bianco e nero

come una foto. in bianco e nero. nessuna concessione al colore, alla spettacolarita', ai nuovi barbari. bianco e nero colori vividi dell'essenziale, solo l'autenticita' della forma. della sostanza. l'occhio vede e non si inganna.
"questo e' il mio segreto.
veramente semplice.
si vede bene solo con il cuore.
L'essenziale e' invisibile agli occhi."
Il piccolo principe. A.d.S-E.

sabato 20 dicembre 2008

ANCHE DARIA BIGNARDI E' MIA SORELLA


certe donne mi fanno felice.
Daria Bignardi e' una di queste.
magari a casa sua e fuori dallo schermo e senza una pagina da scrivere e' una donna normale, di pessimo umore, a tratti antipatica, pesante e che si incazza anche per poco.
ma mi sta bene. lo sono anch'io.
questo articolo, come molti altri, mi trovano in una sintonia assoluta.
non solo per quello che dice.
per come lo dice.
per l'ironia, il sarcasmo e la non troppo celata rottura di palle che si percepisce.
anche lei, come Lella Costa -peraltro intervistata nell'ultima puntata delle invasioni barbariche, un tripudio di sorellanza- e' mia sorella. ma di piu', se si puo' di piu'.
LEGGETE. punto.


mercoledì, 17 dicembre 2008
Lavorare fino a 65 anni? Anche più, se ci fosse parità vera

Brunetta lo conosce il «pacchetto» che tocca quotidianamente a noi donne?


"Facciamo finta che quella del ministro Brunetta sull’equiparare l’età della pensione di uomini e donne non sia una cosa seria, che sia solo una provocazione, una battuta, o una distorsione dei media.
Facciamo finta che non ci siano lavori che spezzano la schiena e risucchiano l’anima, e facciamo anche finta che, se decidessimo di equiparare i diritti di uomini e donne, dovremmo cominciare dai salari e dall’accesso al lavoro e non dall’età della pensione. Facciamo finta che la Corte europea, che chiede l’equiparazione, non abbia chiesto anche un sacco di altre cose delle quali il governo se ne infischia.
Facciamo finta che in Italia non ci sia un’ostinata mancanza di attenzione ai problemi delle donne, che non manchino gli asili nido, che non ci siano mariti separati che non mantengono i figli, facciamo finta soprattutto, anche se per farlo dobbiamo prendere psicofarmaci o farci ipnotizzare, che in Italia la cura della famiglia sia equamente divisa tra maschi e femmine.
Facciamo finta, ma solo finta, che quello del lavoro non sia un problema troppo serio per scherzarci sopra, e gridiamo a Brunetta il nostro: «Magari!».
Magari, caro ministro, le donne potessero andare in pensione non a sessantacinque ma a cento anni. Trenta milioni di Rite Levi Montalcini, fresche di parrucchiere, sorridenti e innamorate del proprio lavoro. Per la maggior parte delle donne, tranne quelle che fanno lavori orrendi o usuranti, tranne quelle che sono sfruttate, lavorare è una vacanza, un diversivo, una passeggiata rispetto al pacchetto all inclusive che tocca loro dal momento in cui decidono di farsi una famiglia (ma anche alle single incallite tocca prima o poi, perché prima o poi i genitori anziani li hanno tutti, o almeno lo si spera, e di uomini che si prendono cura quotidianamente dei bisogni dei genitori ce ne sono in giro pochi).
Se non arrivassero al lavoro già mezzo morte per essersi alzate prestissimo a fare un po’ di lavori di casa, passare dal supermercato e accompagnare i figli a scuola prima di andare in ufficio, se durante la giornata non dovessero tenere un compartimento di attenzione sempre acceso sugli orari di scuola dei figli, chi li va a prendere, chi li porta in piscina, se hanno preso la medicina, che cosa si mangia stasera, chi va a ritirare i maglioni in tintoria, quante ore ha fatto questo mese la baby-sitter e quante la badante del nonno, e devo fare il bancomat perché la baby-sitter non prende gli assegni, e la donna a ore ha le vampate della menopausa e i figli che la fanno dannare e non stira più, e bisogna comprare la sabbia del gatto, e sono finiti i succhi di pera per la colazione di Ciccio, e Ciccia che è in prima media alle due che cosa mangia, e sarà asciutta la tuta che domani è già giovedì e ha ginnastica?
Ma, anche con una porzione di cervello sempre rivolta agli esseri adorati ai quali vorremmo dare il meglio di noi, e ai quali a volte diamo il peggio tanto siamo frantumate, lavorare ci piace un sacco, e ci viene anche molto bene. Non dico meglio, caro ministro, perché sembro di parte. Però lo penso. Ma questa è un’altra storia."




Lella Costa inizia l'intervista parlando di Alice, nome probabile ma poi non scelto per una delle sue tre figlie, nome possibile immaginario della mia ipotetica figlia, quella dei miei sogni, quella che ancora oggi mi capita di sognare.
Lella Costa conclude l'intervista salvando tre cose:
-il valore dell'intelligenza abbinata alla leggerezza e all'ironia
-il valore di alcune parole, da conservare per sempre
-il valore di non dare ai propri figli il nome Chanel, anzi chanel. perche' i nomi sono importanti, come le parole.
eccomi, sua sorella.
ASCOLTATE. punto
http://www.la7.it/approfondimento/dettaglio.asp?prop=re pliche&video=20250

martedì 16 dicembre 2008

Magritte, la concettualizzazione che incanta: la banalità che accomuna tutte le cose è il mistero

Dobbiamo immaginare oggetti affascinanti
capaci di risvegliare in noi stessi ciò che resta dell'istinto del piacere.
(1947)




L'amore per l'ignoto equivale all'amore per la banalità: conoscere significa scoprire la banale conoscenza, agire significa cercare la banalità dei sentimenti e delle sensazioni.
sembra all'apparenza complesso
e all'apparenza è molto semplice.
Magritte. figurativamente semplice, tutt'altro che banale, concettualmente complesso.
elementi naturali che si sovrappongono all'elemento umano, sfiorano l'innaturale, l'immaginifico, la magia. il mistero.
Il rapporto fra il titolo e il quadro è poetico.
Conserva, degli oggetti, solo le caratteristiche
abitualmente ignorate dalla coscienza
ma talvolta presentite in occasione degli avvenimenti straordinari
che la ragione non è ancora riuscita a chiarire.
(1946)

contrasti che diventano paradosso, immagini che rimandano a camere nascoste nel cervello. spesso ci sono mura, spesso ci sono scatole, spesso ci sono sipari, spesso ci sono pareti: sono spazi delimitati, spazi che contengono memoria, spazi chiusi che contemplano l'infinito.
Magritte parla il linguaggio misterioso e simbolico dei sogni.
c'è un mare di sfondo, spiagge bianche animate da oggetti statuari grigi, monumenti viventi ma pietrificati, inappropriati al luogo. quelle sponde, quel mare sono la soglie della memoria. quegli oggetti sono il contenuto della nostra memoria in attesa di essere collocati fuori dal sogno, dentro la dimensione banale, o mai banale, del reale.
la produzione di Magritte si fonda su una semplice convinzione: ciò che è nascosto e difficile da raggiungere (con gli occhi, con la mente, con la sensibilità del cuore) è molto più emozionante e perciò degno di maggiore interesse di ciò che è manifesto.
la natura è onnipresente perchè rappresenta lo strumento privilegiato per interrogarsi sul mistero delle cose. usando la natura si diverte a giocare con il conosciuto e l'ignoto, con l'evidente e il segreto, con il buon senso e il non senso, ribaltando il convenzionale nell'enigma.
si sbizzarrisce nel dispiegare tende, incappucciare volti o a nasconderli dietro mele o fiori, inserire frammenti che mostrano il dietro, il sotto, il segreto della realtà, a inventare sovrapposizioni che portano in primo piano ciò che non si dovrebbe vedere.
La natura ci offre la condizione di sogno,
consentendo al nostro corpo e alla nostra mente
quella libertà di cui esse hanno assoluto bisogno.
(1938)

Magritte gioca sulla memoria, conta e costruisce sul ricordo, sull'evocazione dell'infinito racchiusa in una stanza, si esprime attraverso la natura che domina la nostra essenza. Magritte vive e parla il linguaggio mai finito della fantasia.
Sono rapita dalla sua complessità concettuale, dalla struttura delle immagini, dalla riflessione intellettuale che li sottende, dalla semplicità del messaggio che intende comunicare.
tutto può essere spiegato con l'immagine, sostenuto dal pensiero, dalla banalità necessaria del sentire, dalla pulsione irrefrenabile del conoscere.
nulla può essere interpretato se non con la facilità dell'istinto.

E' un atto di magia nera
trasformare la carne della donna in cielo.


Ho visto questo pomeriggio, in pieno sole,
una giovane donna che aspettava il tram
in compagnia del suo corpo.


Il corpo di donna assume colori diversi, "oggi ho visto una donna in compagnia del suo corpo", la sua consistenza diventa aerea con un atto di immaginazione. è magia nera il passaggio nel corpo, attraverso il corpo, dal giorno alla notte. il corpo di una donna si nutre di giorno e di notte.


Essere surrealista significa bandire dalla mente il "già visto"
e ricercare il non visto.
(1947)


La rondine è vestita delle nuvole del cielo mattutino mentre viaggia nella notte buia sui sogni degli uomini.


Non si deve temere la luce del sole con la scusa
che è servita quasi sempre a illuminare un mondo miserabile.
(1946)


Un paesaggio notturno e un cielo come lo vediamo in pieno giorno. Questa evocazione della notte e del giorno mi sembra dotata del potere di sorprendere e di inacantarci. questo potere, io lo chiamo poesia.

La casa è immersa nell'oscurità e solitudine incantata della notte sovrastata dalla speranza della luce del giorno. il cammino nel tempo si fa profondo. è come essere di fronte alla soglia della vita. fatemi entrare perchè ho paura. fatemi entrare perchè ho speranza.


Sentivamo battere il cuore degli alberi
prima di quello degli uomini.
René Magritte (1948
)

l'albero racchiude una casa nel suo tronco, attraversato da linfa e sangue vitale domestica. la vita si mostra, dominata dalla sfera perfetta del tempo e dell'intelligenza geometrica, racchiusa in un disegno più grande, in un mondo buio che nemmeno conosciamo ma del quale facciamo parte, nello sguardo che si perde lontano in una paesaggio blu della notte nera.



Le mie opere sono tutte impregnate dalla certezza
che noi apparteniamo, di fatto, a un universo enigmatico.
(1958)


la montagna imponente dominante vola via sulle ali dell'aquila potente portando in sè l'immagine forte di quel cielo cinereo, una sfumatura sul fare della notte che ancora non esiste, in una notte che ancora notte non è. uova sul davanzale, la vita che cresce ai piedi della potenza inafferrabile della natura.


La natura ci offre la condizione di sogno,
consentendo al nostro corpo e alla nostra mente
quella libertà di cui esse hanno assoluto bisogno.
(1938)


la maschera viva, eppure finta e vuota di consistenza, di occhi e di bocca incastonata di pietre e di gioielli appare vivida ai confini di un mondo emerso dalla riva del mare, ai confini della memoria e del ricordo di ciò che siamo stati.


Anche a me piace vedere le foglie che nascondono la luna,
ma se dietro di esse si riuscisse a vedere la luna,
sarebbe inaudito, la vita avrebbe finalmente un senso.


la luna è nascosta dalle foglie. si intravede la sua bellezza ma non la possediamo completamente, si manifestasse per intero tutto sarebbe rivelato e allo stesso tempo perderebbe il suo mistero.



magritte viaggia sul contrastato tra mente e sogno. magicamente.
è poesia che consente ogni possibile percorso di conoscenza, accessibile a ogni mente che abbia gli occhi per guardare.
anche un bambino si pone curioso, rapito dalle ali leggere dello stato onirico della veglia, cullato dalle nuvole offerte a cena su una coppa di champagne.

I miei quadri sono stati concepiti per essere
segni tangibili della libertà di pensiero.
(1951)

lunedì 1 dicembre 2008

ciò che scrivo


" Se non ami me, ama quello che scrivo, e amami per quello che scrivo... "
Sylvia Plath

sabato 29 novembre 2008

a un padre, da una figlia



Il Figlio
di Pablo Neruda

Ahi figlio, sai, sai
da dove vieni?

Da un lago di gabbiani
bianchi e affamati.

Vicino all'acqua d'inverno
io e lei sollevammo
un rosso fuoco
consumandoci le labbra
baciandoci l'anima,
gettando al fuoco tutto,
bruciandoci la vita.

Così venisti al mondo.

Ma lei per vedermi
e per vederti un giorno
attraversò i mari
ed io per abbracciare
il suo fianco sottile
tutta la terra percorsi,
con guerre e montagne,
con arene e spine.

Così venisti al mondo.

Da tanti luoghi vieni,
dall'acqua e dalla terra,
dal fuoco e dalla neve,
da così lungi cammini
verso noi due,
dall'amore terribile
che ci ha incatenati,
che vogliamo sapere
come sei, che ci dici,
perché tu sai di più
del mondo che ti demmo.

Come una gran tempesta
noi scuotemmo
l'albero della vita
fino alle più occulte
fibre delle radici
ed ora appari
cantando nel fogliame,
sul più alto ramo
che con te raggiungemmo.

e così vivevano, coprendo
la metà degli esseri, come pesci
del più strano mare, e nelle fangose
immensità io incontrai la morte.
La morte che apriva porte e sentieri.
La morte che scivolava sui muri.




ho fatto la mia parte, come figlia.
"Da tanti luoghi vieni,
dall'acqua e dalla terra,
dal fuoco e dalla neve,
da così lungi cammini
verso noi due,
dall'amore terribile
che ci ha incatenati,
che vogliamo sapere
come sei, che ci dici,
perché tu sai di più
del mondo che ti demmo".
da quel luogo vengo e verso quello mi sono incamminata.
e coloro che sono venuti dopo di me, da me, sono più, molto di più del mondo dal quale provengo.
perchè sono l'incontro di universi diversi che in un istante si sono incontrati e fusi.

ora nevica, anche sul cimitero.
"nelle fangose
immensità io incontrai la morte.
La morte che apriva porte e sentieri.
La morte che scivolava sui muri".
nevica e io ho freddo, davvero freddo.

un anno fa lessi questi pensieri davanti a molte persone.
nessuno mi ha aiutato a ricordare.
ma non conta, lo sapevo.
l'ho scritto per me.


"è una condizione personale quella che vi racconto oggi, ma non avrei altre occasioni, oggi è il giorno del funerale di mio padre.
permettetemi di dirvi che questa mia esperienza con i miei genitori è stata impegnativa, dolorosamente emotivamente impegnativa. ho visto il loro decadimento, fisico, ma questo è nel fisiologico andamento delle cose, ma soprattutto ho assistito a quello mentale. l'ho visto in mia madre che si è spenta fino a non riconoscermi più, fino a non riconoscere i miei figli. ma il vero dolore, per me, è ciò che è venuto dopo: ovvero smettere di ricordare. per stare vicino a una persona, una persona che è tua madre, che si assottiglia e impoverisce ogni giorno di più fino alla perdita completa del senso di sè, è stato necessario per me, cominciare a dimenticare, e ciò che faccio ora, ogni giorno, con mia madre, è dimenticare. forse il più grave torto che io possa averle mai fatto. dopo la sua morte, dopo il suo piccolo e scarno funerale di fine agosto, dopo tutto, è arrivato il mio dimenticarmi di lei. quello che è successo con mio padre è simile e parallelo. ho visto il suo corpo perdere la sua forza e le sue funzioni ma, al contempo, ho visto mio padre, con mille conflitti e perplessità, combattere fino all'ultimo, fino all'inverosimile. poi l'ho visto spegnersi, lentamente, in ciò che di più fulgido possedeva: la sua mente, il suo capire, il suo pensare, il suo comunicare. l'ho visto non saper più leggere il giornale, l'ho visto con lo stesso libro sotto il braccio per oltre un anno, lui, proprio lui, l'ho visto perdere il filo di un discorso fino a non sapere più usare le parole e dover contare con le dita, uno due tre, per esprimere ciò che avrebbe voluto. ciò che ho visto è qualcosa che non posso che cercare, ancora una volta, di dimenticare.
ciò che sono a chiedere qui, oggi, a tutti voi, voi che siete qui, voi che lo avete conosciuto, che lo avete avuto come padre, come fratello, come zio, come nonno, come amico, come confidente, come interlocutore, come psicoanalista, come paziente, come collega, come compagno di viaggio, come intrattenitore, ciò che davvero con tutto il cuore, oggi, vi chiedo, è di aiutarmi a non dimenticare."
1 dicembre 2007

giovedì 13 novembre 2008

voglio una vita...da Ulrike Meinhof



"Una pietra lanciata contro una vetrina è un atto criminale, mille pietre sono un’azione politica". così scrive Ulrike Meinhof, giornalista borghese progressista della Germania fine anni 60, fondatrice, insieme a Andreas Baader della RAF (Rote Armee Fraktion), in particolare della banda Baader-Meinhof.
quasta è storia.
ma non ve la racconto la storia. andate a vedervi il film. andate. c'è da capire da pensare da imparare da emozionarsi e rimanere attoniti.




si sono affascinata, lo ammetto.
Ulrike mi affascina. lucida, ideologa rivoluzionaria, solida, strutturata nel pensiero. è lei che dirige il gruppo, è lei che lo tiene insieme con la forza dell'idea politica dominante, fanatica distruttiva, ma dominante. Baader sembra solo un borderline sociopatico, difficile da tenere a bada, elemento necessario alla strutturazione della lotta armata ma non della sua ispirazione politica e ideologica. la sua ribellione alle regole viene semplicemente deviata dalla deliquenza comune e incanalata in quella politica sovversiva, fortemente influenzato da Gudrun Ensslin, la sua donna, l'anima anarchica femminile autentica del gruppo.
ma il pensiero è di Ulrike, è lei che pensa, è lei che ipotizza, è lei che costruisce, è lei che elabora il manifesto programmatico del gruppo armato. non sembra convinta dall'inizio della necessità di una svolta dalla lotta persuasiva della parola a quella definitiva degli atti dinamitardi nei luoghi del potere.
ma la svolta c'è, arriva, repentina, improvvisa, istintiva, in una frazione di secondo: dopo un istante di riflessione, salta fisicamente e politicamente la finestra, la barricata da dove poco prima era fuggito Andreas Baader, in una delle prime azioni di lotta della banda.
la giornalista è diventata una terrorista.
"Opposizione è quando dico: questo non va bene per me. Resistenza è quando mi assicuro che ciò che non va bene per me non accada mai più."
erano anni impressionanti quelli. c'era tutto in subbuglio. nel mondo la guerra era accesa, Vietnam, Cambogia, Palestina. finisce la primavera di Praga. morivano Bob Kennedy e Martin Luther King, nell'america fanatica che temiamo anche oggi. nel '67 viene ucciso Che Guevara. il terreno dell'Europa era smosso, sovvertito, dai movimenti politici studenteschi. la baader meinhof era un'evoluzione inevitabile. era una scheggia mobile attiva incontrollabile che nasceva, di fatto, dal pensiero che animava milioni di persone. e Ulrike, insieme ai suoi compagni, ha incarnato, fino a morirne, l'ideologia folle e fantastica di sovvertire le sorti di un mondo sbagliato.
“Noi abbiamo imparato che continuare a parlare, senza agire, è un errore”.
"Buttiamo bombe nella coscienza delle masse. Coloro che sono oppressi lo sanno, ma reprimono questa consapevolezza perchè si identificano con i loro oppressori fino a quando li ritengono invincibili."
poi, si sa, storicamente inevitabile, il tracollo. i primi arresti, le uccisioni, lo smembramento della prima generazione della Raf. si aprono le porte del carcere di Stammheim per Baader, Meinhof e gli altri e si apre la seconda, drammatica parte della storia. è la discesa agli inferi della banda, la disperazione della detenzione in isolamento, il lento spaventoso deterioramento psico-fisico dei detenuti, il suicidio della Meinhof e le morti sospette, un suicidio collettivo improbabile, degli altri detenuti la notte del fallimento della loro liberazione da parte della RAF attiva all'esterno, nell'alternanza dei processi e dell’attività politica che, malgrado tutto, continuava dietro le sbarre.
c'è dolore nel film. molto dolore. si percepisce che, se gli anni sessanta furono quelli dell'utopia del rinnovamento e dei movimenti, gli anni settanta furono quelli del dolore e del rimpianto. furono la strana normalità di una generazione scesa in piazza per alimentarsi della libertà come violenza, saltando da una finestra in un un'illusione rivoluzionaria, nell’utopia della distruzione del male e del suo potere salvifico sul mondo.
la morte-assasinio-suicidio fa immaginare l'orrore dell'omicidio di stato.
ma fa anche sognare la morte volontaria, libera, senza catene di chi percepisce la fine della propria illusione, condannato a morte dal proprio delirio.
forse è una tragedia che ancora ci riguarda.


INTERVISTA A ULRIKE MEINHOF
sull'educazione dei figli, sulla posizione della donna nella società. poco prima di entrare in clandestinità.
"il privato è politica, l'educazione dei figli è politica, le relazioni umane sono politica perchè mostrano se l'individuo è libero o oppresso, se può agire in modo consapevole o no, se può agire liberamente o no".
http://www.youtube.com/watch?v=k7jEk_f04pE

2046



qualcuno ha visto questo film?
io si.
anni fa. ma è fissato sulla pellicola della mia memoria.
una narrazione struggente bellissima intensa profonda sull'amore, quando l'amore è impossibile viverlo nel momento in cui c'è ma sempre e solo filtrato dal ricordo, come se la vita non fosse mai ORA, ma nell'istante prima, quello perduto, quello che non hai vissuto fino in fondo, quello che hai perso e non torna indietro, quello che ormai è solo un ricordo.
per molti è così. non si vive ora, ma nella memoria di ciò che potevi avere e mai avrai.
"tutti i ricordi sono bagnati di lacrime".

mercoledì 5 novembre 2008

OBAMA, yeah



oggi c'è speranza, speranza per tutti quanti noi.
c'è e io ci credo.
c'è bisogno di fiducia.
I have a dream.

Il discorso di Obama dopo la vittoria

Ciao, Chicago!
Se là fuori c'è ancora qualcuno che dubita che l'America sia un luogo dove tutto è possibile, che ancora si chiede se il sogno dei nostri Fondatori sia vivo nella nostra epoca, che ancora mette in dubbio la forza della nostra democrazia, questa notte è la vostra risposta.
È la risposta data dalle file di elettori che si estendevano fuori dalle scuole e dalle chiese, file mai viste prima da questa nazione, è la risposta che hanno dato le persone che hanno aspettato tre, quattro ore, molti per la prima volta in vita loro, perché erano convinti che questa volta doveva essere diverso, che la loro voce poteva fare la differenza.

È la risposta pronunciata da giovani e vecchi, ricchi e poveri, democratici e repubblicani, neri, bianchi, ispanici, asiatici, nativi americani, gay, etero, disabili e non disabili: americani che hanno inviato al mondo il messaggio che noi non siamo mai stati semplicemente un insieme di individui o un insieme di Stati rossi [Repubblicani] e Stati blu [Democratici]: noi siamo e saremo sempre gli Stati Uniti d'America.
È la risposta che ha spinto quelli che per tanto tempo, da tanta gente, si sono sentiti dire che dovevano essere cinici, spaventati, scettici su quello che possiamo fare, sulla possibilità di mettere le mani sul corso della storia e piegarlo in direzione della speranza di un giorno migliore. Ci ha messo molto ad arrivare, ma questa notte, grazie a quello che abbiamo fatto in questa giornata, in queste elezioni, in questo momento storico, il cambiamento è arrivato in America.
...
Americani, abbiamo fatto tanta strada. Abbiamo visto tante cose. Ma c'è ancora moltissimo da fare. Perciò questa notte domandiamoci: se i nostri figli dovessero vivere tanto da vedere il prossimo secolo, se le mie figlie dovessero essere tanto fortunate da vivere tanto a lungo quanto Ann Nixon Cooper, quale cambiamento vedranno? Quali progressi avremo realizzato?

Questa è la nostra occasione per rispondere a questo appello. Questo è il nostro momento. Questa è la nostra epoca: per rimettere la nostra gente al lavoro e aprire porte di opportunità per i nostri bambini; per riportare la prosperità e promuovere la causa della pace; per rivendicare il sogno americano e riaffermare quella verità fondamentale, che da molti siamo uno; che finché avremo vita avremo speranza: e quando ci troveremo di fronte al cinismo e al dubbio, e a quelli che ci dicono che non ce la possiamo fare, noi risponderemo con quella professione di fede immortale che riassume lo spirito di un popolo: sì, possiamo farcela.
Grazie. Dio vi benedica. E che Dio benedica gli Stati Uniti d'America.

se avete 20 minuti, ascoltatelo dal vivo.
http://elections.nytimes.com/2008/results/president/speeches/obama-victory-speech.html