negli ospedali, non nelle regioni rosse, non in Italia, quindi scacciamo da subito questo pensiero. E se l’idea che il coronavirus arriverà ovunque suscita in qualcuno un istinto d’impotenza, di resa, scacciamo anche quello. Ogni forma di fatalismo è un assist all’epidemia. Dovremo resistere in queste circostanze per un tempo che non sarà breve, e dobbiamo trovare il modo giusto di farlo tempestivamente.


grazie a Paolo Giordano, la sua testa mette in chiaro i lati oscuri della paura dell'irrazionalità.

venerdì 6 marzo 2020

maddalena allo specchio

Georges De La Tour - Palazzo Reale





Maddalena allo specchio, vanità e morte.
un pittore misterioso e moderno, sorprendente, nella mia Milano deserta.
una boccata d'aria nella pioggia battente di un giovedì di storia moderna italiana.






giovedì 5 marzo 2020

in fuga da Idlib,

non potevamo certo aspettarci una strategia ragionata dell'eccidio.
intendo da parte di Bashar Assad, macellaio assassino sterminatore, che il diavolo se lo porti (qualcuno ha letto Il Maestro e Margherita? è un buon momento per farlo).
ammazzare e torturare non prevede programmazione.
si fa,
ecco dunque una massa di gente reietta in fuga dalla Siria, da Idlib, al confine con la Turchia, enclave delle milizie dell'opposizione ad Assad, laceri disperati soli. sono la feccia del mondo, gli scarti che nessuno vuole.
Russia e Iran appoggiano Damasco, vadano al diavolo, bombardano e fanno strage di gente, appoggiano il boia, ma l'inferno per questo delinquente non sarà sufficiente. non basterà a fare giustizia.
e io penso a questa massa di gente disperata che preme sui confini che spinge e si accalca, che muore disperata, bambini inclusi, che ha fame e sale sui treni in corsa.
e mi dico che se il nostro nuovo giustiziere in veste di incoronato si infila lì dentro, forse non si è ancora capito che si infila ovunque?, sarà davvero un sasso lanciato come una fionda sul vetro della cattedrale.
chissà se qualcuno ha pensato a questa ulteriore dannazione.
penso a questi dittatori satanici e mi chiedo perchè masse di gente si ostinano da anni, da decenni, a mantenere al potere i Putin, gli Erdogan, i Netanyahu, nuovi zar e sultani, figure corrotte, ed è ben noto che lo siano, e che si sono macchiati di delitti e massacri. cosa spinge un israeliano a votare un patriarca logorato dal potere la cui politica non ha certo giovato al popolo d'Israele e al suo inquieto vicinato?
votate Erdogan ancora e ancora? il popolo russo si accinge a confermare con l'ennesimo mandato, forse si vota per consegnargli l'eternità?, a un Putin sporco  lurido di sangue, egemone degno erede delle dinastie zariste prerivoluzionarie?
la democrazia è un giocattolo rotto, non funziona più molto bene, è lo strumento migliore che abbiamo ma sembra aver perso l'effetto calmierante sul potere. le minoranze restano escluse e senza voce e muscolosi colossi populisti riescono a farne un uso perverso, dominando in paesi che di democratico sembrano aver preservato solo il nome vuoto di senso.

martedì 3 marzo 2020

ultime notizie

intanto hanno riaperto, parzialmente, i musei.
ci passerò tutto il prossimo we.
poi leggo sul giornale che un giocatore di basket, Jason Clark, che gioca a Varese, ha deciso di recidere il contratto  e tornare negli USA per paura del contagio italiano.
vorrei dire a Jason, caro, che, ahimè, il contagio arriverà anche a casa sua, farà il giro del mondo, e che, senza ombra di dubbio, è molto meglio prenderselo qui, se lo si prende, a casa nostra con il nostro inimitabile sevizio sanitario nazionale, che a casa sua, negli USA, con quella sottospecie di assistenza sanitaria da assicurati milionari che hanno.
non c'è storia, secondo me.
e sto aspettando di veder cosa accadrà a quel paese malato che si chiama Sati Uniti di America con l'arrivo di sua maestà il coronavirus. forse sarà un microbo a spodestare le politiche marcescenti di Trump.
qui molti ancora non capiscono, vedi i vari capocomici dei teatri cittadini, che credono di essere dentro una resistenza bellica ai nazisti e che quindi il teatro abbia il valore politico e simbolico della resistenza, o dei sacerdoti, che urlano che la fede salva le anime (ma non i polmoni), o, non parliamone, dei dirigenti di inter e juve, diomiopoveretti, ma non possiamo aspettarci molto da un mondo calcistico viziato dai milioni che circolano come fossero noccioline, dagli urli fanatici degli spalti, dai giocatori autistici o ossessivi-compulsivi ma bilionari scambiati per eroi del nostro tempo.

assembramenti zero. è chiaro?

certo fa specie che le emissioni di CO2 si siano ridotte in Cina, di questi tempi.
sono certa che l'inquinamento milanese, piaga cronica inguaribile da città iperevoluta irrefrenabile insonne, darà segnali analoghi di contrazione.
il monito di sua maestà il virus a me sembra chiaro.
la quarantena del mondo ci salverà, la quarantena è necessaria, la frenata consumistica capitalistica è l'unica via per il recupero del nostro habitat, non ci sono mezze misure, mezzucci e inghippi.
per questo la battaglia ecologica è la battaglia del secolo, è la rivoluzione che ci attende.
ma che nessuno veramente vuole.
a vedere le cose oggi, a sentire i telegiornali, a guardare le cartine del mondo, le mappe del contagio, forse ci toccherà senza volerlo.


lunedì 2 marzo 2020

Milano al tempo dei corona


venerdì era primavera
e i milanesi erano in biblioteca
tra gli alberi
rispettosi
chi leggeva
chi discuteva
chi faceva sport
chi non faceva niente
come me.
e guardava.


domenica 1 marzo 2020

ritratto di una città

mi è sembrata tristemente bella,
così vuota
testimone di questo momento storico
emblema della corsa insensata della nostra recente vita
del delirio onnipotente
che ci vuole invincibili ed eterni
quando
invece
siamo
nudi
spogliati di tutto
non davanti alla paura
che chiama il caos e la bulimia e la pulsione securitaria
ma
semplicemente
davanti
alla morte

è una città che dice la verità.

il centro


la Triennale


il mercato di Via Fauche