bianco e nero

come una foto. in bianco e nero. nessuna concessione al colore, alla spettacolarita', ai nuovi barbari. bianco e nero colori vividi dell'essenziale, solo l'autenticita' della forma. della sostanza. l'occhio vede e non si inganna.
"questo e' il mio segreto.
veramente semplice.
si vede bene solo con il cuore.
L'essenziale e' invisibile agli occhi."
Il piccolo principe. A.d.S-E.

martedì 14 aprile 2015

tutto il carname meraviglioso e repellente


 



Equinozio di primavera

(la belezha del muss)
Forze di furiosa bellezza
forze incastamente bellezza
e non beltà
sbancate dal vento notturno
Beltà decalcinata ricarnificata,
torve ragazze
ricciolate ricolorcaricate
a far svenire
in rapimenti solo alloro apparire
Esse nel vento maligno
nel vento feroce
feroci d'essere
la bruttura del bello
per essere troppo e dato
subito in pasto alle zanne
dei più terribili decibel:
smaccata punizione  risuzione
 per tanta sovrabbondanza vana
collosa di mille gravitazioni
come una stella di neutroni
momentaneo ancora delirio del niente
o semplicemente
tutto il carname meraviglioso e repellente dell'
Anrea Zanzotto

al solito di una poesia mi cattura una parola, qui ce n'è più d'una, ma carname mi folgora.
mi schianta.
carname meraviglioso e repellente è proprio quel che c'è da dire di quella polpa dei fiori che esplode e poi muore. una folgorazione, poi, un declino, un marciume.
questa poesia mi uccide, bruttura del bello, beltà decalcinata ricarnificata, vento maligno, momentaneo delirio del niente. 
le parole, che potenza la poesia, quando è questa poesia.

lunedì 13 aprile 2015

Rosso, la luce e la materia

non lo sapevo fino a poco tempo fa, ma la scultura mi piace moltissimo.
da Rodin, nel gennaio 2014,  in poi è stata tutta una scoperta, ringrazio Milano e le sue mostre per avermi iniziata a questa conoscenza.
sia chiaro, io non su nulla di niente, ma apprezzo, ne godo, mi diverto.
ultima meraviglia: MEDARDO ROSSO.
che mostra, che artista, che bellezza, che tutto!
siamo alla Gam, Villa Reale di Milano, che incanto di posto di notte, deserto e misterioso.
giovedì alle 21 e 30 eravamo dentro in due, che gioia vedere la mostra così, sembrava allestita per noi.

La luce e la materia, promossa dal Comune di Milano-Cultura, organizzata e prodotta dalla Galleria d’Arte Moderna di Milano e da 24 ORE Cultura – Gruppo 24 ORE e a cura di Paola Zatti, conservatore della Galleria d’Arte Moderna di Milano, ha un percorso tematico che prende avvio con quattro delle più significative opere degli esordi di Rosso, tutte realizzate a Milano e presentate in diverse versioni: il Birichino, prima opera comparsa nelle sale di Brera nel 1882, il Sagrestano, soggetto comico e quasi spietato del 1883, la Ruffiana, dello stesso anno, rappresentazione caricaturale, nel solco della tradizione verista e Portinaia, 1890-1905, dal Museo di Belle Arti di Budapest. La seconda sezione cerca di restituire, in molti casi attraverso differenti versioni messe a confronto, due temi fondamentali, la sperimentazione materica (l’utilizzo personalissimo e inconfondibile di gesso, bronzo e cera) e il processo creativo dell’artista che procede per sottrazioni fino al raggiungimento di esiti di sorprendente modernità. Due aspetti illustrati attraverso le straordinarie e inquietanti Rieuse, Henry Rouart, venerato collezionista e ospite di Rosso nel primo periodo di permanenza a Parigi, presentato nelle tre versioni in cera, gesso e bronzo; due soggetti del 1894, L’uomo che legge e Bookmaker; la Bambina ridente, opera in cui traspare un legame forte con la tradizione rinascimentale, Aetas Aurea e Bambino ebreo. La straordinaria Madame X, opera del 1896, è al centro della terza sezione della mostra, e dialoga con due versioni a confronto in bronzo e cera dell’Enfant Malade, documento della fase sperimentale più coraggiosa di Rosso. Il percorso dedicato alle sculture di Rosso si conclude nella sala finale della mostra con due soggetti Ecce puer (tra gli ultimi concepiti da Rosso, risalente al 1906), e Madame Noblet, soggetto declinato in quattro sole varianti in un lungo arco di tempo (dal 1897 agli anni Venti), e di cui la GAM possiede la versione in bronzo. Una selezione di opere fotografiche (stampe a contatto da lastre originali e stampe originali) documentano un aspetto fondamentale della vicenda artistica di Rosso
(http://www.mostramedardorosso.it)

Rosso mi fa venire i brividi, una scultura sconvolgente.
le definizione lentamente si perde, da una sala all'altra, si scontorna tutto, un velo cala sui volti, i corpi fanno massa con l'indistinto, con blocchi di materia, occhi e bocche semplicemente si intuiscono, un effetto potentissimo mi pervade: la creazione del mondo è davanti ai miei occhi. 
è come un parto, dal nulla si crea la materia e io vi assisto.
mi crea turbamento, questa nascita, mi sembra di partecipare a un evento misterioso.
l’azzardo della materia, il lavoro sui vuoti, la decostruzione della scultura che fino ad allora rappresentava i luoghi, la memoria e le immagini sacre, l’eliminazione del basamento e l’istituzione di un unico punto di vista per osservare l’opera sono alcune tra le innovazioni concepite dallo scultore e vengono esposte nella mostra in modo chiaro e comprensibile.
ma sono i passaggi che rendono strabiliante l'osservazione delle sculture in mostra. si parte, nella prima sala, con figure ancora costruite e intelliggibili, come la Ruffiana: c'è attenzione al dato reale, si vedono bene le rughe, si assiste alla risata sdentata, sguaiata.
Poi arrivano la Portinaia, il Sacrestano, il Birichino, nei quali la materia viene processata e i giochi di luce permettono l'interpretazione dell'espressione, speso le situazioni sono aneddotiche e richiamano l'interesse per gli umili. L'Età aurea mi piace molto, il bacio materno travolge il bimbo che spaventato quasi si ritrae, la madre lo trattiene con la mano. sorge dal nulla questo gesto, questo simbolo, l'espressione istantanea, fotografica, mi coglie impreparata.
e così proseguono le opere successive (Grande Rieuse e Ecce Puer), a volte i volti sono maschere, la scultura è svuotata sul retro, permane solo la superficie, a volte non c'è collo, non c'è busto, solo un'espressione momentanea colta nell'attimo, la materia subisce tagli e decurtazioni, rimane una forma, ancestrale, simbolica, del tormento.
                                                   
Grande Rieuse 
 
                                                  Ecce Puer
è fantastico L'uomo che legge, così come il Bookmaker, Rosso si spinge sempre più in là sul piano della ricerca e dell'instabilità. le figure emergono da tronchi di massa indistinta, non si coglie nessun intento descrittivo, piuttosto l'attimo della nascita in eruzione dalla materia. la figura si stempera nell'ambiente ed emerge la simultaneità più che la profondità, ovvero la prima impressione provata alla vista, alla visione, all'incontro con l'immagine. quel che attrae è questa materia così trattata, non finita, grezza (che sia cera, gesso o bronzo), quasi fosse lava, questa superficie la cui resa varia a seconda della luce che la rivela.
                        Il bookmaker                              L'uomo che legge
e lentamente si arriva al punto focale di questa breve bellissima mostra.
Madame X.
non siamo più nel ritratto, siamo nell'emozione pura, nella sintesi plastica ai limiti dell'astrazione.
si osservano solo l'incavo degli occhi, forse un naso.
nessun dato reale. un contorno frastagliato, una forma ovoidale. una zona lesa da cui emerge il gesso sottostante.
una posizione estrema, quella di Rosso, ed strema la raffigurazione di Madame X, inafferrabile, immateriale, se così si può dire.

senza tempo.

sabato 11 aprile 2015

ascolto il tuo cuore, città

ero al Mia Fair, Milan Image Art Fair,  LA FIERA INTERNAZIONALE D’ARTE DEDICATA ALLA FOTOGRAFIA E ALL'IMMAGINE IN MOVIMENTO, al The Mall di Milano.
The Mall, posto nuovo nuovo, sotto la Torre Diamante.
altro spazio polifunzionale, spuntano come funghi.
la mostra mi ha stordito, ero già stanca prima di entrarci, figurarsi due ore dopo.
ma la zona intorno è così così bella. ho camminato fino alla passerella sopra Melchiorre Gioia e da lì ho cercato di vedere dall'alto il nuovo enorme grande prato verde davanti al complesso di Porta Nuova ma devo andarci più vicino. così si intravedeva e basta, ma è una grande distesa e a luglio ci sarà il grano...da non credere.
oggi, nell'ambito di MiArt 2015, è stato inaugurato Wheatfield, opera dell'artista americana Agnes Denes: un campo di grano di 50mila metri quadri situato nell'area di Porta Nuova, seminato da circa 5mila milanesi di ogni età il 28 febbraio scorso e, da questa mattina, aperto al pubblico, insieme al percorso di agricoltura urbana 'MiColtivo. The green circle', promosso da Fondazione Riccardo Catella in collaborazione con Fondazione Nicola Trussardi e Confagricoltura.
perchè in questo fine settimana c'è il MIA fair, ma anche il Miart, e la prossima settimana la Milano Design Week (Salone del Mobile), non mi basta la vita per vedere tutto quello che c'è a Milano, non mi basta.
Milano è in piena trasformazione, io sono eletrizzata, la città mi sta cambiando sotto i piedi, mentre ci cammino sopra, sono partecipe della più grande trasformazione di questa città. io ci sono.
ho fotografato con il cellulare, un nuovo aggeggio che mi combina un sacco di guai -come telefonate indesiderate, è fuori dal mio controllo, lo sfioro e parte tutto...- ma fotografa bene.









anch'io ascolto il tuo cuore, città.

giovedì 9 aprile 2015

Mudec, la terra degli spiriti

certo i pavimenti, e soprattutto le scale, non sono proprio perfetti. sono scheggiati come fossero passati cinque annetti buoni di passaggi continui con scarpe chiodate.
non è bello, in effetti, e l'architetto, sig. David Chipperfield, si è adirato non poco, non si fa così e ritiro la mia forma dal progetto.
meglio dirlo prima che dopo. dopo è cattiva pratica e incuria, prima è attenzione ai dettagli e  prevenzione.
ma la mostra, La terra degli spiriti, una delle due in corso, è bellissima.
anche il Mudec è un gran bel posto. la struttura mi è piaciuta moltissimo e tutti gli spazi annessi.
ormai tutta la zona intorno a via Tortona è un quartiere di gran recupero degli spazi, qui siamo all'ex Ansaldo, vicinissimi allo Studio più, sede di Yoga Festival e del recente Affordable Art Fair.
ma quello è solo uno spazio molto grande, questo è un gran bello spazio.
Foto © ArtsLife


la chiamano nuvola, è bianca e un po' sospesa, mi piace che a Milano ci sia un posto così.
la nuvola, eterea ed elegante, è la grande agorà introdotta dalla scalinata incriminata da Chipperfield e apre agli spazi espositivi. la struttura è leggera, gli spazi ampi, anche al piano sottostante, luminosa e ariosa, fluida e avvolgente. si sta bene in un posto così.
se si entra nella terra degli spiriti ci si ritrova, qui, e da qui inizia il percorso.

nella prima sala campeggia l’illuminante pannello con la citazione di Paul Guillaume da “L’art nègre e le avanguardie del ’900” (Parigi, 1926) che illustra la come gli europei abbiamo scoperto l’Africa e come da allora, l’arte occidentale non sia stata più la stessa:  “Vent’anni fa sembrava che l’arte moderna avesse esaurito le sue energie e stesse morendo per una lenta asfissia. L’ispirazione e la vitalità dell’Impressionismo se n’erano andate. Picasso e Matisse avevano rivelato il loro talento, ma né l’uno né l’altro aveva ancora manifestato compiutamente la propria personalità. Qualche nuovo motivo, qualche fertile influenza erano indispensabili perché sia l’uno che l’altro potessero mettere a frutto i propri talenti…. È stato allora che, come per miracolo, l’arte di una regione lontana, incompresa e disprezzata, apparve all’orizzonte, e tutto quanto ne fu trasformato. In un tempo incredibilmente breve le energie compresse furono liberate, una nuova e intensa vitalità si manifestò in tutti i campi dell’estetica; e l’arte europea, che era sembrata appassita, fiorì una volta di più…”.
la prima sala è stupefacente, credo la più interessante di tutte. l'ambientazione è buia, e lo sarà tutta la mostra, con l'illuminazione riservata alle singole opere. qui ce ne sono di straordinarie, piccole statue, feticci, maschere, cariatidi, re a cavallo, figure doppie, teste da reliquari, suonatori di balafong, cucchiai dalle forme umane. un esercito delle meraviglie, con ogni singola figura che emerge dall'oscurità illuminata dall'alto ed effetto molto suggestivo. le opere sono stupefacenti, per eleganza, stilizzazione, forme, ideazione artistica, bellezza. molte ricordano opere surrealiste poi comparse in Europa, con forme geometriche che rimandano al cubismo e a sperimentazioni europee dei primi del 900. ci sono teste composte da cilindri, coni e piramidi, o ancora figure in cui l’effettiva sproporzione delle parti anatomiche raggiunge un equilibrio imprevisto.
ne sono rimasta incantata.
la mostra poi si snoda in altre sale che riprendono la cultura africana con alcune sculture in pietra che dimostrano la coscienza e l'abilità artistica africana a onta delle idee preconcette di primitività della stessa.
ci sono sale dedicate ai miti e ai feticci, agli oggetti preziosi, all'oggettistica minuta, agli oggetti di culto, agli altari animisti e, bellissime, alle maschere. secondo la cultura africana le cose non appaiono, non esiste la finzione, la rappresentazione, esiste l'essere o il non essere e scopro che le maschere, una volta indossate, esistono. secondo una tradizione africana le maschere non vengono infilate, sono loro che scelgono chi le dovrà indossare, quasi che la persona interiore che alberga in ogni essere, senta la necessità di scegliere una forma diversa dal corpo che la contiene, in modo da vestirsi di inconsueto e divenir così più vera. l’anima, lo spirito e la psiche, effimera, eterea e incorporea, per mezzo della maschera vivono un breve tempo nella razionalità rendendo palpabile la dialettica tra essere e non-essere, tra universo degli antenati e mondo dei vivi.
non parlare al coccodrillo prima di essere uscito dal fiume
 è quando non si sa dove si va che è bene sapere da dove si viene
 la violenza del vento non toglie le macchie di leopardo
 la parola è come l'acqua, una volta versata non la raccogli più
 un anziano che muore è come una biblioteca che brucia





Ci torno, al Mudec, a vedere l'altra, Mondi a Milano , e a respirare un po' di aria buona in questo fiore di luce.


per vedere delle belle foto su questo bel posto che è il Mudec con la sua preziosa nuvola, consiglio di andare a curiosare questo post  sul blog curato da Marco Eugenio: http://marcoeugenio52.blogspot.it/2015/04/mudec.html

martedì 7 aprile 2015

pensare con le mani

Era un cortiletto chiuso d'un lato da una casetta bassa, e sugli altri da un muro di poco più alto di una normale statura d'uomo. Sporgevano da dietro il muro i rami di un alberetto grigio e frusto, degno di ospitare il passero solitario di Leopardi. Il vasaio stava seduto in un angolo del cortile il suo piccolo tornio tra le gambe. Più che vecchio, costui era senza età. Era antico. Era come il muro che lo chiudeva dentro il suo quadrato. Era come i rami grigi e frusti  dell'albero che si spargevano nel cortile. Era come la terra carica d'anni che avevamo calpestato là fuori. Era come le tombe istoriate della vita dei morti, nelle quali eravamo scesi dianzi. La sua faccia era una zolla di terra asciugata da una lunghissima serie di soli rinnovati e medesimi. Nelle sue mani a corteccia potevano nidificare le formiche. Il suo collo era un fascio di tubi arrossati dalla riggine, che scendevano a tuffarsi nella svasatura della camicia. I suoi gesti regolari e lenti, che immutabilmente egli ripeteva da secoli, non turbavano né rompevano tanto meno l'immobilità. Nulla d'inatteso in lui, di "non fatto già". Non sguardo, non voce, non sorriso che spezzassero o interrompessero la monotona continuità del tempo. Guardava noi, ed era come se ci avesse conosciuti da sempre; parlava con noi, ed era come se avesse tante altre volte parlato con noi, e in questa vita, e in molte vite anteriori. Il nostro arrivo, la nostra presenza, le nostre domande non lo fecero minimamente derogare dal ritmo della sua esistenza secolare e arborea. Il suo vivere era un moto perpetuo che nessuno poteva dire quando fosse cominciato, né se e quandosi dovesse arrestare. Il suo piede premeva con movimento di palpito il pedale del tornio. Le sue mani contenevano  come dentro una carezza antichissima la roteante massa d'argilla, la premevano leggerissimamente ora con le palme, ora con il polpastrello del pollice; e l'argilla a poco a poco viveva e si formava sotto quella carezza, s'impinguiva ai fianchi, si restringeva al collo e al piede, arrotondava la bocca come un piccolo mortaio. E l'opera di quel vasaio, il lavoro di quell'artigiano fu per noi la vivente testimonianza di come nacque l'antichissima e misteriosa civiltà degli Etruschi, come si formarono quei vasi che avevamo visti al museo Vitelleschi, come si edificarono quelle tombe che perpetuavano la vita al di là dalla morte; come si continua tuttavia questa civiltà e si continuerà ancora.
Stemmo a guardare il lavoro del vasaio come si guardare scorrere un fiume, come si guardano le onde del mare correre appresso all'altra e stendersi sula rena, come si guardano sbocciare le rose di fumo su dal cratere del Vesuvio e sfaldarsi nel cielo. E nel guardare il lavoro del vecchio, dell'antico, dell'eterno vasaio, chiara mi divenne l'essenza dell'opera artigiana, la virtù della cosa fatta a mano; la cosa che conserva un po' dell'incerto, del caduco, dell'imperfetto della sbagliato della natura umana; la cosa che serba il senso di questa nostra condizione mortale, che è la nostra immortalità.

quindi, certamente, per pubblicare questo brano, l'ho copiato, riscritto parola per parola, e l'ho fatto con gusto, moltissimo gusto, assaporando il piacere dello scrivere e di fare anche un po' mie queste parole. scrivere mi piace. Ma d'altronde, che senso ha la vita se non la passi scrivendo? scrive Alessandro Piperno su La lettura.
è Alberto Savinio che scrive, Ascolto il tuo cuore, città, libro pubblicato nel 1944.
ho girato intorno a questo libro per molto tempo e mi sono poi decisa a leggerlo, da poco.
leggo piano, molto piano, è un libro impegnativo, per me.
il titolo mi piace moltissimo, è un'invocazione di appartenenza, appassionata, viscerale, romantica.
richiama il cuore e non molti pensano di associare Milano al cuore, eppure...
Alberto Savinio. Le navire perdu.
So che certi atteggiamenti della mia mente, certi miei gusti, certe mie preferenze derivano dalla forma, dal colore, dall'odore di certi miei giocattoli..il nostro universo vero, l'universo nel quale noi viviamo, che ci circonda, che ci tocca, ci stringe da ogni lato, è l'universo fabbricato dagli artigiani.

Alberto Savinio, scrittore e pittore, era greco, greco di Atene, dove nacque nel 1891, fratello di Giorgio de Chirico; e romano per costume e stile di vita, a Roma morì nel 1952, ma nel profondo dell'animo amò Milano di complesso amore, e come Stendhal prima di lui, se ne riconobbe cittadino, e a Milano dedicò un intero libro, per la verità non solo centrato su Milano, un voluminoso ed enciclopedico libro. 
il libro è difficile, non ha trama e in uno stesso capitolo mi perdo tra richiami e citazioni. qualcuno scrisse che Savinio "chiacchiera, ma non sembra avere argomento fermo nella mente, discorre, trascorre, ciancia, allude, gli viene in mente che, si dimentica, cita, ricorda, inventa, affabula, sussurra, bofonchia, talora flauteggia, talora dà sull'arrochito, eccolo che borbotta ma mai lo udrete alzare la voce, ammonire, accusare, vilipendere".
ma ci sono dei passi, questo è solo uno tra decine, che meritano molta attenzione, con una scrittura eccelsa, densa, antica e insuperata, oggi impensabile, ironica o addirittura sarcastica. 
il richiamo alla manualità come principio essenziale del saper fare e pensare mi è sembrato originale e autentico, solo gli uomini senza mani, gli uomini che non sanno fare i pacchi trapassano nello spiritualismo: questo nimbo, questa morte in mezzo alla vita.

Un solo modo possiede l'uomo di operare utilmente: questo modo manulae che mette l'uomo in condizione di competere con il demiurgo, che fa dell'uomo stesso un demiurgo. Questo modo espansivo, questo modo centrifugo, questo modo radiante. Qui sta il jistero delle cose, il mistero del mondo, il mistero dell'universo: nel mozzo della ruota; non fuori del mondo, come credono le teste molli, gli uomini "senza mani". Anche le idee, le immaginazioni poetiche "nascono dalla mani" e debbono serbare il loro carattere manuale. Altrimenti non valgono.

lunedì 6 aprile 2015

risveglio di primavera

in piazza Tommaseo a Milano, a ogni primavera, il giardino fiorisce in modo esplosivo.
ci passo il sabato mattina andando alla sezione clinica e mi dico: devo fotografare.
mi sono però decisa tardi e quando ci sono andata, lunedì scorso, c'erano già tutti i fiori di pesco per terra, un tappeto di petali schiacciati, il terreno era scivoloso, pericoloso, e maleodorante.
una sensazione tremenda mi ha invasa.
appena cominciata ed è già finita.
mi sono ripresa al lago in questi giorni, la primavera è ancora all'inizio, per certi versi sembra ancora dover cominciare.
ma, ahimè, il risveglio annuncia la morte, comunque.








giovedì 2 aprile 2015

divine parole

diciamo che ho faticato a trovarle, anzi non ce ne sono.
le uniche parole che ho sentito sono state orribili, pesanti, massacranti, volgari, senza senso.
non sono mai uscita da uno spettacolo teatrale prima del tempo.
mai.
è stata la mia prima volta.
dopo la scena di un incappucciato che dondola nello spazio teatrale a corpo morto trattenuto da una corda e che viene sgozzato e che annaspa nei respiri e perde sangue gocciolante (e perché non staccargli la testa già che ci siamo?) ho pensato che di questo spettacolo di merda, ma dopo quasi un'ora e mezza di strenua resistenza per non darmi dell'impulsiva, ne avevo avuto già abbastanza.
posso immaginare una cosa più volgare di questa? di un testo teatrale che nulla ha a che fare con la moderna oscenità -ma che è altrettanto impresentabile- che propone lo sgozzamento come atto rappresentativo della punizione mortale (faccio notare che il giustiziato ha appena ammazzato un infante nano idrocefalo abbandonato dopo la morte fetida della madre poche scene prima) con evidente riferimento ad atti di sgozzamento di propaganda del terrore, che definizione si può dare se non di una putrida e infima forma di propaganda ancora più volgare che fa da risonanza alla peggiore immagine del nostro tempo? guardavo la gente durante la scena, era attonita, confusa, chissà se pensava che merda è mai questa? oppure se ha avuto modo di riflettere.- che so- sul senso profondo della miseria umana, sull'empatia penosa, o sul riverbero della morte nella nostra vita? temo nessuna di queste ipotesi, perché aderire alla più deleteria immagine del nostro tempo ammazza ogni forma di ripensamento e di valutazione riflessiva di un testo, fa solo da schiacciamento sul terreno melmoso  e soffocante dell'angoscia, della morte peggiore, riscuote solo il senso dell'orrore e non dell'operazione artistica e creativa del teatro.
usare, nella peggiore strumentalizzazione possibile, una scena siffatta significa, da parte dell'esimio regista e di tutti gli attori acefali al suo seguito, significa non avere nessuna idea da rappresentare, solo utilizzare il peggio che c'è -ma che è molto in voga on line e mediaticamente in genere, e che, così impiegato, diventa, paurosamente, moda- per dare risonanza a una qualche forma di disturbo, profondo, personale. a me non interessa grazie, cerco altro nel teatro, non i turbamenti del giovane inetto Damiano Michieletto (regista dello sfortunatissimo spettacolo in scena al piccolo teatro Studio di Milano) e della loro messa in scena.
il testo parte già male e si sviluppa anche peggio, è una sequela infinita di sole brutture, quelle sequele che non dicono niente, presentano solo la miseria dell'uomo senza dare scampo, senza significazione, senza essere in contrapposizione a qualcos'altro da dire (che non si ha da dire, dunque). tutto si svolge su un terreno fangoso, la gente si sporca, si insudicia (qual senso raffinatissimo metaforico!!) cammina nel fango, si fa di fango. i personaggi sono tutti disperati, non si salva nessuno, gli uomini sono assassini delinquenti omosessuali perversi nani idrocefali, ci sono figlie violentate dal padre bastardo, ovvero un sacrestano ossessionato dal vangelo e delirante di purificazione, madri che muoiono di crisi epilettiche soffocate dal fango e altre soffocate da un cellophane dopo un atto sessuale immondo e abbietto. un neonato mostruoso, usato per estorcere soldi e spartito con violenza tra gente immonda che sfrutta l'anomalia e la distorsione corporea per tirare a campare, viene ammazzato dal gay di turno -vestito e mosso come nella classica iconografia del travestito all'ultima spiaggia- ed è il peggiore di tutti, sarà un caso? pare che il testo finisca con una lapidazione..pare con significato di valore biblico catartico(?)... ma me la sono persa...sopravviverò?
queste sono le divine parole che "fermano il tempo", questo è il testo teatrale, altissimo e sapientissimo, di Ramon Maria del Valle-Inclan, e via con la rappresentazione scenica.
affidarsi al senso dell'orrore non è atto teatrale, non è artistico, è la messa in scena di una disperazione, quello del vuoto mentale, che riesce solo a far riferimento alle immagini televisive per riempire uno spazio scenico senza simboli, altrimenti desolatamente vuoto, vuoto di pensiero.

complimenti al Piccolo Teatro, veri complimenti da parte mia, uno spettacolo che indica il peggior deterioramento possibile della ricerca teatrale italiana.