bianco e nero

come una foto. in bianco e nero. nessuna concessione al colore, alla spettacolarita', ai nuovi barbari. bianco e nero colori vividi dell'essenziale, solo l'autenticita' della forma. della sostanza. l'occhio vede e non si inganna.
"questo e' il mio segreto.
veramente semplice.
si vede bene solo con il cuore.
L'essenziale e' invisibile agli occhi."
Il piccolo principe. A.d.S-E.

venerdì 5 giugno 2020

aria



in bici.
da piazzale Ovidio
passando per Linate
fino a Peschiera Borromeo.
Chiesa dei Santi Cosma e Damiano (santi medici...)
e poi Castello di Peschiera Borromeo.
pic nic.
rientro.
gambe?
così così.
Km?
30.
sole?
tanto.
bello?
direi!!
consigliato?
parecchio.

giovedì 4 giugno 2020

a proposito di eroismo

Le nostre formazioni sanitarie, ottenute grazie a Tarrou, debbono essere giudicate con una soddisfazione oggettiva; per questo il narratore non si farà il cantore troppo eloquente della volontà e d'un eroismo a cui egli non attribuisce che un'importanza ragionevole. Ma egli continuerà a essere storico dei cuori straziati ed esigenti che la peste diede allora a tutti i nostri concittadini. 
Quelli che si votarono alle formazioni sanitarie non ebbero sì gran merito a farlo, infatti: sapevano ch'era la sola cosa da fare e che il non decidersi a farla, questo sarebbe stato incredibile. Le formazioni aiutarono i nostri cittadini a penetrare nella peste e li persuasero in parte che, se c'era la malattia, bisognava fare il necessario per combatterla. Siccome la peste, in tal modo, diventava il dovere d'alcuni, apparve realmente quello che era, ossia una faccenda di tutti. 
Questo è bene. Ma non ci si congratula con un maestro di scuola per il fatto d'insegnare che due più due fa quattro. Forse ci si congratula con lui per aver scelto un bel mestiere. Diciamo quindi ch'era lodevole se Tarrou e altri avessero cercato di dimostrare che due più due fa quattro piuttosto che il contrario, ma diciamo inoltre che questa buona volontà l'avevano in comune col maestro di scuola, con tutti quelli che hanno lo stesso cuore del maestro di scuola e che, per l'onore dell'uomo, sono più numerosi di quanto non si pensi: tale almeno è la persuasione del narratore. Questi, d'altronde, vede benissimo la obiezione che si potrebbe fargli, ossia che quegli uomini rischiavano la vita. Ma arriva sempre un momento nella storia in cui chi non osa dire che due più due fa quattro è punito con la morte. E la questione non è di sapere quale sia la ricompensa o la punizione che spetta a tale ragionamento. La questione è di sapere se due più due, sì o no, fa quattro. Per quei nostri concittadini che allora rischiavano la vita, si trattava di decidere se, sì o no, erano nella peste e se, sì o no, bisognava combatterla. 
Molti nuovi moralisti andavano allora dicendo nella nostra città che nulla, nulla sarebbe servito e che bisognava mettersi in ginocchio. E Tarrou, e Rieux, e i loro amici potevano rispondere questo o quello, ma la conclusione era sempre quella a loro nota: bisognava lottare in questo o in quel modo e non mettersi in ginocchio. Tutta la questione era d'impedire al maggior numero possibile d'uomini di morire e di conoscere la separazione definitiva. Per questo non c'era che un solo mezzo: combattere la peste. Questa verità non era ammirevole, ma soltanto logica. 
Per questo era naturale che il vecchio Castel mettesse tutta la sua fiducia e la sua energia nel confezionare dei sieri sul posto, con materiale di fortuna. Rieux e lui speravano che un siero fatto con le colture del microbo stesso che infestava la città avrebbe avuto un'efficacia più diretta dei sieri venuti da fuori: tale microbo, infatti, differiva dal microbo della peste, com'era classicamente definito. Castel sperava d'avere assai presto il suo primo siero. Per questo, anche, era naturale che Grand, che nulla aveva dell'eroe, assicurasse ora una sorta di segretariato alle formazioni sanitarie. Una sezione delle squadre formate da Tarrou si consacrava, infatti, a un lavoro d'assistenza preventiva nei quartieri sovrappopolati. Si cercava d'introdurvi la necessaria igiene, si faceva il còmputo dei granai e delle cantine non visitate dalla disinfezione. Un'altra sezione delle squadre aiutava i medici nelle visite a domicilio, assicurava il trasporto degli appestati e anche in séguito, in assenza del personale specializzato, guidò i veicoli dei malati e dei morti. Tutto questo esigeva un lavoro di registrazione e di statistica che Grand aveva accettato di compiere. Da questo punto di vista, e più di Rieux o di Tarrou, il narratore ritiene che Grand fosse il vero rappresentante di quella virtù tranquilla che animava le formazioni sanitarie. Aveva detto di sì senza esitare, con la buona volontà che gli era propria. Aveva soltanto domandato di rendersi utile in piccoli lavori; era troppo vecchio per il resto.

La peste, Albert Camus

Trisha Baga




sembra quasi una formula magica
trisha baga, avada kedavra
e invece è il nome di un'artista contemporanea, americana di origini filippine, esposta all'Hangar Bicocca.
in tempi normali starei qui a dire che francamente non so, tra video, sovrapposizioni e sculture in ceramica.
in tempi di contagio è la prima mostra che vedo dopo il liberi tutti e dico che, in effetti, francamente non so, meglio l'esposizione in sè che le opere in mostra, ma chi se ne frega.

venerdì 29 maggio 2020

il cielo estivo, le strade che scolorivano sotto le tinte della polvere e della noia, avevano il medesimo significato minaccioso del centinaio di morti di cui ogni giorno si appesantiva la città

Cominciarono i calori, si era ormai alla fine del mese di giugno. Il giorno dopo le piogge tardive che avevano contraddistinto la domenica della predica, l’estate scoppiò di colpo nel cielo e al di sopra delle case. Un gran vento si levò e soffiò torrido per un giorno, asciugando i muri. Dal sole immoto, flutti ininterrotti di caldo e di luce inondarono la città per tutta la giornata. All’infuori delle strade ad archi e degli appartamenti, sembrava che non ci fosse un solo punto della città sottratto al più accecante riverbero. Il sole perseguitava i nostri concittadini in tutti gli angoli di strada, e se si fermavano, allora li colpiva. Siccome questi primi calori coincisero con un vertiginoso aumento del numero delle vittime, che si contarono a quasi settecento per settimana, una sorta d’abbattimento s’impadronì della città. Nei sobborghi, tra le vie piatte e le case con terrazza, l’animazione calò, e nel quartiere in cui la gente viveva sempre sull’uscio, tutte le porte erano chiuse e le persiane serrate, senza che si potesse sapere se in tal modo ci si voleva proteggere dalla peste o dal sole. Da alcune case, tuttavia, uscivano dei gemiti. Prima, quando accadeva questo, si vedevano sovente dei curiosi in ascolto nella strada; ma dopo quei lunghi allarmi sembrava che il cuore di ciascuno si fosse indurito e tutti camminavano o vivevano accanto ai lamenti come se fossero stati il naturale linguaggio degli uomini.  
I tumulti alle porte, durante i quali i gendarmi avevano dovuto far uso delle armi, crearono una sorda agitazione. C’erano stati certamente dei feriti, ma si parlava di morti in città, e tutto si esagerava a causa del caldo e della peste. È vero, in ogni caso, che il malcontento non cessava di crescere, che le nostre autorità avevano temuto il peggio e prospettato seriamente le misure da prendere nel caso che la popolazione, tenuta sotto il flagello, fosse giunta alla rivolta. I giornali pubblicarono decreti che rinnovarono il divieto di uscire e minacciavano di prigione i contravventori. Le pattuglie percorsero la città; sovente, nelle vie deserte e surriscaldate si vedevano venire, preannunciate dal rumore degli zoccoli sul selciato, le guardie a cavallo, che passavano tra due file di finestre chiuse. Di tanto in tanto echeggiavano le fucilate di squadre speciali incaricate, con recente ordinanza, di uccidere i cani e i gatti che avrebbero potuto trasmettere le pulci. Le secche detonazioni contribuivano a mettere nella città un’aria d’allarme. 
Nel caldo e nel silenzio, e per il cuore atterrito dei nostri concittadini, tutto assumeva, d’altronde, una maggiore importanza. I colori del cielo e gli odori della terra, determinati dal passaggio delle stagioni, erano per la prima volta sensibili a tutti. Ciascuno capiva con spavento che i calori avrebbero favorito il contagio e, nello stesso tempo, ciascuno vedeva che l’estate si stabiliva. Il grido dei rondoni diventava più flebile sopra la città; non era più commisurato a quei crepuscoli di giugno che allontanano l’orizzonte nel nostro paese. I fiori sui mercati non arrivavano più in boccio, erano ormai aperti, e dopo la vendita della mattina i loro petali coprivano qua e là i marciapiedi polverosi. Si vedeva chiaramente che la primavera si era estenuata, prodigata nelle migliaia di fiori sbocciati tutto all’intorno e che stava adesso per assopirsi, schiacciata lentamente sotto il duplice peso della peste e del caldo. Per tutti i nostri concittadini, il cielo estivo, le strade che scolorivano sotto le tinte della polvere e della noia, avevano il medesimo significato minaccioso del centinaio di morti di cui ogni giorno si appesantiva la città. Il sole incessante, le ore dedicate al sonno e alle vacanze, non invitavano più come prima alle feste dell’acqua e della carne; suonavano vuote, invece, nella città chiusa e silenziosa; avevano perduto il metallico splendore delle stagioni felici. Il sole della peste stingeva tutti i colori e fugava ogni gioia.

Albert Camus
La peste

giovedì 28 maggio 2020

l'ultimo giorno

ma si, certo, l'ultimo giorno di scuola, in quinta elementare, o in terza media, a maggior ragione nell'ultimo anno di scuola superiore, è un giorno da ricordare.
sebbene io non lo ricordi affatto.
ricordo la maturità, certo, è stampata nella memoria, e nell'inconscio, mi viene spesso a trovare di notte.
motivo per cui è irrinunciabile, la maturità.
e se qualcuno l'ha cancellata, Gran Bretagna e Olanda, avrà avuto, immagino, i suoi seri motivi.
ma leggo questi accorati appelli di editorialisti del Corriere, Paolo di Stefano e Massimo Gramellini, che proprio non ce la fanno, a rinunciare a questo giorno, e si rivolgono alle autorità, rievocando traumi dell'infanzia o toni sarcastici, per permettere il compiersi di questo fatidico ultimo giorno, nei parchi, quindi non a scuola, nei cortili, ovunque, basta che si faccia.
anche qui, mi dico, avranno i loro reconditi personali motivi, probabilmente anche semplicemente quello di avere un figlio in età scolare, per pensare che, in fondo, se si consente un happy hour si potrà ben fare un Ultimo Giorno.
ma quel che colpisce me, per come sono abituata ormai a ragionare sulle cose del mondo, quel che mi colpisce, e mi preoccupa, è questa impossibilità del mondo adulto di poter anche solo accettare per un attimo la frustrazione nel mondo infantile, o adolescenziale.
i nostri figli non possono soffrire.
non possono.
il rischio, della sofferenza e frustrazione, è di traumi irrisolvibili nell'età adulta, dicono.
se togliamo l'ultimo giorno di scuola come mai ne verranno fuori?
come faranno senza quella gioia?
come possiamo infliggere loro una rinuncia?
e che rinuncia!!
amici, abbracci, gavettoni, urla, saluti, allegria.
posso io adulto, sebbene cosciente più di loro dei rischi attuali, farmi carico di dire NO, non si fa, non si può, dovrai tollerare questa profondissima perdita?
no, oggi gli adulti non possono, padri madri si affannano nel fornire esistenze sempre felici mai macchiate dall'infamia della rinuncia, della frustrazione, della perdita, dell'insuccesso, del fallimento.
i nostri figli devono sempre essere felici.
altrimenti, io, "adulto", ne muoio.
perché mai farmi carico -se poi è necessario farlo e non credo- della loro infelicità mi è letteralmente impossibile.
da dove cominciare?

niente di nuovo

i fiori più fotografati in città
ma speciali per me
come per ognuno che li ha
trovati
o
ritrovati
in questa splendente crudele primavera
in cui
il bosco è verticale
ma
il prato ancora sorprendentemente orizzontale
c'è speranza allora

lunedì 25 maggio 2020

fare vuoto

credo di aver capito cosa mi ha reso felice.
sono stata bene, benissimo.
ho goduto di buona salute, il mio corpo è tornato silente.
a breve, da lunedì scorso, il corpo di nuovo parla, la schiena grida, lo stomaco brucia, il risveglio si affretta, prima del tempo.
io sono stata bene, sulla mia nave.
io non ho più sentito il bisogno.
questa è la differenza.
il bisogno si è annullato, tacitato, perchè è scomparso.
non ho avuto bisogno di nulla, e la mia vita si è pacificata.
né di oggetti, né di affetti, né di pieno.
son rimasta nel vuoto, senza riempirlo troppo
e non ho sentito il bisogno degli altri su di me.
la pressione della voce richiedente dell'altro si è smorzata, non è scomparsa, ho lavorato, ma si è rarefatta.
e io ho respirato, facendo yoga, anche, ho respirato.
ascoltavo una bella lezione di Marcello Ghilardi, filosofo, insegnante di estetica, esperto di oriente, alla rinata casa degli artisti.
fare vuoto.
si, fare vuoto.
perchè nella cultura cinese non appare l'angoscia o il dolore per il vuoto.
appare per il troppo pieno.
nella tradizione occidentale il termine "vuoto" ha in genere indicato qualcosa di non esistente, o ciò che - contrapponendosi al pieno - è inerte, privo di efficacia. in Cina e in Giappone invece le tradizioni taoista e buddhista hanno conferito al vuoto (wu in cinese, mu in giapponese) un valore positivo e attivo, come matrice di ogni compossibilità, luogo di relazione e di generazione.
il mio vuoto è stato assenza di bisogno e ho navigato bene in questo mare.
ecco, ora è già finito e io sento forte la nostalgia.