bianco e nero

come una foto. in bianco e nero. nessuna concessione al colore, alla spettacolarita', ai nuovi barbari. bianco e nero colori vividi dell'essenziale, solo l'autenticita' della forma. della sostanza. l'occhio vede e non si inganna.
"questo e' il mio segreto.
veramente semplice.
si vede bene solo con il cuore.
L'essenziale e' invisibile agli occhi."
Il piccolo principe. A.d.S-E.

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martedì 11 novembre 2014

class enemy

Buonasera a tutti, 
non vi scrivo per questioni di classe o di studio ma per consigliarvi un film. 
Si tratta di Class Enemy, un film sloveno di Rok Bicek. Lo danno al Mexico, cinema d'essai in Via Savona, forse noto per le repliche ormai decennali di Rocky Horror Picture Show, ma anche per scelte cinematografiche raffinate, intelligenti. 
Questo film è straordinario e riguarda tutti noi ed è un vero peccato che sia relegato a un cinematografo piccolo e quasi periferico, ignorato dai circuiti maggiori. 
Parla dei nostri figli, della loro adolescenza, dell'età della personalità incerta, della rabbia che tutto travolge senza forma nè riflessione, del dolore e della morte, tema da sempre privilegiato in età adolescenziale. 
Parla degli insegnanti e dell'insegnamento. Ci guida dall'impulsività del giudizio afffrettato, anche di chi guarda, fino alla valutazione più profonda riflessiva che fa emergere sfumature e verità nascoste. Parla del ruolo dell'insegnamento, quando è educativo e formativo,e anche quando è compiacente e deresponsabilizzante; quando, al contrario del ruolo genitoriale, coinvolto e spesso altrettanto rabbioso, sa essere fermo, mai trascendente, misurato, paziente. Un insegnamento che dopo aver osservato, e anche subito, dopo aver guardato e riflettuto restituisce ai giovani adolescenti materia incandescente su cui riflettere. Almeno questa è la mia impressione. 
Lo consiglio a tutti, anche agli insegnanti se potessi. E, naturalmente, ai nostri figli, se non sapessi di prendermi subito della rompi... 
Buona notte

Rossa
ai genitori della 4B.

giovedì 19 giugno 2014

Insegnanti, questa scuola non è un’anagrafe

Alessandro D'Avenia, che è anche un insegnante presumo di lettere probabilmente a Roma, ha scritto un libro Bianca come il latte, rossa come il sangue. L'ho letto, tre anni fa, spinta dalla curiosità di tanto successo presso gli adolescenti, anche presso il mio. L'ho letto in due giorni, un libricino, certamente di facile fruizione per i ragazzi, certamente pieno del loro mondo, certamente anche ricco di un'aura di fiaba, vagamente retorica.
deludente. ma, mi sono detta, è chiaro che io non capisco niente di niente di queste cose. il fatto è che gli adolescenti questo libro lo leggono altri no. agli adolescenti questo libro piace, gli altri libri no. quindi sono rimasta con un punto di domanda irrisolto e la certezza che io sono giurassica, appartengo a un altro mondo, mi devo rassegnare alla mia ignoranza. alla mia emarginazione. devo solo stare a guardare e non giudicare.
poi succede che su La lettura inizia, promossa da Paolo Giordano, un bel dibattito sulla scuola, le sue opportunità, le sue voragini.
e leggo Alessandro D'Avenia, che interviene.
il suo articolo è tra i migliori, fa emergere il problema fondante, cioè che la scuola superiore, per come è strutturata, mortifica l'individuo, unico e irripetibile, che esiste in ogni studente, enfatizza la didattica di massa che falcia il desiderio, massimizza tutto, generalizza l'insegnamento consegnandogli il solo mandato della prestazione, trasforma gli studenti in una folla indistinta fastidiosa che disturba o che turba, e la parola dell'insegnamento in "poltiglia educativa".
mi è piaciuto e, lo metto qui, tutto.

Il problema sono coloro che non vogliono o non sanno lavorare: «indocenti» e «indecenti». Hanno età e storie diverse, ma l’anzianità come criterio base delle graduatorie non funziona

di Alessandro D’Avenia



Le parole abusate sono segnaletica della nostalgia, fosforescenze di ciò che perdiamo. Scuola: tutti ne parlano, mentre rantola.

Se dovessi distillare il succo di 14 anni di insegnamento, di incontri in ogni tipo di scuola e di migliaia di lettere di studenti, docenti e genitori, dovuti ai libri che ho scritto, direi con Elias Canetti: «Ogni cosa che ho imparato dalla viva voce dei miei insegnanti ha conservato la fisionomia di colui che me l’ha spiegata e nel ricordo è rimasta legata alla sua immagine. È questa la prima vera scuola di conoscenza dell’uomo». Così ne La lingua salvata definiva l’essenza della scuola: la viva voce e l’immagine dell’insegnante. Solo una discontinuità antropologica (e quindi economica) potrà cambiare la scuola, non belletti organizzativi spacciati per riforme. Una rivoluzione copernicana che ponga nell’ordine giusto conoscenza e amore: ogni crescita in estensione e profondità della nostra conoscenza del mondo presuppone un’estensione della nostra sfera di inter-esse, cioè d’amore. Perché non chiudiamo le scuole e non carichiamo le lezioni su YouTube risparmiando tempo e fatica?


Perché siamo convinti che insegnare sia una relazione attuale: spazio e tempo condivisi nell’irripetibile dinamismo della vita e delle vite. Se un ragazzo esteriormente somiglia più al padre o alla madre, interiormente (sguardo sul mondo, fiducia nella vita) corrisponde alla qualità della relazione tra i genitori. Così l’insegnamento, parte dell’educazione, si dà nella triplice relazione professore-studente, professore-genitori, professore-colleghi. Classe e studente somigliano alla qualità di queste tre relazioni. Posso soffermarmi solo sulla prima.

La qualità della relazione docente-studente determina l’apertura conoscitiva, a meno di non illudersi che istruzione ed educazione siano separabili. Si conosce soltanto ciò a cui la nostra intelligenza ri-conosce un valore (il cuore intelligente di Finkielkraut) segnalato da tutto l’essere dell’in-segnante. Non ci può essere educazione (né insegnamento) in differita, perché la relazione coinvolge tutti i livelli della persona (corporeo, intellettivo, spirituale). Il moscone del cogito cartesiano continua a sbattere contro il vetro che non vede: cervelli riempiti di nozioni, addestramento pavloviano a ripetere, miglioramento solo con la sanzione dell’errore. L’insegnamento invece avviene solo in atto, perché solo la vita integrale educa. Si insegna con tutto: sguardo, tono di voce, movenze del corpo, disposizione dei banchi, brillare degli occhi, segni su un compito, cellulare spento... e parole. Una relazione funziona quando genera i beni specifici per cui la si instaura, se quella scolastica non genera attenzione, motivazione, curiosità, non è solo per carenza di stipendio, mura scorticate, vuota burocrazia, giovani e famiglie d’oggi, ma per carenza di relazione. Che cosa è necessario perché essa sia, e sia generativa?

La molecola d’acqua è relazione tra due atomi d’idrogeno e uno d’ossigeno, uno dà all’altro ciò di cui l’altro ha bisogno. Anche a scuola è così: la classe è acqua!

Nella relazione scolastica tre sono gli elementi indispensabili: amore per ciòche si insegna (conoscenza e passione: studium), amore per il chi a cui si insegna (empatia: non sentimentalismo, ma riconoscimento dello studente come soggetto di un «inedito stare al mondo» e non oggetto da cui ottenere prestazioni), amore per il come si insegna (creatività didattica che rinnova ogni lezione in base ad allievi e contesto: metodo). Senza questi tre elementi la relazione non si dà e genera contro-effetti: noia, avversione, disinteresse. Per questo credo in una personalissima trinità di professori.

Uno. I docenti in atto. Curando faticosamente i tre elementi, trasformano il loro dícere (dire) in docère (mostrare): pongono le condizioni dell’imparare, non lo pretendono, e i ragazzi sono pro-vocati a lavorare sodo (a noia non si oppone divertimento, ma interesse) e a diventare teste fredde e cuori caldi (al contrario di come sono oggi). Generano il desiderio mimetico di raggiungere autonomamente la Luna che il dito mostra, svincolano il sapere dalla pur necessaria prestazione e lo orientano a diventare vita: la cultura come strumento per leggere la realtà con totale apertura, senza subire luoghi comuni e ideologie. Generano simbolicamente, fanno venire alla luce i ragazzi, per ciascuno dei quali hanno una pagina del registro con i punti di forza, non smettono di studiare, prestano libri, offrono un caffè ad uno studente in crisi, fanno una lezione fuori dal programma, dedicano tempo fuori dalla lezione... Tengono il filo come Arianna (amano e sono presenti a distanza) mentre lo studente si addentra nel labirinto e lo decodifica grazie alla cultura che si confronta con le svolte della vita e le sue forme a volte spaventose come il Minotauro. Aiutano i ragazzi a trasformare il loro destino in destinazione: ad ora ad ora m’insegnavate come l’uom s’etterna (Dante a Brunetto Latini). La loro classe è convivio, hanno l’autorità di chi assapora la vita e la porge.

Due. Gli «in-docenti». Per vari motivi (stanchezza, difficoltà relazionali, equilibrio personale, stipendio...), pur avendo competenza nella materia, non riescono a trasmetterla. Mancano due terzi della relazione (empatia e metodo), somigliano a un postino che consegna lettere senza busta e/o destinatario. Non propongo disastrose simbiosi o voti politici, ma asimmetria relazionale (non è distacco: emblematico il recente film Detachment), in cui la materia è terreno comune di ricerca, non trincea: «La fiducia non si guadagna se ci si sforza di guadagnarla, ma se si partecipa alla vita degli allievi, in modo immediato e naturale e se si prende su di sé la responsabilità che da ciò deriva» (Buber). L’indocente non insegna, perché non impara dai ragazzi, la sua classe si appiattisce sulla prestazione (programma ed esame diventano l’orizzonte di autorità).

Tre.Gli «in-decenti». Non conoscono ciò che insegnano e trasformano la classe, presto connivente, in chiacchierificio e poltiglia educativa.
Ogni discorso sulla scuola è secondario senza i docenti in atto. Non basta l’anzianità come criterio esclusivo di merito nelle graduatorie, ma i tre elementi segnalati e trasversali (docenti, indocenti, indecenti hanno tutte le età). La scuola si liberi degli indecenti; aiuti gliindocenti a (ri)diventare se stessi; punti sui docenti, che ne sono le mura di carne e sangue: ce n’è almeno uno nella nostra vita e gli dovremmo, se non il doppio dello stipendio, almeno un grazie.

martedì 3 settembre 2013

Lettera a una professoressa

il testo di questo articolo tratto da La lettura, e probabilmente il testo di don Milani per intero (Lettera a una professoressa
,libro scritto dagli allievi della scuola insieme a don Milani,inviato quale priore di Barbiana. la scuola di Barbiana è un'esperienza educativa avviata da don Lorenzo Milani negli anni cinquanta che sconcertò e stimolò il dibattito pedagogico degli anni ‘60), dovrebbe essere consegnato a tutti i docenti, dalle elementari in su, giusto per ricordare il significato della parola insegnamento, l'ordine morale altissimo cui appartiene, l'enorme responsabilità formativa che gli compete, l'elevatissimo valore di creazione del desiderio nei discenti che comporta. l'insegnamento ha una fondamentale portanza nella vita di una persona la cui fortuna sarà segnata dall'aver trovato, nella sua esperienza, una o più volte, un maestro, un testimone di un'eredità, un portatore del "nome del padre" che consegna e insegna il desiderio.
ho appena finito di leggere Il primo uomo di Camus e anche lì, forte e imperativa, svetta la figura del maestro, dell'uomo, del portatore di crescita, di colui che lascia l'impronta. 
invece gli insegnanti sono spesso, non sempre ma spesso, dei poveretti duri e irrigiditi nel ruolo senza senso di trasportatori informi e inermi di notizie, di scaricatori di frustrazioni sugli alunni, incapaci di dare, di donare, di cedere cose buone, di formare, di invogliare  sempre più spesso gli insegnanti sono persone ignoranti di sè, e questo è gravissimo, e degli altri, ancora più grave considerando che gli "altri" sono giovani bisognosi di indicazioni valide e di spunti illuminanti per vivere e crescere, e non di punizioni afinalistiche, frustrazioni, durezze, insensatezze, vittime di manifestazioni di potere vuoto e malconcio, specchio di povertà interiore.
Beppe Servergnini, che intesse l'articolo, l'ho sentito presentare il suo libro Italiani di domani. Otto porte sul futuro a Ortisei, è una persona simpatica, attenta, veloce di testa, comunicativa. ha scelto per principio la semplicità e sinteticità comunicativa, saper rinunciare all'orpello intellettuale a favore dell'intelligibilità universale è segno di grande intelligenza.
è evidente che il tema dell'insegnamento e dei giovani gli sta a cuore, ne ho già letto di suo pugno proprio su La lettura, ne ha riparlato in occasione della conferenza che ho ascoltato in Alto Adige, ne ripercorre le fila qui...è giusto sviluppare un tema e proporlo sotto angolature diverse, si corre forse solo il rischio di risultare ripetitivi, ma ne vale la pena.
riporto il testo di questo "colloquio"  immaginario, ben fatto e ben costruito, mi è piaciuto e mi piacerebbe passare il 12 settembre in 3a B o in 2a M e consegnarlo alla classe docente. 
seper fare è fondamentale nella vita. 

La "lettera" dei ragazzi di Barbiana che cambiò le coscienze
EMAIL A UNA PROFESSORESSA
La scuola deve essere come un ospedale: curare i malati e non guastare i sani.
La lezione di Don Milani nell'Italia di oggi

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Molte cose, molti anni e molte riforme sono passati dalla Lettera a una professoressa. Ma c’è sempre un po’ di Barbiana, nella buona scuola all’italiana. Vediamo cosa scrivevano don Lorenzo Milani e i suoi allievi, e cosa possiamo aggiungere, quasi mezzo secolo dopo.
Chi era senza basi, lento o svogliato si sentiva il preferito. Veniva accolto come voi accogliete il primo della classe. Sembrava che la scuola fosse tutta solo per lui. Finché non aveva capito, gli altri non andavano avanti. (pagina 25)
Lei certamente sa, prof, che la parola «insegnante» deriva da in e signo: voi avete il compito, e l’onore, di lasciare un segno. La selezione è prerogativa dell’università. Alle elementari e alle medie — inferiori e superiori — bisogna scavare dentro i ragazzi e scovare le loro inclinazioni, correggendo le loro debolezze. Voi siete minatori di talento e spacciatori d’entusiasmo. Se oggi sono qui e posso scriverle questamail, è perché ho trovato persone così. Avevo una professoressa d’italiano che, in terza media, mi affidò due ragazzi che rischiavano la bocciatura. «Il tuo voto sarà misurato sul loro voto, il tuo successo sul loro successo», annunciò in classe, incurante del mio sguardo angosciato. Si chiamava Tilde Chizzoli, quella sua collega: ha cambiato la vita a tre persone. Grazie a lei, ho imparato insegnando: anche un po’ dell’umiltà di cui avevo bisogno, venendo da una famiglia privilegiata. Ho passato tanti pomeriggi con quei nuovi amici. Loro mi hanno insegnato a giocare a calcio, a basket, a guidare un motorino 50 cc e a conoscere le ragazze; io gli ho spiegato un po’ d’inglese e Fogazzaro. Ci ho guadagnato, sono convinto.
Ogni volta che capitava un ospite straniero che parlava francese c’era qualche ragazzo che scopriva la gioia di intendere. La sera stessa lo si vedeva prendere in mano i dischi di una terza lingua. (pagina 25)
Pensi a quanto inglese ci gira intorno. I ragazzi italiani ormai lo comprendono, anche se faticano a parlarlo, per eccesso di timidezza o carenza di opportunità. A Urbino e a Modena alcuni insegnanti — scuola superiore — dubitavano di questa mia teoria. Così sono passato dall’italiano all’inglese: i ragazzi, partecipando e rispondendo, hanno dimostrato di capire quanto bastava. E voi, prof?
Il nostro era all’antica. Fra l’altro gli successe che nessuno dei suoi ragazzi riuscì a risolvere il problema. Dei nostri se la cavarono due su quattro. Risultato: ventisei bocciati su ventotto. Lui raccontava in giro che gli era toccata una classe di cretini! (pagina 26)
Dica la verità: voi insegnanti, proprio come noi giornalisti, siete spesso tentati di esclamare «Non capiscono!». Ma se chi sta di là non capisce — allievi o lettori, fa lo stesso — la colpa è sempre di chi sta di qua. Il fallimento di una classe è il fallimento di un insegnante: non ci sono eccezioni a questa regola. L’eccessiva severità maschera l’inadeguatezza. I professori cattivi sono, quasi sempre, cattivi professori.
La scuola ha un problema solo. I ragazzi che perde. (pagina 35)
La scuola superiore italiana, nel 2012, ha perso il 18 per cento degli iscritti: quasi uno su cinque, una percentuale drammatica. I ragazzi di oggi sono fragili, è vero. Le famiglie, spesso, non aiutano, e li spingono verso studi inadeguati. Ma voi siete le donne e gli uomini che devono creare gli italiani di domani. È vero, professoressa: si tratta di un’immensa responsabilità. Roba da far tremare le ginocchia ogni mattina, entrando in aula. Ma la severità, talvolta al limite del sadismo, non è una via d’uscita. Prima di giudicare, bisogna istruire. Prima di selezionare, occorre formare. Altrimenti, come diceva don Milani, «la scuola diventa un ospedale che cura i sani e respinge i malati».
Se ognuno di voi sapesse che ha da portare innanzi a ogni costo tutti i ragazzi e in tutte le materie, aguzzerebbe l’ingegno per farli funzionare. Io vi pagherei a cottimo. Un tanto per ragazzo che impara tutte le materie. O meglio multa per ogni ragazzo che non ne impara una. (pagina 82)
Potrebbe essere un’idea, prof. Che dice?
Non dica però di aver offerto il doposcuola quel preside che ha mandato ai genitori una circolare mezza stinta. Il doposcuola va lanciato come si lancia un buon prodotto. Prima di farlo bisogna crederci. (pagina 85)
Il lavoro di un insegnante è difficile: lo è sempre stato. E le ore di lavoro sono aumentate (cinquant’anni fa non c’erano i consigli di classe e d’istituto!). Eppure si deve trovare il modo di utilizzare le scuole al pomeriggio. Lasciarle vuote è uno spreco. Caricare i ragazzi di compiti a casa — com’è ormai la norma, soprattutto nei licei — è un’alternativa crudele. Non volete chiamarlo doposcuola o tempo pieno? Scegliamo un altro nome. Ministero, dirigenti scolastici, insegnanti, personale amministrativo, tecnico e ausiliario: voi trovate un modo, e noi troveremo i soldi. Nel 2000 ho regalato la rete wi-fi alla mia scuola, il liceo classico «Racchetti» di Crema: è rimasta per anni inutilizzata, per questioni didattiche, amministrative e assicurative. Ma se dobbiamo sempre aspettare il bidello con le chiavi, dove vogliamo andare?
La scuola costa poco, un po’ di gesso, una lavagna, qualche libro regalato, quattro ragazzi più grandi a insegnare, un conferenziere ogni tanto a dire cose nuove gratis. (pagina 91)
Il gesso è sempre utile (basta non usarlo per ingessare la didattica). Ma la scuola costa, come la sanità e la previdenza: sono i tre pilastri delle democrazie occidentali. In Germania la Cancelliera Angela Merkel ha picchiato il pugno durante un consiglio dei ministri: «Tagliate tutto, la scuola e la ricerca no! Sono il nostro futuro». Spendiamo troppo, in Italia, per l’istruzione? Spendiamo la stessa somma destinata al pagamento degli interessi sul debito pubblico. E quella è una cambiale del passato.
Nella nostra scuola l’andare all’estero equivale ai vostri esami. Ma è esame e scuola insieme. Si prova la cultura al vaglio della vita. (pagina 101)
«Il primo grande viaggio lascia nei giovani, di qualunque levatura e sensibilità, un dissidio che le abitudini non possono comporre; precisa l’idea degli oceani, dei porti, dei distacchi; crea quasi, nella mente, una nuova forma, una nuova categoria: la categoria della lontananza». Così scriveva Mario Soldati in America primo amore. Oggi, molti decenni dopo, andare all’estero, per un ragazzo, è più facile. Andare all’estero con i compagni di scuola, però, resta speciale. È insieme rassicurante e stimolante, un’avventura protetta. I ragazzi devono imparare il gusto dell’altrove. Bob Dylan si chiedeva «quante strade deve percorrere un uomo, prima che possiamo chiamarlo uomo». La risposta, secondo lui, soffiava nel vento. Soffia anche nelle vostre aule e nelle nostre case, se sappiamo ascoltare. Ai nostri ragazzi dobbiamo dare radici e ali: il resto lo troveranno da soli.
Il maestro dà al ragazzo tutto quello che crede, ama, spera. Il ragazzo crescendo ci aggiunge qualche cosa e così l’umanità va avanti. (pagina 112)
Voi dovete essere buoni insegnanti anche perché ci sono in giro tanti cattivi maestri. I ragazzi hanno bisogno di punti di riferimento diversi dai genitori: un amico più grande, uno zio eccentrico, un rapper convincente, un compagno di squadra. E un insegnante speciale. Il complimento d’un professore, a una certa età, vale più dell’incoraggiamento di mamma e papà. Certo: ai ragazzi bisogna spiegare che neppure il miglior insegnante può far molto, se trova continue chiusure. Dicono i cinesi: ilmaestro arriva quando il discepolo è pronto.
Un’altra materia che non fate e che io saprei è educazione civica. Qualche professore si difende dicendo che la insegna sottintesa dentro le altre materie. Se fosse vero sarebbe troppo bello. (pagina 123)
Un’idea, prof: non chiamatela «educazione civica», chiamatela educazione digitale. E portate i ragazzi in cattedra con voi: loro spiegheranno la tecnologia, voi le norme. Perché le norme — quelle del buon senso e quelle del diritto penale — valgono anche sul web, che è un luogo della vita.Molestie, minacce, stalking, calunnie, diffamazione: i ragazzi devono capire che certi errori si possono commettere molto presto; e lasciano conseguenze. Internet ha messo nel telefono e nel computer dei vostri studenti uno strumento di comunicazione di massa, un moltiplicatore, un veicolo potente e potenzialmente pericoloso. I nostri giovani connazionali sanno guidarlo. Ma bisogna aiutarli a capire quando fermarsi, e dove non andare.
Consegnandomi un tema con un quattro lei mi disse: «Scrittori si nasce, non si diventa». Ma intanto prende lo stipendio come insegnante d’italiano. (pagina 125)
Tutto s’impara: dove non arriva il talento, arriva la tenacia. Sa che, in prima superiore, ho preso qualche insufficienza in italiano scritto? Usavo vocaboli incomprensibili, una sintassi barocca, concetti astrusi. Devo ringraziare due sue colleghe — Paola Cazzaniga Milani al ginnasio, Giuseppina Torriani al liceo — se ho cambiato registro. A proposito: oggi come me la sono cavata?
Beppe Severgnini