bianco e nero

come una foto. in bianco e nero. nessuna concessione al colore, alla spettacolarita', ai nuovi barbari. bianco e nero colori vividi dell'essenziale, solo l'autenticita' della forma. della sostanza. l'occhio vede e non si inganna.
"questo e' il mio segreto.
veramente semplice.
si vede bene solo con il cuore.
L'essenziale e' invisibile agli occhi."
Il piccolo principe. A.d.S-E.

giovedì 10 settembre 2015

Jing Shen, l’atto della pittura nella Cina contemporanea



non saprei dire, 
mi aspettavo, al PAC, una mostra sulla scrittura e pittura cinese -in Cina scrivere è dipingere- ma ho trovato una mostra di installazioni contemporenee, cinesi.
niente di nuovo o particolarmente interessante.
qualcosa da salvare c'è, c'è sempre, ma non la mostra per intero.
mi spiegano, e io rimango affascinata, che ”Jing Shen” vuol dire ”consapevolezza del gesto”, ma anche ”forza interiore”. Si riferisce al momento che nella pittura classica - anche di matrice buddista e taoista - precede l’atto pittorico. È l'apice del lavoro preparatorio che viene prima di affrontare la produzione di un’immagine. Un’idea e una pratica che mettono l’accento sulla ricerca meditata della consapevolezza e sul suo risultato attivo: il gesto, l’atto della pittura.
ma non ritrovo tanta meravigliosa intensità nelle opere esposte e nemmeno quanto l’arte e le avanguardie occidentali del secondo dopoguerra siano state influenzate da questa cultura artistica, dalla pittura a inchiostro e dalla calligrafia, e dalle filosofie a queste sottese.
le parole ingannano, non dicono quel che la sintassi ci induce a credere.
questo ho imparato.





astrosamantha

sono stati a centinaia in coda davanti al teatro Strehler.
ci sarei andata anch'io, ma lunedì non potevo, avevo una riunione di lavoro.
ci sarei andata perché anche io, come in migliaia, sono stregata da Samantha Cristoforetti.
c'è da domandarsi perché di tanto successo, il perché di questa ipnosi collettiva.
lei è simpatica, indubbiamente simpatica, alla mano, moderna, ed è una donna che ha successo, un plus nell'avere successo. ma quante donne di successo non suscitano il suo clamore, con un abbraccio così totalizzante alla sua missione nello spazio.
non so quanti l'abbiano letto sul giornale al tempo della sua missione e non so se sia emerso alla serata della Milanesiana a lei dedicata il 7 settembre a Milano al teatro Strehler, ma il curriculum di Samantha è impressionante, quando lo lessi io sul Corriere rimasi impietrita e cominciai a spiegarmi delle cose.
Nata a Milano nel 1977, anche se originaria di Malè (Trento), ha compiuto gli studi superiori dapprima a Bolzano e poi a Trento, laureandosi in ingegneria meccanica all'Università Tecnica di Monaco di Baviera, in Germania. Nel 2001 è ammessa all'Accademia Aeronautica di Pozzuoli, uscendone nel 2005 come ufficiale del ruolo navigante normale e con la laurea in Scienze aeronautiche presso l'Università Federico II a Napoli. Successivamente si specializza negli Stati Uniti presso la Euro-Nato Joint Jet Pilot Training di Wichita Falls in Texas. Nel suo curriculum operativo figura il servizio presso il 61º Stormo di Galatina, il 32º Stormo (Aeroporto di Amendola) e il 51º Stormo di Istrana, prima nell'ambito della Squadriglia Collegamenti (2007-2008) e poi del 132º Gruppo Cacciabombardieri (2009), e l'abilitazione al pilotaggio degli aeromobili Aermacchi SF-260, Cessna T-37 Tweet, Northrop T-38 Talon, Aermacchi MB-339A, Aermacchi MB-339CD e AMX. A maggio 2009 è selezionata come astronauta dall'Agenzia Spaziale Europea (ESA) come prima donna italiana e terza europea in assoluto dopo la britannica Helen Sharman (1991) e la francese Claudie Haigneré (2001), risultando tra i sei migliori di una selezione alla quale avevano preso parte 8 500 candidati. La prima missione cui Cristoforetti prende parte, della durata di circa 6-7 mesi, è denominata ISS Expedition 42/43 Futura e prevede, il 23 novembre 2014, il raggiungimento della Stazione Spaziale Internazionale a bordo di un veicolo Sojuz; si tratta della prima missione di una donna italiana nello spazio e del settimo astronauta italiano. Parla italiano (madrelingua), tedesco, inglese, francese, nonché il russo, utilizzato nelle comunicazioni tra la stazione spaziale e il centro di controllo a terra presso il cosmodromo di Bajkonur.

questa donna, così umile così strepitosamente sorridente, è l'immagine della felicità che si attua.
con il suo viaggio interstellar ci ha regalato l'immagine del desiderio che si compie, e come si compie!
il viaggio nello spazio concretizza l'emblema del sogno, niente di più vicino al guardar le stelle, al sognar la luna, e ci induce a un'adesione totale all'immagine romantica della realizzazione dei desideri.
ed è di desiderio di cui, rispetto a lei, si parla.
mentre noi altri che andiamo a venerarla ci affanniamo dietro alle nostre noiosissime nevrosi, sempre scontenti, sempre dietro alla ripetizione senza fine di gesti sempre uguali e sempre sbagliati che ci consegnano all'infelicità, incapaci di andare oltre alla lamentela di una vita infelice e insoddisfatta, sempre dietro al godimento di un attimo che sfuma l'attimo dopo, attanagliati dalla nostra divisione soggettiva, nello scarto tra ciò che siamo e ciò che saremmo potuti essere, ecco una donna cha abita il suo desiderio. lei è ciò che avrebbe voluto essere, lei abita il suo desiderio, abita le stelle.
e non è fortuna, abitare il proprio desiderio comporta una fatica immane, comporta un lavoro spossante, basta leggere il suo curriculum per capire fino il fondo la fatica, il sacrificio, la dedizione necessari per concederci ciò che desideriamo.
pensiamo alla pigrizia lamentosa di stare, invece, dietro alle sbarre delle nostre beghe, incapaci di eseguire un cambiamento di rotta, più comodo stare nell'infelicità per dolersene, ma di fatto goderne, tutta la vita, proiettando la colpa sugli altri, e la nevrosi è proprio questo, piuttosto che lavorare sodo per guadagnarci il sereno rendimento del nostro desiderio.
astrosamantha mi illumina con il suo esempio, sottolinea di continuo che io, al contrario di lei, non sono capace di fare quella fatica che, sola, ci consegna a una possibile felicità di esistere.

domenica 6 settembre 2015

guardando Giotto "la giornata radiosa sembra aver varcato anch’essa la soglia, assieme al visitatore

ne ho imparate di cose, ieri sera, a Palazzo Reale.
la mostra di Giotto ha molto da dire, molto da insegnare.
sul piano didattico è veramente sorprendente, mi sono sentita una studentessa a scuola.
ho imparato quel che tra i banchi, mi sembra, nessuno mi ha insegnato.
che Giotto è stato un pittore di grandissimo successo, una star della sua epoca, un autentico imprenditore, e un artista di enorme talento, di straordinaria portata rivoluzionaria.
innovatore dell'arte pittorica italiana, Giotto è vissuto tra il 1267 e il 1337  (mica poco direi) e conteso tra Cardinali e Papi, domenicani e francescani, tra Assisi e Rimini e Roma e Bologna, tra il re di Napoli e il signore di Milano, Azzone Visconti. infatti, non lontano dalle sale della mostra a Palazzo Reale, aveva lavorato, in altre sale adiacenti, su committenza del gran signore. ma, purtroppo, tutto è andato perduto.
sono 13 le opere esposte, per ognuna la spiegazione dell'audioguida è molto esaustiva, e, per tutte, due sale riassuntive spiegano con particolari attenti ed estrema cura le peculiarità artistiche di Giotto.
Si attraverseranno dapprima le sale in cui saranno esposte le opere giovanili: il frammento della Maestà della Vergine da Borgo San Lorenzo e l’altra Maestà della Vergine, da San Giorgio alla Costa, documentano il momento in cui il giovane Giotto era attivo tra Firenze e Assisi. Poi il nucleo dalla Badia fiorentina, con il polittico dell’Altar Maggiore, attorno al quale saranno ricomposti alcuni frammenti della decorazione affrescata che circondava lo stesso altare. La tavola con il Padre Eterno in trono proviene dalla Cappella degli Scrovegni e documenta la fase padovana del maestro. Segue poi lo straordinario gruppo che inizia dal polittico bifronte destinato alla cattedrale fiorentina di Santa Reparata, e che ha il suo punto d’arrivo nel polittico Stefaneschi, il capolavoro dipinto per l’altar maggiore della Basilica di San Pietro. Il percorso espositivo si chiude con i dipinti della fase finale della carriera del maestro: il polittico di Bologna, che Giotto dipinse nel contesto del progetto di ritorno in Italia, a Bologna, della corte pontificia allora ad Avignone; e il polittico Baroncelli dall’omonima cappella di Santa Croce a Firenze, che nell’occasione della mostra verrà ricongiunto con la sua cuspide, raffigurante il Padre Eterno, conservata nel museo di San Diego in California.




ho potuto vedere bene l'espressività dei volti di Giotto, anche quella dei corpi. ho visto dei bambini giocare con le vesti delle madonne, ho visto delle mamme sostenere il corpo agitato del loro bambin Gesù, ho visto i volti stravolti degli angeli, ho visto le smorfie e il dolore e lo stupore  e le passioni di mota gente santa.
ho visto la partecipazione della natura, complemento delle passioni, capre e uccellini e gli alberelli che ondeggiano empatici, accanto alla desolazione di Plautilla che riceve indietro dal cielo, aperto come un paracadute, il velo insanguinato, che ha protetto gli occhi di Paolo decapitato.
ho saputo del superamento dell'arte bizantina e ho visto i giochi spaziali sofisticati di Giotto, la maestria e la bravura estrema nelle soluzioni architettoniche, ho visto, nel polittico Stefaneschi, dipinto sui due lati, le straordinarie, e partecipate, storie dei martirii di Pietro e Paolo, e giochi di rimandi, teoricamente infiniti, del polittico nel polittico:

sul lato anteriore rivolto verso i fedeli sono rappresentati S. Pietro in trono e il cardinale Stefaneschi, che tiene tra le mani il modellino del trittico che stiamo osservando e che contiene, a sua volta, un'altra raffigurazione del cardinale contenente lo stesso trittico, in una riverberazione senza fine.
De Chirico lo trovava metafisico e quando Proust, nelle Recherche, varca la Cappella degli Scrovegni, è come investito da un getto miracolato, d’un azzurro così azzurro, che «la giornata radiosa sembra aver varcato anch’essa la soglia, assieme al visitatore», il suo blu piaceva a Klein e Matisse diceva che “quando vedo gli affreschi di Giotto non mi preoccupo di sapere quale scena di Cristo ho sotto gli occhi ma percepisco il sentimento contenuto nelle linee, nella composizione, nei colori”.
io lo trovo vivo, vicino, animato, moderno.

giovedì 3 settembre 2015

alla vita

le vele del Kuwait, a sera, sono spettacolari.






io sono andata a vedere il Cirque du Soleil, Alla vita.
credo sarebbe stato bellissimo se il teatro all'aperto fosse stato all'altezza dello spettacolo che si andava a presentare.
a parte il fatto che andando in Iran o in Oman, credo, avrei potuto vederlo gratis e molto meglio di come ho fatto. le terrazze dei suddetti padiglioni danno dritte dritte sul palcoscenico, all'aperto e completamente all'aperto senza alcuna schermatura.
io invece ho dovuto loottare con i soliti malsani, gente che va a teatro con il cappello e la visiera alzata oppure genitori più agitati dei figli che si alzano dalla sedia 15 volte in un'ora.
il teatro non è strutturato in modo adeguato, le sedie sono scomode ma, soprattutto, non disposte in modo inclinato, discendente, digradante.
sono una nana, ho visto poco, nulla di quel che accadeva sul palco, ho chiesto di togliere cappelli, ho invocato la madonna perchè impartisse buon senso a genitori e figli, ma niente...
quel che volava e saliva su ordini superiori del palco l'ho visto pienamente, la musica era bellissima, gli acrobati eccelsi, la scenografia e idea scenica notevoli. come sempre.
negli spettacoli del Cirque du Soleil c'è sempre una parte di narrazione teatrale che rende unica la rappresentazione. in questo caso era ovviamente legato al cibo, alla nutrizione, alla nascita delle piante, allo sviluppo dei semi, all'inizio della vita.
ho colto qualcosa, goduto poco.
sono stata contenta lo stesso, expo mi mette allegria.







lunedì 31 agosto 2015

Violette - Avrebbe voluto fossimo ossute, taglienti. Ci sfaldavamo in aghi di pietra. Il bacio rallentò nelle mie viscere, disparve, calda corrente marina

bel film, mi è piaciuto davvero molto.
figure femminili in primo piano, Violette Leduc e Simone De Beauvoir.
che dire...
due donne diverse, due mondi diversi, due scritture diversissime. 
Nella Francia occupata dai nazisti Violette Leduc traffica nel mercato nero e cerca di portare avanti un mènage difficile con un coniuge gay. Il suo incontro con Simone De Beauvoir le cambia la vita. La scrittrice la spinge a trasformare le proprie angosce esistenziali in parole scritte. E' l'inizio di un percorso che la porterà ad essere una delle scrittrici più coraggiose ed apprezzate della Francia. Violette Leduc non è famosissima al di qua delle Alpi ma in Francia, negli anni in cui i Sartre, i Genet, i Cocteau erano al centro dell'attenzione, costituì un elemento dirompente in ambito letterario. Non si era mai avuta una donna che sfidasse la censura con romanzi in cui la vita stessa dell'autrice costituisse il focus di una narrazione in cui si parlava apertamente di aborto, di sesso, di omosessualità femminile. Non è un caso che il libro di maggior successo di Violette Leduc sia stato l'esplicitamente autobiografico "La bastarda" in cui il conflitto con la figura materna, che ancora cercava di dominare la sua vita, si ripresenta dopo che nel romanzo d'esordio "L'Asphyde" era già stato ampiamente trattato. "Violette Leduc non fa niente per piacere: non piace e fa persino paura" scrisse Simone de Beauvoir nella prefazione del libro. Martin Provost (regista del film) si accosta con sensibilità a questa donna che non si sentiva voluta da nessuno così come all'amore dichiarato per la De Beauvoir (e corrisposto in forme diverse da quelle che lei avrebbe desiderato). I suoi continui tormenti interiori, la sua ricerca di una pacificazione inarrivabile, la sua interiorità di donna letteralmente affamata di una vita che lei stessa finisce con il complicare vengono tradotti da Devos in sguardi, gesti, reazioni che non vanno mai sopra le righe consentendoci di avvicinarci a una scrittrice che ha saputo lasciare un segno nel tempo in cui le è stato dato di vivere scrivendo di sé: "Com'è grandiosa e musicale la mia scorciatoia di erbe pazze. E' fuoco che la solitudine posa sulla mia bocca".
Violette - Un film di Martin Provost. Con Emmanuelle Devos, Sandrine Kiberlain.

la descrizione di questa donna, Violette, è toccante e magistrale.
e altrettanto lo è, anche se meno ravvicinata e approfondita, quella di Simone.
diciamo che qui, Simone, risalta nel contrasto con Violette, tanto algida e razionale la prima, composta e di successo, tanto sguaiata ed emotiva, disperata e sola, è la seconda.
ovviamente le due scritture non si toccano, un linguaggio così dirompente, intimo, sessuato e corposo quale quello di Violette non condivide nulla con le descrizioni accurate e illuminate della sua amica e rivale. aperte entrambe alla vita, capaci di dire e pensare quello che le donne non dicevano e non pensavano, separate dal buon senso comune che le voleva adese alla vita borghese (e che modo di intellettuali e figure letterarie uniche nella storia del mondo) e lanciate nel mondo della comunicazione femminile più interiorizzante, sono due stelle luminosissime, strepitose entrambe in questo film.
quanto dolore e violenza deturpante nella vita di Violette, così intensamente espressa nella sua scrittura. e quante mirabile acutissima intelligenza in quella di Simone De Beauvoir, ogni parola espressa è senza scampo, una parola assoluta. Sono entrambe ineluttabilmente potenti, in modo diverso, opposto, universale. quel che mi ha colpito sono le descrizioni del "dopo film", da parte del pubblico maschile, che ha visto affascinate e sensuale le De Beauvoir in contrapposizione a una Violette brutta e sgraziata. in verità così non è, è chiaro che Violette, seppure non bella, è sensuale e femminile, bionda con i capelli spesso sciolti, porta gonne corte e tacchi, all'occorrenza si trucca ed è morbida di forme mentre Simone è secca e vestita in modo rigoroso, quasi sempre di scuro, con scarpe basse da suora, capelli sempre raccolti e mai sorridente. ma nello sguardo maschile, io credo, una Violette è terrificante, troppo passionale e incontenibile, spesso sofferente e quasi paranoica, scomposta e in mostra, troppa roba per un uomo, troppo di tutto, decisamente troppo. un femmineo che crea turbamento, un turbamento intollerabile, una forma di bulimia emotiva che travolge tutto: infatti era sola, sempre sola, mortalmente sola. ed ecco che una Simone risulta angelica, affascinante nella sua rigorosa compostezza, addirittura più femminile e desiderabile. l'attualità conferma la storia.



solo Simone, nella censura durissima che rese, per molto tempo, difficile se non impossibile la vendita dei suoi libri, solo Simone sapeva accogliere il suo tormento senza indietreggiare e apprezzare la sua prosa le cui "piccole frasi affannose ci afferrano alla gola: d'improvviso un grande vento ci solleva nel cielo senza fine e l'allegria batte nelle nostre vene" (Simone De Beauvoir).

giovedì 27 agosto 2015

Spuntano tombe e campane, dilaga da lapidi e fronti troppo lisce pace e sgomento

ho una vera passione per i cimiteri.
dopo il Monumentale di Milano (http://nuovateoria.blogspot.it/2013/10/per-il-suo-cuore-passa-alto-e-immenso.html),
dopo il Cimitero Assistens (Assistens Kirkegard) Norrebrogade/Kapelvej, di Copenhagen (http://nuovateoria.blogspot.it/2014/11/cimitero-assistens-assistens-kirkegard.html),
ecco il solare cimitero di Santa Cristina, Val Gardena,





  e l'incredibile, inarrivabile cimitero di guerra di Brunico.






Durante il primo conflitto mondiale a Brunico erano ospitati diversi ospedali militari in cui morirono numerosi soldati feriti, malati e prigionieri di guerra. Poiché non era possibile seppellirli nel cimitero cittadino, il comune cedette al comando militare sul Monte Spalliera una grande superficie affinché vi realizzasse un apposito cimitero. Un ufficiale del genio che prestava servizio a Brunico, l'architetto ed ingegnere A. Bechtold di Bregenz, allestì il cimitero in modo tale che si inserisse armoniosamente nell'ambiente del bosco. Qui sono sepolti in tombe singole e fosse comuni 669 soldati dell'armata austroungarica, 103 prigionieri russi, 13 serbi e 7 rumeni. I 77 soldati italiani che vi erano stati sepolti furono trasferiti nel 1932 nell'ossario Pocòl, mentre i 45 soldati tedeschi furono traslati in un cimitero al Passo Pordoi. Qui sono sepolti anche 19 soldati tedeschi dell'ultimo conflitto mondiale che persero la vita sotto i bombardamenti, un ufficiale italiano e cinque cittadini brunicensi caduti nelle vicinanze negli ultimi giorni di guerra. Il Cimitero di Guerra è gestito da un comitato femminile che cura amorevolmente e senza distinzione ogni sepoltura.

luoghi, posti, definiti da parole, circoscritti da definizioni, circondati dalla storia.
questi sono strani, nei cimiteri non si svolge la vita, ma la si celebra, la si onora all'ombra della morte.
per il tempo di una visita, e poi più.


COLLE DI GIANO

Pigro l'asse già s'inclina al vuoto.
Il fiato mite dei bambini,
il sole a pochi passi ma agli ultimi confini,
 i fiori e gli astri raggelati ai muri.
E umido quasi messo a nudo
d'entro un sonno d'argilla
- d'entro larghe mattine di fogliame –
già con brusio di muffe e muschi e minimi
uccelli
laggiù s'intenebra il lavoro.
Spuntano tombe e campane, dilaga
da lapidi e fronti troppo lisce
pace e sgomento. Forse
solo l'affanno e il gridio dei bambini
e la trombetta che scavalca i monti,
forse solo l'amore.

Oh come, come vi parlerò?
Ma forzo il cuore, forzo gli occhi a accendersi,
ad accendere vita.

Andrea Zanzotto.

Bianca e Nero

la giovane Bianca, ha 16 anni, e si è indignata.
il suo giovane amico Nero ha chiesto un mojito, al bar, in montagna, e glielo hanno portato, senza battere ciglio.
anche Nero ha 16 anni. quasi 17.
quando lo ha chiesto lei, glielo hanno negato.
ma come?
è perchè sono femmina, lui si e io no.
Bianca e Nero sono, in ogni caso, che sia bianca che sia nero, troppo giovani per bere un Mojito.
la frenesia alcolico-ecstasy-dipendente, l'annientamento cerebrale che annulla il pensiero, il vuoto adolescenziale che richiede un risarcimento immediato del nulla che li aspetta, sono ormai cose note.
quel che colpisce, con dolore, è che la giovane Bianca sia già vittima della stupidità femminile imperante che vede la parità dei sessi passare dall'imbecillità dei consumi dannosi e nefasti, dalla nefandezza dell'adozione dell'aggressività maschile quale lascia passare per il paradiso dell'uguaglianza.
il tumore al polmone ha superato, nella donna, l'incidenza di quello della mammella. le donne fumano più degli uomini.
e bevono, si ubriacano, sempre di più.
le donne ancora non hanno capito che certe parità sono solo delle solenni fregature.
le donne, e la giovane Bianca ne è l'esempio, non hanno capito che la vera parità sta nella differenza.
le donne sono femminili, non maschili e solo la femminilità, la differenza, farà di loro delle gran fighe, in tutto, nella vita.
la vita, non la morte uguale per tutti.