bianco e nero

come una foto. in bianco e nero. nessuna concessione al colore, alla spettacolarita', ai nuovi barbari. bianco e nero colori vividi dell'essenziale, solo l'autenticita' della forma. della sostanza. l'occhio vede e non si inganna.
"questo e' il mio segreto.
veramente semplice.
si vede bene solo con il cuore.
L'essenziale e' invisibile agli occhi."
Il piccolo principe. A.d.S-E.

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sabato 26 marzo 2011

Lolita

Iris, ore 23.00. è finito alle 2.00 di mattina.
Lolita, di Stanley Kubrick, un film geniale.
geniale, vi dico geniale.
film di Kubrick ne ho visti alcuni, non tutti, questo è straordinario, il migliore.
bianco e nero, vecchio film in cui i montaggi sanno di  cartone. sono in macchina e si capisce che dietro è tutto finto, che l'abitacolo è fermo e che gira solo il volante.
se volete in un film la cui costruzione teatrale è così meticolosa sorprendente e ipnotizzante tutto questo aggiunge fascino alla pellicola.
non ho letto il libro di Nabokov e, come mi accade sempre, o uno o l'altro. ora ho visto il film e le immagini non sono sostituibili dalla parola - viceversa quando un libro che ho letto diventa un film- anche perchè queste immagini hanno conquistato la mia curiosità e il mio immaginario in modo definitivo e insostituibile.
un maturo professore, Humbert Humbert, perde la testa per un'acerba Lolita. prima sposa la madre, che muore in un tragico quanto enigmatico incidente, successivamente va a vivere con lei in veste di patrigno e lentamente matura un delirio di possesso e gelosia verso la giovane e apparentemente innocente "ninfetta", che, dopo essere fuggita con un ambiguo personaggio, il commediografo Clare Quilty, finirà sposa e incinta di un altro ancora, alla fine del film.
la rappresentazione dei personaggi rasenta la perfezione stilistica e descrittiva.
oltre alla Lolita diabolicamente ambigua sotto le vesti dell'innocenza candida e della malizia inconsapevole, la contrapposizione tra il professor Humbert e l'amante Quilty, interpretato da un incredibile Peter Sellers, è una rappresentazione senza pari della follia, dell'alienazione, dello sdoppiamento della coscienza. la narrazione del film è sottile e si gioca su allusioni mai esplicitate fino in fondo, su ambiguità supposte, su una passione erotica divorante mai rappresentata e solo sussurrata all'orecchio, sullo sviluppo della follia lungo l'invisibile corrosione di una voce fuori campo. l'aspetto più sorprendente è la presenza di questo secondo pretendente alle attenzioni di Lolita, che si presenta in forma strisciante nel personaggio di Quilty-Peter Sellers. Sappiamo che c'è, sappiamo che esiste, sappiamo che è "l'altro", sappiamo che è l'autore delle telefonate anonime a contenuto sessuale e provocatorio, il destinatario delle telefonate segrete di Lolita, l'oggetto delle sue ripetute bugie al professore, il soggetto di travestimenti burleschi e francamente umilianti, lo zio presunto che consente la fuga di Lolita, il pedinatore nascosto, lo sappiamo ma non si vede praticamente mai. non lo vediamo mai in presenza di Lolita, sono due soggetti separati sulla scena ma complici a spese del professore.
di fatto Quilty non parla mai direttamente con Humbert, ma sempre per interposta persona, attraverso segnali, dimenticanze, mediante il telefono, travestito con i baffi da psicologo scolastico o di spalle mentre parla con accento straniero. il professore percorre la strada della sua perdizione travolto dalla sessualità perversa di Lolita, che si percepisce con forza ma non si concretizza mai,  e dalla presenza persecutoria perturbante di Quilty, che segna tutto il percorso ma non si sostanzia mai.
questa è maestria, questa è capacità narrativa senza eguali.
leggo che la censura impedì a Kubrick di esplicitare le scene di sesso costringendolo ad aggirare l'ostacolo con allusioni e sottintesi e penso, al contrario delle opinioni che ho letto, che questa sia stata la fortuna di questo film. il desiderio e la sua perversione si insinuano in tutto il film proprio in virtù della proibizione, ed è la proibizione, la censura, che determinano lo sdoppiamento di Humbert Humbert -insito nel suo nome- destinato alla follia da una parte e alla consegna della realizzazione del suo desiderio alla figura fantasmatica di Quilty.
il film è intriso di erotismo che non si esprime, ovviamente, mai, nelle scene di sesso esplicito, ma nella costruzione narrativa della storia, nella dinamica e nelle relazioni dei personaggi, nella potenza del non detto, nella verità di ciò che solo viene supposto ma mai realmente visualizzato.
un capolavoro, secondo me.

mercoledì 19 gennaio 2011

full metal jacket


la scena: il soldato Jocker  uccide la cecchina bambina vietnamita, la finisce per pietà, per evitarle sofferenze atroci, già dimentico di quelle da lei stessa inflitte ai suoi compagni pochi minuti prima.

la frase: "I miei pensieri vanno di nuovo ai capezzoli eretti, alle eiaculazione notturne, ai sogni bagnati di Mary Jane Ficarotta, alle fantasie dell'immensa scopata al ritorno a casa. Sono proprio contento di essere vivo, tutto d'un pezzo, e prossimo al congedo... certo vivo in un mondo di merda, questo sì, ma sono vivo... e non ho più paura". (soldato Joker)

uno strano vietnam quello di kubrick, senza giungla ma edifici sventrati targati oriente.
me lo ricordavo violento inguardabile, l'ho rivisto con altri occhi, la violenza ha soggiogato seviziato stuprato i nostri occhi.
mi colpisce di più la velocità della morte, e la pernanenza della vita. la paura della carne maciullata che scivola via e ridisegna la traccia, prepotente, indelebile della vita. voglia di scopare che ti ricorda, cazzo duro, che sei vivo, che ci sei. tutto negli ultimi venti minuti di film.