bianco e nero

come una foto. in bianco e nero. nessuna concessione al colore, alla spettacolarita', ai nuovi barbari. bianco e nero colori vividi dell'essenziale, solo l'autenticita' della forma. della sostanza. l'occhio vede e non si inganna.
"questo e' il mio segreto.
veramente semplice.
si vede bene solo con il cuore.
L'essenziale e' invisibile agli occhi."
Il piccolo principe. A.d.S-E.

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venerdì 18 febbraio 2011

Dipingo una sonata..

Se tu sapessi che piacere quando, con testardaggine, pazzia, dimenticando tutto, senza la minima consapevolezza, senza prendere fiato, mi metto a dipingere.
Konstantinas Ciurlionis.
artista lituano, vissuto tra il 1875 e il 1911, pittore e musicista, decisamente poco conosciuto.
io, la sua conoscenza, si fa per dire, l'ho fatta alla mostra di Milano a Palazzo Reale.
sono stata spinta a fare un giro tra i suoi quadri dai colori eterei e dal soggetto angelico del dipinto scelti per la locandina di presentazione della mostra.
questa.
chi è? 
di fatto, a parte le notizie che ho rapidamente scorso, chi sia questo autore continuo a non saperlo.

diciamo che per scelta ho soprattutto guardato i quadri e letto il meno possibile sull'interpretazione dell'autore da parte dei curatori della mostra.
però l'esposizione era costellata dei suoi pensieri e citazioni e sono rimasta colpita dalla sue affermazioni in tema di pittura e ispirazione.

Provo molto piacere. Tutto va come sempre: il sole si alza, il grano matura, la gente parla e passeggia, mentre i campi, i prati, le colline sono tutti in fiore, gli uccellini cantano, la primavera è dappertutto, è molto bello; io invece non so niente, dipingo soltanto.



Vorrei scrivere una sinfonia sul mormorio delle onde con il linguaggio segreto delle foreste millenarie, con il luccichio delle stelle, con le nostre canzoncine e con la mia tristezza infinita. Vorrei salire sulle vette più alte, irraggiungibili per i mortali, e creare con le stelle più belle una corona per la mia Zose
Mi alzo alle sette e anche prima, ho tanta voglia di dipingere che non riesco mai a smettere. Lavoro per dieci ore al giorno e anche più. Ma è un lavoro questo? Il tempo passa senza che io me ne accorga, e viaggio lontano, oltre gli orizzonti del mio mondo immaginario, che forse ha del miracoloso, ma nel quale sto bene

Ciurlionis è un disegnatore di universi.  
Ho l’intenzione di dipingere questa terra per tutta la vita o almeno sino a quando continuerò ad avere idee nuove. E’ la creazione del mondo, ma non come descritto nella nostra Bibbia, un altro mondo, fantastico.

quest'umo sembra dipingere la beatitudine attraverso una ricerca istintiva dell'altezza, tutto sempre converge verso il cielo, con sfumature così tenui e immaginifiche da far pensare appartenesse ad un altro mondo. ho anche pensato, leggendolo e guardandolo, che delirasse. delirasse in senso mistico di un mondo buono angelico e perfetto, un mondo costruito su emozioni musicali -era anche un musicista- evocando una simbologia archetipica junghiana.
sembrerebbe l'uomo più felice sereno ed appagato della terra, ma non di questa terra. non è questa terra infatti che dipinge, ma una sua rappesentazione ideale, incorporea, una rappresentazione mentale, forse sognata, forse delirata, forse immaginata nello stato onirico della coscienza.
mi fa pensare a un mondo dal quale tutti proveniamo, un archivio della memoria storica dell'umanità, una folgorazione archetipica., una fiaba primordiale, un'idolatria antica di simbolismi naturali.

si, a questo ho pensato osservandolo, a un delirio mistico e ascetico, all'attraversamento di un oceano senza spazio e senza tempo, all'approdo a una terra alla quale apparteniamo visceralmente.

domenica 25 luglio 2010

lontano lontano come un cieco m'hanno portato per mano .


se fosse anche solo pochi anni fa oggi sarei scesa da quelle scale, a spirale, in pietra, con la ringhiera in ferro battuto e le pareti d’intorno affrescate. Le avrei scese come ho fatto per molta parte della mia vita. avrei fatto uno scalino dopo l’altro respirando l’aria umida e spessa di quella casa, di quel santuario che era la mia casa al lago, lago maggiore, a S.
le avrei fatte di corsa, come facevo di solito, lasciando scorrere la mano sul corrimano di legno e pregustando il momento di arrivare in sala, la grande sala liberty della casa, la più grande e più bella di tutte, di tutte tre le sale che animavano quel luogo fatto di sogno. sarei arrivata contenta e avrei aspettato il momento magico di arrivare in cucina, una vecchia cucina piena di finestre, con le persiane verdi, vecchie e scrostate, dove già la mattina presto filtrava quella luce, luce d’estate, che nella mia memoria è la luce più vivida e vitale che abbia avuto modo di respirare. si, respirare a polmoni pieni, respirare con gli occhi spalancati, respirare con il sistema limbico in allerta, respirare con il cuore allargato, respirare con le orecchie ricettive al rumore del vento.
fosse stato poi anche molti anni fa, sarei arrivata in cucina e ci avrei trovato mia madre, sempre con la sua vestaglia rosa, semplice ma perfetta, antica ma profumata dell’odore caldo gli armadi di legno, con i capelli pettinati anche alle nove del mattino di un sabato di luglio prima delle vacanze, con la cuccuma del caffè fumante, sola, a sorseggiare, e mi avrebbe sorriso.
non fosse che la vita me l’ha portata via, quella casa, ora avrei splalancato le persiane della porta finestra e avrei visto il giardino, con il suo orto e le sue ortensie e i suoi scalini e il recinto dell’oratorio. avrei trovato un cestino pieno di frutta, fichi e susine e ciliege appena colti dall’albero e di verdura, pomodori melanzane peperoni e odori dell’orto. e una cipolla, per fare il sugo, nel pentolino vecchio, quello della nonna.
questo avrei trovato, spalancando quella persiana verde.
avrei preparato la colazione e l’avrei assaporata nelle tazze vecchie, un po’ sbeccate, di ceramica azzurra. avrei sentito che quella casa, acquistata dal nonno, siciliano di origine, lombardo di adozione, mi apparteneva, nelle viscere, come un figlio, come un pezzo della mia carne, come un angolatura della mia memoria. avrei poi aperto le finestre della sala ma senza lasciarle splalancate, le avrei lasciate come sempre, dischiuse, in modo da lasciare filtrare la luce senza darle il modo di invadere la stanza.
per me la luce d’estate è quella, la luce forte delle cicale e del coro delle tortore e del rumore del calore bianco-fuoco che rimane fuori. per me la luce d’estate è la penombra dell’interno, per me è il contrasto, in tutto, che crea l’atmosfera, la percezione della differenza tra un dentro e un fuori, la sensazione di un confine che non si valica, mai, del tutto. la luce è fuori la penombra è dentro, anche quando è forte fortissima e vuole entrare e si insinua e magari la vedi per terra, come un quadrato, un fazzoletto, ti chini per raccoglielo...e non è un pezzo di carta caduto.
è la luce da fuori che cerca di entrare.
è la luce che esiste, senza esserci, e che chiede materia.

avrei passato la mattina a sistemare e aerare le stanze di quella villa a tre piani, con un soffitto pieno di polvere ma irresistibile di segreti e anfratti e oggetti consumati del primo novecento. avrei rifatto il letto della camera dei miei, la più bella camera che io ricordi, con un letto di legno di quelli alti, e i comodini con le lampade liberty, eleganti e originali, e le pareti coperte di affreschi, le finestre immense, una sulla terrazza sul giardino davanti e l‘altra sul frutteto dietro. mi sarei lavata e preparata nel bagno con la vasca in ceramica con i piedini e i cigni dipinti ovunque ti girassi, pronta a uscire forse per fare la spesa di pizzette e paste a Laveno, forse per correre in giardino e leggere, leggere, leggere. leggere sotto gli alberi più alti che mai, alberi secolari enormi giganteschi carichi di ombra e di fresco. oppure sarei stata frenetica nella preparazione di una mia festa di compleanno, di quelle che iniziavano alle sette di sera con uno spettacolo di teatro organizzato da mio padre e finivano alle due con una giovane band che suonava dal vivo. Avrei cercato la mia gatta nera, l’avrei cercata sopra gli alberi a nascondersi dopo una notte brava, oppure l’avrei trovata su al tennis dopo il torneo, o ancora a rincorrere le palle al campo di bocce.

fosse stato molti e molti anni fa avrei trovato mio padre, le mie zie e i mie cugini, avrei guardato impaziente quel movimento di gente amata intenta nella preparazione della pollata allo spiedo, tutti ubriachi alla tavolata lunga dieci metri sotto il portico a cantare al calore della brace, oppure alle olimpiadi di S., giochi e gare ginniche, ma forse sarebbe stato più probabile trovarmi, piccola e pacifica, sul prato a giocare con i conigli, o nella stalla vicino al fienile a spiare le mucche, occhi liquidi che non guardano. oppure, ancora, con il naso dentro la voliera bianca.
fosse stato ancora prima avrei visto mia nonna preparare il burro, in quella cucina, quando il lavandino era ancora di pietra, e il suo dolce con i savoiardi e aggiungere l’idrolitina all’acqua, che strano gioco di magia...

oggi la natura è potente, è energica e grida l’estate, è splendida di luce e forte di vento e io non sono a S. ma la mia memoria mi gioca questo strano scherzo di farmi vagare in quelle stanze, come gli spazi immaginifici di magritte, scatole di memoria in cui guardiamo dentro e ritroviamo la nostra radice, il nostro motivo di essere, il senso della continuità.
quello spazio, dal quale, una volta entrata, era difficile farmi uscire, era il mio ventre materno e la mia mente paterna, era il luogo della paura bambina –lunghe interminabili scale buie di notte e in fondo la luce della vita dei grandi- della serenità adulta, della speranza migliore, del sesso avvolto in un lungo respiro con le finestre ancora chiuse, la luce che filtrava a scaglie e illuminava a tratti il mio corpo, con la zanzariera del mio letto che mi avvolgeva e il cassettone di legno con le candele accese la sera prima...ormai spente, testimoni del mio sonno. quello spazio aveva tutto, non finiva mai, si replicava all'infinito, era pieno di tempo, non aveva bisogno del mondo per vivere, almeno così credevo.
è lì che vorrei essere ora, ne avrei diritto, ne avrei motivo, ne avrei giustizia. per l’amore e quella radice che penetra in me come nella terra umida.

Estiva
Distesa estate,
stagione dei densi climi
dei grandi mattini
dell'albe senza rumore -
ci si risveglia come in un acquario -
dei giorni identici, astrali,
stagione la meno dolente
d'oscuramenti e di crisi,
felicità degli spazi,
nessuna promessa terrena
può dare pace al mio cuore
quanto la certezza di sole
che dal tuo cielo trabocca,
stagione estrema, che cadi
prostrata in riposi enormi,
dai oro ai più vasti sogni,
stagione che porti la luce
a distendere il tempo
di là dai confini del giorno,
e sembri mettere a volte
nell'ordine che procede
qualche cadenza dell'indugio eterno.

Vincenzo Cardarelli

lunedì 10 maggio 2010

ascolto, di sogno e amore spietato

"quando l'occhio si chiude
hanno inizio tutte le cose."

Islam Samhan



ascolto una conferenza sullo spazio dell'interpretazione e mi parlano di sogno.
Nel sogno tutto dice "io", anche gli oggetti, anche gli animali, anche i luoghi, si ritrova il mondo all'alba della sua prima esplosione, quando l'esperienza viene vissuta in modo radicale. nel sogno si verifica il ritrovamento di una parte mancante: si recupera l'esperienza preverbale del "trauma", l'esperienza in cui l'evento ancora non si può dire.
il linguaggio del sogno è quello precedente all'avvento della parola, un linguaggio di segni, di fusioni, di associazioni che non appartiene alla dimensione della logica.

di Milo De Angelis

A volte , sull’orlo della notte si rimane sospesi
e non si muore. Si rimane dentro un solo respiro,
a lungo, nel giorno mai compiuto,
si vede la porta spalancata da un grido. La mano feriva
con una precisione vicina alla dolcezza. Così
si trascorre ignoti dal primo sangue
fino a qui, fino agli attimi che tornano a capire
e cercano il significato dei corpi e restano
imperfetti e interrogati.


Nella serra
di Eugenio Montale

S'empì d'uno zampettìo
di talpe la limonaia,
brillò in un rosario di caute
gocce la falce fienaia.
S'accese sui pomi cotogni,
un punto, una cocciniglia,
si udì inalberarsi alla striglia
il poney - e poi vinse il sogno.
Rapito e leggero ero intriso
di te, la tua forma era il mio
respiro nascosto, il tuo viso
nel mio si fondeva, e l'oscuro
pensiero di Dio discendeva
sui pochi viventi, tra suoni
celesti e infantili tamburi
e globi sospesi di fulmini
su me, su te, sui limoni...





"un errore
ti ha amputato gli arti
nel pozzo di una donna"

Islam Samhan



ascolto, sempre la stessa conferenza, e mi parlano dell'amore spietato, di cui parlava Winnicott nello sviluppo dell'affettività a partire dalla relazione madre-figlio. alla radice del desiderio c'e' il possesso dell'oggetto d'amore, un possesso senza paura di danneggiarlo, un possesso senza preoccupazione. l'amore spietato, appunto, del neonato che tira calci nella pancia della madre, che quindi "fa male" e che non conosce il confine del sè e non conosce nulla di ciò che è al di fuori di sè. anche dopo la nascita, in questa fase di spietatezza, nei confronti del seno della madre, amare e divorare coincidono. è un amore che chiede tutto, senza paura di fare danno.
a questa fase ne segue un'altra di riparazione, in cui si sviluppa la capacità di "preoccupazione responsabile", quando il bambino capisce che la sua vitalità non distrugge la madre, pur provandola molto, e gradualmente gli consente di stabilire una fiducia nelle sua possibilità di "riparare" con nuove azioni la madre dalla quale dipende totalmente.
amore spietato, amore responsabile.
amore che esige senza confini, amore che cura e provvede.
amore senza preoccupazione per l'altro, amore che ripara ai propri gesti.




Tentativo di gelosia

di Marina Cvetaeva

Ditemi: come va con l'altra?
Meglio? meno grane? - Mano ai remi! -
Vana linea costiera s'assottiglia,
scompare la memoria estrema

di me, isola fluttuante
(per cielo, non per mare...)
Anime, anime: sorelle! Anime:
amiche - mai più amanti!

Come vi va con la creatura
semplice? Senza divinità? E poi?
Voi, sceso dal trono, voi
che avete deposto la regina,

come vivete? Non c'è male? Non più
beghe? E bevete - quanto, adesso? E la cucina?
Il dazio della mediocrità immortale
come lo pagate, poveretto?

"Basta con le scenate, con gli eccessi -
cambio casa, vado via!"
Con la qualunque - come state
di che vivete, voi - mio eletto?

Mangiate - e dopo pranzo un sonnellino?
- Non lamentarti quando sarai sazio!...-
Con il simulacro come state
voi che avete dissacrato

il Sinai? Come vivete con la donna
terrestre? Per la costola vi piace?
Non vi frusta la fronte la vergogna?
La briglia di Giove vi dà pace?

E la salute? E i nervi? Senza
problemi? A letto tutto bene?
L'immortale piaga della coscienza
come la curate, poveretto?

Come vivete con la merce da mercato?
Troppo cara la vita? Vi assilla
l'alto prezzo? Dopo i marmi di Carrara
che ve ne fate del tritume

di gesso? (E' in pezzi
il dio scolpito nell'argilla...)
Come ci state con la milleunesima
voi - che avete conosciuto Lilith?

Già v'annoia l'ultima trovata
della moda? Sottratto all'incantesimo,
dite, come ve la passate
con l'umana senza il sesto senso?

In coscienza - sei felice?
No? In quel disastro senza dei
come stai, amore? E' dura? Sì?
Come per me con l'altro?


Cercati meno esigenti amiche
di Marina Cvetaeva

Cercati meno esigenti amiche,
più tenere in fatto di prodigi.
So che Venere è un fatto di mani,
artigiano, conosco il mio mestiere:
dal silenzio più solenne fino
a sterminare l'anima - tutta
la divina scala - da:
mio respiro! a: non respirare!

Indizi
di Marina Cvetaeva

Come spostando pietre:
geme ogni giuntura! Riconosco
l'amore dal dolore
lungo tutto il corpo.

Come un immenso campo aperto
alle bufere. Riconosco
l'amore dal lontano
di chi mi è accanto.

Come se mi avessero scavato
dentro fino al midollo. Riconosco
l'amore dal pianto delle vene
lungo tutto il corpo.

Vandalo in un'aureola
di vento! Riconosco
l'amore dallo strappo
delle più fedeli corde
vocali: ruggine, crudo sale
nella strettoia della gola.

Riconosco l'amore dal boato
- dal trillo beato -
lungo tutto il corpo!



Marina Cvetaeva è una poetessa russa, nata nel 1892, geniale, assoluta, estrema, morta suicida nel 1941.
forse per lei l'amore era spietato.

domenica 31 gennaio 2010

Baaria. un viaggio nella memoria



serpenti neri annunciano la morte. una maddalena vestita di nero, reincarnazione visionaria di una nonna morta prevede il futuro, di chi arriva, di chi se ne va.
finalmente il sasso colpisce le tre rocce una dopo l'altra e il mistero, tanto atteso, che si schiude è la morte. il suo segreto e tutto il senso di una vita concentrati in un attimo. il segreto siamo noi.
questo film, che non è un film del tutto riuscito, non è un capolavoro ,è un viaggio nella memoria è un passaggio nella mente, nel ricordo di un padre e della sua intersezione profondissima con la vita di chi questo film l'ha girato.
tutto il film si spiega e si concede nella prima e nell'ultima scena. tutto il resto è storia, interminabile minuziosa, è narrazione, quasi documentaristica, è evoluzione della sicilia, della sua gente e della sua terra.
il bimbo che corre per prendere le sigarette nazionali senza filtro e torna veloce da chi lo ha comandato, viaggia in una terra primitiva e povera assolata e forte.
io la sento questa forza, la sento, la vedo in quella trottola che gira veloce, giochi di bambini, giochi che non esistono più, tempo che non c'è più, passato, finito, addentrato e denso nella mente, vivo solo in quei corridoi, i corridoi di quella memoria.
la trottola che si rompe e riporta la mosca agli occhi speranzosi e increduli di pietro, andando oltre ogni ragionevole aspettativa, è il sogno che si perpetua, è una storia senza fine affidata a una pellicola, è un bisogno personalissimo del regista di ricordare i suoi sogni, i sogni di quel bambino.



un bambino la cui vita è indissolubilmente legata a quella di un padre, un padre amatissimo e parte della sua stessa carne, in una staffetta di vita che passa le consegne. da cicco a peppino, da peppino a pietro. quando le serpi tornano a farsi vedere e peppino corre verso il treno, consapevole della morte, annunciata dalle serpi come accadde per il suo stesso padre, ecco che peppino si risveglia bambino, nella stanza di quella scuola e ne esce, esce nel mondo moderno, il mondo in cui va a morire e ritrova i pezzi della sua storia, ritrova l'orecchino di una figlia che verrà e già è vissuta, e scappa verso la sua fine incrociando il suo pietro bambino, il suo pietro che corre veloce, in direzione della sua stessa vita.
scappa verso la sua fine ma torna al suo inizio. è un ciclo che si chiude che si completa e si trasmette a chi verrà dopo di lui.
sono sempre affascinata dai racconti che fanno i conti con un tempo che non è logico ma è emotivo, è affettivo, è un puzzle disordinato ma composto di tessere indissolubili solide nella memoria di chi scrive, o dirige, o racconta o dipinge.
questa storia non è perfetta ma coglie in me il senso dell'appartenenza, del legame, del vincolo con la nostra origine che ci fa uomini, che ci fa adulti, che ci conduce lungo il nostro personalissimo percorso.
guardo fuori e vedo questa città, che non è Bagheria, è Milano, ma di certo è stata diversa da così nella storia e nella memoria di mio padre e di mia madre, penso a un luogo che subisce trasformazioni nel tempo, uno stesso luogo che prima era terra e sole e poi diventa cemento e nebbia, ma che posso immaginare dentro di me per il ricordo della mia infanzia, di mio padre e mia madre, del loro incontro e del loro credere nella vita e portarmici per mano.

domenica 13 settembre 2009

ricordo di un sogno

Monet aveva bisogno del nulla, affinché la sua pittura potesse essere libera di ritrarre, in assenza di un soggetto, se stessa. Contrariamente a ciò che un consumo ingenuo potrebbe suggerire, le Nymphéas non rappresentano delle ninfee, ma lo sguardo che le guarda.



"Come amava sottolineare lo stesso prof. Mondrian Kjlroy, le Nymphéas presentano un tratto clamorosamente paradossale - sconcertante, lui amava dire - e cioè la deprecabile scelta del soggetto: per novanta metri di lunghezza e due di altezza, esse non fanno che immortalare uno stagno di ninfee. Qualche albero, di sfuggita, un po' di cielo, forse, ma sostanzialmente: acqua e ninfee. Sarebbe difficile trovare soggetto più insignificante, e in definitiva kitsch, né è facile comprendere come a una simile baggianata un genio possa pensare di dedicare anni di lavoro e decine di metri quadrati di colore. Un pomeriggio e il dorso di una teiera sarebbero stati più che sufficienti. E tuttavia, proprio in questa assurda mossa inizia la genialità delle Nymphéas. E' così evidente - diceva il prof. Mondrian Kilroy - quel che Monet voleva fare: dipingere il niente.



Dovette essere per lui una tale ossessione, dipingere il niente, che, riletti a posteriori, tutti i suoi ultimi trent'anni di vita ne sembrato posseduti - come interamente assorbiti. E precisamente da quando, nel novembre del 1893, acquistò un ampio terreno adiacente alla sua proprietà di Giverny, e concepì l'idea di costruirvi un grande bacino per fiori acquatici - in altri termini, uno stagno pieno di ninfee. Progetto che potrebbe essere riduttivamente, interpretato come il senile imporsi di un hobby estetizzante e che invece il prof. Mondrian Kilroy non esitava a definire come la consapevole, strategica prima mossa di un uomo che sapeva benissimo dove voleva arrivare. Per dipingere il niente, prima doveva trovarlo. Monet fece qualcosa di più: lo produsse.
...



Riferiscono le cronache che Monet, in quei trent'anni, passò molto più tempo a lavorare nel suo parco che a dipingere: ingenuamente, scindono in due un gesto che in realtà era unico, e che lui compì con ossessiva determinazione ogni istante dei suoi ultimi trent'anni: fare le Nymphéas...



Un giorno si svegliò, uscì dal letto, scese nel parco, arrivò sul bordo dello stagno e quel che vide fu: nulla. Un altro si sarebbe accontentato. Ma è costitutiva del genio un'ostinazione illimitata che lo porta a inseguire i propri scopi con un'ipertrofica ansia di perfezione. Monet iniziò a dipingere: ma chiuso nel suo studio.



Nemmeno per un attimo pensò di montare il cavalletto sui bordi dello stagno, di fronte alle ninfee. Gli fu immediatamente chiaro che, dopo aver faticato anni a fabbricare quelle ninfee, le avrebbe dipinte rimanendo chiuso nel suo studio, e cioè confinato in un luogo da cui, per attenersi alla verità dei fatti, quelle ninfee non poteva vederle. Attenendosi alla verità dei fatti: lì, le poteva ricordare. E questo scegliere la memoria, non l'approccio diretto della vista fu un geniale, estremo aggiustamento del nulla, giacché la memoria e non già la vista assicurava un millimetrico contromovimento percettivo che frenava le ninfee a un passo dall'essere troppo insignificanti e le intiepidiva con la suggestione del ricordo quel tanto che bastava a fermarle un attimo prima del baratro dell’inesistenza. Erano un nulla, ma erano".
Alessandro Baricco, City, 1999, Rizzoli



Vado a vedere Monet e le sue ninfee.
e mi ricordi che Baricco ne ha parlato nel suo "City".
e siccome Baricco parla bene e mi piace e dice cose sensate,
lascio dire a lui, meglio di me, quel che sono 'sti fiori rappresentati ossessivamente sulla tela.
mi piace l'idea di creare sulla memoria di qualcosa, più che sulla sua presa diretta.
mi piace l'idea di rappresentare artisticamente uno sguardo curvato dal ricordo, illanguidito, mediato dalla malinconia, trasfigurato dal sogno.
in effetti le ninfee sono questo, la realizzazione dell'impossibile: l'immagine personalissima di un sogno ricordato la mattina.



vado a vedere Monet e le sue ninfee.

e tu vedi solo le stampe giapponesi, che dicono essere l'ispirazione da cui parte lo sforzo visivo di Monet.
ingegnere che non sei altro.






"il vostro errore è di dimensionare il mondo sul vostro metro mentre ampliando la conoscenza delle cose vi trovereste davvero ampliata in eguale misura la conoscenza di voi stesso".

martedì 16 dicembre 2008

Magritte, la concettualizzazione che incanta: la banalità che accomuna tutte le cose è il mistero

Dobbiamo immaginare oggetti affascinanti
capaci di risvegliare in noi stessi ciò che resta dell'istinto del piacere.
(1947)




L'amore per l'ignoto equivale all'amore per la banalità: conoscere significa scoprire la banale conoscenza, agire significa cercare la banalità dei sentimenti e delle sensazioni.
sembra all'apparenza complesso
e all'apparenza è molto semplice.
Magritte. figurativamente semplice, tutt'altro che banale, concettualmente complesso.
elementi naturali che si sovrappongono all'elemento umano, sfiorano l'innaturale, l'immaginifico, la magia. il mistero.
Il rapporto fra il titolo e il quadro è poetico.
Conserva, degli oggetti, solo le caratteristiche
abitualmente ignorate dalla coscienza
ma talvolta presentite in occasione degli avvenimenti straordinari
che la ragione non è ancora riuscita a chiarire.
(1946)

contrasti che diventano paradosso, immagini che rimandano a camere nascoste nel cervello. spesso ci sono mura, spesso ci sono scatole, spesso ci sono sipari, spesso ci sono pareti: sono spazi delimitati, spazi che contengono memoria, spazi chiusi che contemplano l'infinito.
Magritte parla il linguaggio misterioso e simbolico dei sogni.
c'è un mare di sfondo, spiagge bianche animate da oggetti statuari grigi, monumenti viventi ma pietrificati, inappropriati al luogo. quelle sponde, quel mare sono la soglie della memoria. quegli oggetti sono il contenuto della nostra memoria in attesa di essere collocati fuori dal sogno, dentro la dimensione banale, o mai banale, del reale.
la produzione di Magritte si fonda su una semplice convinzione: ciò che è nascosto e difficile da raggiungere (con gli occhi, con la mente, con la sensibilità del cuore) è molto più emozionante e perciò degno di maggiore interesse di ciò che è manifesto.
la natura è onnipresente perchè rappresenta lo strumento privilegiato per interrogarsi sul mistero delle cose. usando la natura si diverte a giocare con il conosciuto e l'ignoto, con l'evidente e il segreto, con il buon senso e il non senso, ribaltando il convenzionale nell'enigma.
si sbizzarrisce nel dispiegare tende, incappucciare volti o a nasconderli dietro mele o fiori, inserire frammenti che mostrano il dietro, il sotto, il segreto della realtà, a inventare sovrapposizioni che portano in primo piano ciò che non si dovrebbe vedere.
La natura ci offre la condizione di sogno,
consentendo al nostro corpo e alla nostra mente
quella libertà di cui esse hanno assoluto bisogno.
(1938)

Magritte gioca sulla memoria, conta e costruisce sul ricordo, sull'evocazione dell'infinito racchiusa in una stanza, si esprime attraverso la natura che domina la nostra essenza. Magritte vive e parla il linguaggio mai finito della fantasia.
Sono rapita dalla sua complessità concettuale, dalla struttura delle immagini, dalla riflessione intellettuale che li sottende, dalla semplicità del messaggio che intende comunicare.
tutto può essere spiegato con l'immagine, sostenuto dal pensiero, dalla banalità necessaria del sentire, dalla pulsione irrefrenabile del conoscere.
nulla può essere interpretato se non con la facilità dell'istinto.

E' un atto di magia nera
trasformare la carne della donna in cielo.


Ho visto questo pomeriggio, in pieno sole,
una giovane donna che aspettava il tram
in compagnia del suo corpo.


Il corpo di donna assume colori diversi, "oggi ho visto una donna in compagnia del suo corpo", la sua consistenza diventa aerea con un atto di immaginazione. è magia nera il passaggio nel corpo, attraverso il corpo, dal giorno alla notte. il corpo di una donna si nutre di giorno e di notte.


Essere surrealista significa bandire dalla mente il "già visto"
e ricercare il non visto.
(1947)


La rondine è vestita delle nuvole del cielo mattutino mentre viaggia nella notte buia sui sogni degli uomini.


Non si deve temere la luce del sole con la scusa
che è servita quasi sempre a illuminare un mondo miserabile.
(1946)


Un paesaggio notturno e un cielo come lo vediamo in pieno giorno. Questa evocazione della notte e del giorno mi sembra dotata del potere di sorprendere e di inacantarci. questo potere, io lo chiamo poesia.

La casa è immersa nell'oscurità e solitudine incantata della notte sovrastata dalla speranza della luce del giorno. il cammino nel tempo si fa profondo. è come essere di fronte alla soglia della vita. fatemi entrare perchè ho paura. fatemi entrare perchè ho speranza.


Sentivamo battere il cuore degli alberi
prima di quello degli uomini.
René Magritte (1948
)

l'albero racchiude una casa nel suo tronco, attraversato da linfa e sangue vitale domestica. la vita si mostra, dominata dalla sfera perfetta del tempo e dell'intelligenza geometrica, racchiusa in un disegno più grande, in un mondo buio che nemmeno conosciamo ma del quale facciamo parte, nello sguardo che si perde lontano in una paesaggio blu della notte nera.



Le mie opere sono tutte impregnate dalla certezza
che noi apparteniamo, di fatto, a un universo enigmatico.
(1958)


la montagna imponente dominante vola via sulle ali dell'aquila potente portando in sè l'immagine forte di quel cielo cinereo, una sfumatura sul fare della notte che ancora non esiste, in una notte che ancora notte non è. uova sul davanzale, la vita che cresce ai piedi della potenza inafferrabile della natura.


La natura ci offre la condizione di sogno,
consentendo al nostro corpo e alla nostra mente
quella libertà di cui esse hanno assoluto bisogno.
(1938)


la maschera viva, eppure finta e vuota di consistenza, di occhi e di bocca incastonata di pietre e di gioielli appare vivida ai confini di un mondo emerso dalla riva del mare, ai confini della memoria e del ricordo di ciò che siamo stati.


Anche a me piace vedere le foglie che nascondono la luna,
ma se dietro di esse si riuscisse a vedere la luna,
sarebbe inaudito, la vita avrebbe finalmente un senso.


la luna è nascosta dalle foglie. si intravede la sua bellezza ma non la possediamo completamente, si manifestasse per intero tutto sarebbe rivelato e allo stesso tempo perderebbe il suo mistero.



magritte viaggia sul contrastato tra mente e sogno. magicamente.
è poesia che consente ogni possibile percorso di conoscenza, accessibile a ogni mente che abbia gli occhi per guardare.
anche un bambino si pone curioso, rapito dalle ali leggere dello stato onirico della veglia, cullato dalle nuvole offerte a cena su una coppa di champagne.

I miei quadri sono stati concepiti per essere
segni tangibili della libertà di pensiero.
(1951)