bianco e nero

come una foto. in bianco e nero. nessuna concessione al colore, alla spettacolarita', ai nuovi barbari. bianco e nero colori vividi dell'essenziale, solo l'autenticita' della forma. della sostanza. l'occhio vede e non si inganna.
"questo e' il mio segreto.
veramente semplice.
si vede bene solo con il cuore.
L'essenziale e' invisibile agli occhi."
Il piccolo principe. A.d.S-E.

giovedì 13 novembre 2014

Cimitero Assistens (Assistens Kirkegard) Norrebrogade/Kapelvej, Copenhagen, Danimarca (Nørrebro)

difficile da credere?
eppure questo cimitero, a Copenaghen, è una delle visite in città che mi è piaciuta di più, domenica mattina, in bici,  in giro per i quartieri residenziali.
un luogo indimenticabile.
la concezione del cimitero di questi paesi è lontana anni luce dalla nostra. ammetto la mia passione sviscerata per il Monumentale di Milano che è, appunto, monumentale ed enfatico, fortemente suggestivo ed artistico, ma questi luoghi sono magici, riposanti, distensivi, comunicano pace, un buon rapporto con la vita, con la morte.
Assistens Kirkegard è un parco, prati erbosi, viali, angoli gotici, mamme con bambini, biciclette, silenzio, rispetto, scoiattoli e corvi. il cimitero è un luogo da vivere.
l'autunno e la sua luce hanno fatto il resto, un ricordo unico e irripetibile.








mercoledì 12 novembre 2014

l'infinito viaggiare

Il viaggio sempre ricomincia, ha sempre da ricominciare, come l’esistenza, e ogni sua annotazione è un prologo; se il percorso nel mondo si trasferisce nella scrittura, esso si prolunga nel trasloco dalla realtà alla carta – scrivere appunti, ritoccarli, cancellarli parzialmente, riscriverli, spostarli, variarne la disposizione. Montaggio delle parole e delle immagini, colte dal finestrino del treno o attraversando a piedi una strada e girando l’angolo. Solo con la morte, ricorda Karl Rahner, grande teologo in cammino, cessa lo status viatoris dell’uomo, la sua condizione esistenziale di viaggiatore. Viaggiare dunque ha a che fare con la morte, come ben sapevano Baudelaire e Gadda, ma è anche un differire la morte; rimandare il più possibile l’arrivo, l’incontro con l’essenziale, come la prefazione differisce la vera e propria lettura, il momento del bilancio definitivo e del giudizio. Viaggiare non per arrivare ma per viaggiare, per arrivare più tardi possibile, per non arrivare possibilmente mai.

Ci sono luoghi che affascinano perché sembrano radicalmente diversi e altri che incantano perché, già la prima volta, risultano familiari, quasi un luogo natio. Conoscere è spesso, platonicamente, riconoscere, l'emergere di qualcosa magari ignorato sino a quell'attimo ma accolto come proprio. Per vedere un luogo occorre rivederlo. Il noto e il familiare, continuamente riscoperti e arricchiti, sono la premessa dell'incontro, della seduzione e dell'avventura; la ventesima o centesima volta in cui si parla con un amico o si fa all'amore con una persona amata sono infinitamente più intense della prima. Ciò vale pure per i luoghi; il viaggio più affascinante è un ritorno, come l'odissea, e i luoghi del percorso consueto, i microcosmi quotidiani attraversati da tanti anni, sono una sfida ulissiaca. "Perché cavalcate per queste terre?" chiede nella famosa ballata di Rilke l'alfiere al marchese che procede al suo fianco. "Per ritornare" risponde l'altro.

già la prefazione, de L'infinito viaggiare di Claudio Magris, è di una ricchezza densissima. leggo piano, rileggo, mi concentro, ripenso. e sono solo alla presentazione! ci metterò un secolo a leggerlo. in compenso ho finito Don Chisciotte, lo ascolto da maggio...e già Magris lo cita nella prefazione, ma ho visto un intero capitolo a Lui dedicato.

Richiamo del noto o dell’ignoto? La sor­tita di don Chi­sciotte vor­rebbe essere la sco­perta, la veri­fica e la ricon­ferma di ciò che si sa, della verità letta nei libri di caval­le­ria, delle leggi immu­ta­bili dell’amore e della lealtà, della bel­lezza di Dul­ci­nea e della forza dei giganti... Il don Chi­sciotte della Man­cia si tro­va fac­cia a fac­cia con l’ignoto, con la vio­lenza, la bru­ta­lità e la vol­ga­rità di una realtà ad esso sco­no­sciuta e che cer­ca di non ammet­tere; ma pro­prio la sua amo­rosa fedeltà a un ordine noto lo costringe a per­ce­pire più acu­ta­mente il disor­dine del mondo in cui si avven­tu­ra. Il viag­gia­tore è un anar­chico con­ser­va­tore; un con­ser­va­tore che sco­pre il caos del mondo per­ché lo com­mi­sura con un metro asso­luto che ne svela la fra­gi­lità, la prov­vi­so­rietà, l’ambiguità e la mise­ria. Come ben sapeva Kafka, senza il senso pro­fondo della legge non si può sco­prire la sua ver­ti­gi­nosa assenza nella vita. Risa­lito dalla caverna di Mon­te­sino, don Chi­sciotte rac­conta tutte le mera­vi­glie e le magie che ha visto, ma quando San­cho gli obietta che secondo lui si tratta di fan­do­nie, egli risponde “Potrebbe anche essere”. Uto­pia e disin­canto. Molte cose cadono, quando si viag­gia; cer­tezze, valori, sen­ti­menti, aspet­ta­tive che si per­dono per strada – la strada è una dura, ma anche buona mae­stra. Altre cose, altri valori e sen­ti­menti si tro­vano, s’incontrano, si rac­cat­tano per via. Come viag­giare, pure scri­vere signi­fica smon­tare, rias­se­stare, ricom­bi­nare; si viag­gia nella realtà come in un tea­tro di prosa, spo­stando le quinte, aprendo nuovi pas­saggi, per­den­dosi in vicoli cie­chi e bloc­can­dosi davanti a false porte dise­gnate sul muro. 

Il viaggio è anche una benevola noia, una protettrice insignificanza. L' avventura più rischiosa, difficile e seducente si svolge a casa; è là che si gioca la vita, la capacità o incapacità di amare e di costruire, di avere e dare felicità, di crescere con coraggio o rattrappirsi nella paura; è là che ci si mette a rischio. La casa non è un idillio; è lo spazio dell' esistenza concreta e dunque esposta al conflitto, al malinteso, all' errore, alla sopraffazione e all' aridità, al naufragio. Per questo essa è il luogo centrale della vita, col suo bene e il suo male; il luogo della passione più forte, talora devastante - per la compagna e il compagno dei propri giorni, per i figli - e la passione coinvolge senza riguardi. Andare in giro per il mondo vuol dire pure riposarsi dall' intensità domestica, adagiarsi in piacevoli pause pantofolaie, lasciarsi andare passivamente - immoralmente, secondo Weininger - al fluire delle cose.

mioddio come scrive questo signore...mi fermo qui, altrimenti lo trascrivo tutto.

martedì 11 novembre 2014

class enemy

Buonasera a tutti, 
non vi scrivo per questioni di classe o di studio ma per consigliarvi un film. 
Si tratta di Class Enemy, un film sloveno di Rok Bicek. Lo danno al Mexico, cinema d'essai in Via Savona, forse noto per le repliche ormai decennali di Rocky Horror Picture Show, ma anche per scelte cinematografiche raffinate, intelligenti. 
Questo film è straordinario e riguarda tutti noi ed è un vero peccato che sia relegato a un cinematografo piccolo e quasi periferico, ignorato dai circuiti maggiori. 
Parla dei nostri figli, della loro adolescenza, dell'età della personalità incerta, della rabbia che tutto travolge senza forma nè riflessione, del dolore e della morte, tema da sempre privilegiato in età adolescenziale. 
Parla degli insegnanti e dell'insegnamento. Ci guida dall'impulsività del giudizio afffrettato, anche di chi guarda, fino alla valutazione più profonda riflessiva che fa emergere sfumature e verità nascoste. Parla del ruolo dell'insegnamento, quando è educativo e formativo,e anche quando è compiacente e deresponsabilizzante; quando, al contrario del ruolo genitoriale, coinvolto e spesso altrettanto rabbioso, sa essere fermo, mai trascendente, misurato, paziente. Un insegnamento che dopo aver osservato, e anche subito, dopo aver guardato e riflettuto restituisce ai giovani adolescenti materia incandescente su cui riflettere. Almeno questa è la mia impressione. 
Lo consiglio a tutti, anche agli insegnanti se potessi. E, naturalmente, ai nostri figli, se non sapessi di prendermi subito della rompi... 
Buona notte

Rossa
ai genitori della 4B.

lunedì 10 novembre 2014

Non poteva ancora essere la fine. Non sarebbe mai venuta la fine finché la paura si fosse tramutata in furore

E le banche e le società si scavano la fossa con le proprie mani, ma non lo sanno. I campi sono fecondi, e sulle strade circola l'umanità affamata. I granai sono pieni, e i bimbi dei poveri crescono rachitici e pieni di pustole. Le grandi società non sanno che la linea di demarcazione tra fame e furore è sottile come un capello. E il denaro che potrebbe andare in salari va in gas, in esplosivi, in fucili, in spie, in polizie e in liste nere. Sulle strade la gente formicola in cerca di pane e lavoro, e in seno ad essa serpeggia il furore, e fermenta.

inizia con la siccità, termina con il diluvio universale dopo la morte del primogenito. sembrano le piaghe d'egitto e il riferimento biblico non può essere casuale, non lo è. la simmetria è perfetta, inesorabile.
sono colpita da questo progetto letterario, ha la dimensione universale di un destino dell'umanità e mi sembra una dimensione grandiosa, superlativa. la storia dei Joad è la storia dell'uomo, dalla nascita alla morte, dall'inzio alla fine, dal singolo alla comunità, nella disperazione, nella dannazione.
la scena finale, che mi immagino nel grande teatro della vita, è quella della madonna dolente, della resurrezione, della pietà. nel diluvio che tutto cancella, che trascina raccolti e corpi, che annienta le ultime risorse, che invita a lasciarsi andare alla corrente mortifera, il seno gonfio di latte della giovane madre alimenta il moribondo, in un gesto di infinita compassione.
un quadro inimmaginabile, per me, prima di leggerlo.
avrei voluto ascoltarlo da Baricco (che ne fece una lettura radiofonica anni fa), mi sarebbe piaciuto molto.
posso sentirne il ritmo da Bruce Springsteen che, nel 1995, incise The Ghost of Tom Joad in omaggio al capolavoro di Steinbeck.


CAPITOLO 29. 

 Provenienti dall'oceano i nuvoloni grigi scavalcarono le alte montagne costiere e s'ingolfarono nelle vallate. Il vento soffiava feroce ma silenzioso nel cielo, mentre nella macchia sibilava, e ululava nelle foreste. Le nuvole arrivate a frotte, a stormi, da tutte le parti, si adunarono a ponente e vi si acquattarono; il vento allora cessò, e le lasciò in formazioni profonde e compatte. La pioggia cominciò a cadere: dapprima sotto forma di capricciosi temporali, rotti da pause, poi gradatamente assunse un ritmo di caduta uniforme e costante, e diventò grigia controluce, e convertiva in vespertina la luce meridiana. E al principio l'arida terra la succhiò avidamente, prendendo una tinta color tabacco. Per due giorni interi la terra bevve la pioggia, finché non risultò satura. Allora, dappertutto, si formarono pozze, che nei punti più bassi assunsero proporzioni di laghi. E i laghi fangosi crebbero di livello, e la poggia s'accaniva a frustarne la lucida superficie. Ben presto le vallate risltarono colme, e allora i versanti parvero liquefarsi in mille torrenti che precipitavano ruggendo nel canalone in fondovalle. E le acque dei fiumi strariparono, mordendo gli alberi alle radici, rosicchiando le radici finché gi alberi non si dessero per vinti. Le acque fangose turbinando a ridosso degli argini li sormontarono, e traboccarono nei campi di cotone. In tutta la pianura i campi si convertirono in laghi, estesi, grigi, e la pioggia ostinata continuava a frustarne la superficie. Poi l'acqua si rovesciò lungo le strade, e le automobili procedevano lente fendendo l'acqua come i bastimenti con la prora, e lasciandosi dietro una scia fangosa e gorgogliante. Sotto le sferzate della pioggia tutta la terra bisbigliava, e accogliendo i precipiti torrenti i fiumi tuonavano. Quando la prima pioggia aveva cominciato a cadere, i nomadi si erano ritirati sotto le tende dicendo: Passerà presto, e domandando: Quanto potrà durare? E quando si formarono le pozze, gli uomini uscirono dalle loro tane, e coi badili costruirono piccole dighe attorno alle tende. La pioggia martellante mordeva la tela finché penetrandola non riusciva ad irrompere all'interno. Poi distrusse le dighe, e allora l'acqua irruppe anche per via di terra, travolgendo giacigli e coperte. I nomadi, fradici, rizzarono cassette a mo' di palafitte, e sulle cassette adagiarono tavole, e sulle tavole stavano seduti giorno e notte. Presso le tende stavano i decrepiti veicoli, e l'acqua ne deteriorò i circuiti e i carburatori. Le tende grigie emergevano dall'acqua. E finalmente i nomadi si decisero a traslocare; ma i motori non partivano più, o, se partivano, le ruote affondavano nel fango. E molte famiglie dovettero abbandonare le macchine e si incamminarono a piedi nell'acqua portandosi addosso le coperte, gli uomini guazzavano portando sulle spalle i bambini e i vecchi. E arrivando al primo cascinale, vi si affollavano. Taluni ricorrevano agli uffici d'assistenza: ma ne ritornavano avviliti e depressi. C'è il regolamento. Bisogna esser qui da almeno un anno per aver diritto al sussidio. Dicono che il governo provvederà, ma non sanno dire quando. E allora sopravvenne il più terribile dei terrori: per tre mesi, niente lavoro, di nessun genere. Nei cascinali i nomadi stavano pigiati in ozio, e il terrore si abbatté su di loro illividendone le facce. I bambini piangevano per la fame, e non c'era da mangiare. Poi sopravvennero le malattie: la polmonite, e un morbillo che s'attaccava agli occhi e alle orecchie. E la pioggia continuava implacabile, e l'acqua inondava le strade, perché le fogne risultavano incapaci di portarla via. Allora dalle tende, dai cascinali affollati, uscivano, nei loro stracci, gruppi d'uomini gracili con le scarpe ridotte a viscida polpa; e guazzavano alla volta dei paesi, o dei negozi di campagna, per mendicare: mendicare cibo o sussidi. O per provare a rubare. E sotto questa suprema degradazione cominciò a fermentare il furore della disperazione. D'altra parte, nei piccoli paesi, anche la compassione che gli abitanti dapprima sentivano verso i nomadi fradici, prese a convertirsi in furore; e il furore contro gli affamati si convertì a sua volta in paura degli affamati. Allora gli sceriffi reclutarono nuovi agenti a frotte, e s'affrettarono a commissionare ingenti forniture di fucili, di gas lacrimogeni, di munizioni. E gli affamati s'accalcavano nei vicoletti dei retrobottega per mendicare un pezzo di pane o qualche avanzo di verdura, o all'occasione, per rubare. Frenetici, i pezzenti venivano a bussare alle porte dei medici; ma il medico aveva sempre troppo da fare. E i pezzenti si riducevano a lasciar detto nelle botteghe di campagna di far venire il "coroner" col carro funebre. E il carro arrivava, s'accostava a marcia indietro nel fango, e si portava via i morti. E la pioggia continuava incessante e i fiumi rompevano gli argini e dilagavano nella campagna. Rintanati negli umidi fienili o nei ripostigli annessi alle case coloniche, la fame e il terrore generarono finalmente il furore. E allora anche i ragazzi si decisero a uscire non per mendicare, ma per rubare, e gli uomini indeboliti li seguirono per cercar di rubare. E gli sceriffi reclutavano nuovi agenti e ordinavano nuovi fucili. E la gente che viveva comoda nelle case al riparo dalle intemperie dapprima sentì compassione e poi disgusto e finalmente odio contro i nomadi pezzenti. Nei fienili inzuppati le donne ammalate di polmonite mettevano al mondo le loro creature, e i vecchi si rannicchiavano negli angoli e lì si lasciavano morire, accartocciati su se stessi così che il "coroner" non era più in grado di distenderne le membra irrigidite. Di notte i frenetici pezzenti irrompevano apertamente nei pollai, e si portavano via i polli schiamazzanti. Se qualcuno li faceva segno a colpi di fucile non correvano via, non cercavano di nascondersi, ma continuavano a diguazzare con la stessa andatura di prima, e se colpiti si lasciavano stancamente cadere nel fango. La pioggia cessò. Sui campi restò l'acqua, a riflettere il grigio del cielo, e tutta la terra era un murmure d'acqua corrente. E i pezzenti uscivano dai loro covi, dai fienili e dalle stalle e accoccolati contemplavano la terra inondata, silenziosi, o parlando con una tragica calma. Niente lavoro fino a primavera. Niente lavoro. Niente lavoro... niente denaro, niente cibo. Ma, dico io, chi ha una pariglia di cavalli, e se ne serve per arare, per coltivare, non si sognerebbe mai di metterli fuori dalle stalle e lasciarli morire di fame, quando manca il lavoro nei campi. Ah, ma quelli sono cavalli... noi siamo uomini. Le donne osservavano i mariti, per vedere se questa volta era proprio la fine. Le donne stavano zitte e osservavano. E se scoprivano l'ira sostituire la paura nei volti dei mariti, allora sospiravano di sollievo. Non poteva ancora essere la fine. Non sarebbe mai venuta la fine finché la paura si fosse tramutata in furore. 
L'erba spuntò tenerissima e distese sui colli la delicata coltre verzolina dell'annata nuova.

venerdì 7 novembre 2014

Verdi come architetto

Francesco sa fotografare.
e scopro anche che ha fatto una mostra a Milano, peccato non averla vista.
Francesco mi ha fatto conoscere Francesca Woodman e molti personaggi femminili (ma Francesca è la migliore).
scrive bene, facendosi capire (dote rara).
le foto le prendo dal suo sito, con il suo consenso scritto!, che vi invito a visitare. (http://francescomariacolombophoto.com/)
le foto appartengono a una serie "Verdi come architetto" (http://francescomariacolombophoto.com/verdi-as-architect/) ambientate a Villa Verdi a Sant'Agata di Villanova e alla Casa di riposo per musicisti "G.Verdi" di Milano, e vi invito a visionarle tutte insieme, l'effetto è notevole. e anche l'idea è notevole. 
il talento ha molte facce.












giovedì 6 novembre 2014

il vero consiste nel dubbio

in attesa di Grey's Anatomy, che va un po' scadendo ormai, vedo la Gruber su La7. lei è inguardabile, la solita maschera facciale oscena portata dalle donne che hanno paura di morire. suoi ospiti : Corrado Augias e un certo Pietrangelo Buttafuoco, personaggio un po' paranoico e francamente dall'eloquio povero e infarcito di luoghi comuni. Augias, che ha fatto l'errore di dire superficialmente qualche parola di troppo ma che ha rimediato all'aggressività dell'altro con molto savoir faire, ha presentato un suo libro, Il lato oscuro del cuore, citando un commento di Massimo Recalcati, secondo il quale, a volte, da parte delle donne che sono abusate c'è un certo godimento nell'essere abusate. è chiaro che un'affermazione del genere può essere male interpretata dal pubblico, come una minimizzazione o svalorizzazione della gravità del problema, ma è un'interpretazione psicoanalitica, che vale anche per chi fuma a onta di una broncopneumopatia ostruttiva o di un tumore ai polmoni: gli essere umani fanno cose nonostante facciano male, o meglio, proprio perché fanno male. Freud lo chiamava istinto di morte, Lacan, godimento. trattasi di godere di ciò che ci fa male, alimentandolo anzichè interromperlo. penso sia esperienza comune. 
quei 10 minuti di tv erano intrisi di parole come psicoanalisi, interpretazione, Recalcati, e anche di reazioni anomale. mi ha colpito la reazione del Buttafuoco, che si altera e invoca la sua emarginazione discriminazione culturale, facendomi pensare a una difesa rispetto a qualcosa che tocca, che non si può accettare e  poi immediatamente rimandata al mittente. spesso l'aggressività verso l'altro è rapidamente smaltita e giustificata come una giusta reazione a qualche tipo di ingiustizia subita ma, più propriamente, è l'impossibilità di accogliere qualcosa che ci riguarda molto da vicino. pensavo a una mia paziente, vista mercoledì mattina che, finalmente, ha cominciato a "lavorare" su di sè, a non proiettare meccanicamente sull'Altro colpe e torti. finalmente lavora sulla sua responsabilità, la responsabilità dei suoi sintomi. vede la datrice di lavoro aggressiva e intollerante con lei per cose da nulla, e si domanda: non farò la stessa cosa con la mia colf? che, recentemente, la infastidisce oltre modo e le provoca forti moti di ansia e aggressività. lentamente si avvicina alla verità dei suoi sintomi, ovvero al dubbio, in questo caso, che il problema non sia nell'altro, ma in noi.
“Il vero consiste del dubbio. E' solo dubitando che ci si avvicina alla verità delle cose”, dice Leopardi. 

lunedì 3 novembre 2014

autunno a Copenaghen

Copenaghen.
splendida non è.
ho sentito, soprattutto il primo giorno, fortissima, la cupezza nordica. per le strade, nei negozi, nei ristoranti, un senso di oppressione, al petto, nella mente.
all'inizio mi è sembrata una città senza stile. priva di un suo stile, identificabile, come la maggior parte delle capitali europee.
qualcosa ho recuperato, in stima, nei giorni seguenti ma mi è rimasta l'impressione globale di una città indistinta. poche macchine, molte bici, molto rigore e rispetto della cosa pubblica, ma nessun guizzo di personalità. 
mi è rimasto l'autunno, palpabile e solido, e poco altro, che verrà.