bianco e nero

come una foto. in bianco e nero. nessuna concessione al colore, alla spettacolarita', ai nuovi barbari. bianco e nero colori vividi dell'essenziale, solo l'autenticita' della forma. della sostanza. l'occhio vede e non si inganna.
"questo e' il mio segreto.
veramente semplice.
si vede bene solo con il cuore.
L'essenziale e' invisibile agli occhi."
Il piccolo principe. A.d.S-E.

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lunedì 31 dicembre 2012

pulisci la casa, ritroverai te stesso

in questi giorni  di fine d'anno mi sembra di rincorrere l'impossibile.
ho ricevuto in dono libri strabilianti, Mortalità di Christopher Hitchens, L'età dell'Inconscio. Arte, mente e cervello dalla grande Vienna ai nostri giorni di Eric Kandel (uno sballo di libro, credetemi, uno sballo, dopo la mia estate a Vienna, la passione per l'art nouveau, la fase eroica ed epica di quegli anni in Europa), e Cosa resta del padre? di Massimo Recalcati (per chi non lo conoscesse, psicoanalisita lacaniano dotato di una capacità narrativa ed esplicativa senza eguali, un incantatore), solo che si aggiungono a una lista già lunga di letture che ho in corso e che mi attendono...cosa c'è di peggio per me che avere una lista di "cose" -parola senza nome- che mi aspetta? niente, vivo nella torura.
in più, mi prende una foga vacanziera, milanese, di vedere tutto quel che Milano, e pure Torino, mi offrono e, come se non bastasse, faccio ordine.
ordine, pulizia.
anche questo è una specie di godimento, ossessivo?,certamente ma ma non solo. anche purificatore, pacificatore. zen.
è un soffermarsi sul qui ed ora, massima zen di ormai diffusissima fama, ma non certo altrettanto diffusa pratica.
io pulisco e riordino volentieri, ritrovo vecchie cose, ritrovo il gusto di riguardarle e selezionarle, qualsiasi cosa esse siano, di disfarmene o di riporle, magari per poi eliminarle alla prossima tornata di pulizia domestica. siamo fatti anche di questo, di fluttuazione dei valori e della memoria.
insomma,
pulizie come etica.
pulizie come rinascita,
parola che leggo ovunque, a fine d'anno.
mi viene in mente un articolo divertente che ho letto su La Lettura, ormai insostituibile compagna domenicale, che riporto, a fine d'anno.

Spiritualità

Pulisci la casa, ritroverai te stesso

La lezione del monaco Keisuke Matsumoto: l’Occidente ha delegato troppo alle colf «Lavare i piatti, riordinare i letti: è una preghiera e un atto per riappropriarci della vita»

Pulire una macchia d’olio sul pavimento richiede una meccanica complessa: rimuovere delicatamente il liquido con un panno asciutto; passare la giusta quantità di detersivo diluito nell’adeguata quantità d’acqua; risciacquare; asciugare con un panno apposito, per non lasciare aloni. È solo una macchia d’olio, ma prevede un piccolo patrimonio di conoscenze artigianali, concrete. Competenza nella «manutenzione delle cose», che vediamo dispersa nell’astratta frenesia metropolitana. E il bel volume pubblicato da Vallardi, Manuale di pulizie di un monaco buddhista, arriva per ricordarci che così disperdiamo parte di noi.
L’autore è Keisuke Matsumoto, poco più che trentenne, bonzo del tempio Komyoji di Tokyo. Un monaco «digitale» (ha la pagina Facebook e cura il blog del tempio), ma la sua raccomandazione è di stampo pragmatico-domestico: «Ritorniamo a fare le pulizie di casa. Riappropriamoci di quei saperi concreti che abbiamo perso o affidato ad altri. Perché la cura delle cose è cura di se stessi». Va detto che per i monaci zen le incombenze domestiche non sono incombenze: si svegliano all’alba e, dopo aver rinvigorito il corpo all’aria aperta, ciascuno comincia a svolgere i compiti quotidiani, che sono parte della propria pratica spirituale. Riordinare il letto, pulire la stanza, spolverare il comodino e lavare l’abito monacale (juban) è una forma di preghiera.
Non c’è insomma quella leggera venatura sacrificale che apparteneva alla Regola benedettina o la dedizione silenziosa dei monasteri delle carmelitane. Nelle pulizie zen c’è ricerca. «Ricerca di se stessi — dice Matsumoto —, perché i lavori domestici ti aiutano a concentrarti sul presente. Concetto chiave, questo, del buddhismo, dove l’attenzione non viene posta né sul passato né sul futuro, bensì su quel momento che si sta vivendo». È una questione di educazione, prima di tutto: «In Giappone — osserva il monaco — nelle scuole elementari e medie, sono gli scolari a occuparsi della pulizia dei locali, cosa che, all’estero, non accade. Nel nostro Paese, fare i servizi di casa è un concetto che non si riferisce semplicemente a togliere lo sporco dalle superfici, ma è in stretta relazione con lo spazzar via le nubi dalla nostra anima».
L’Occidente (e anche l’Oriente occidentalizzato) ha invece da tempo delegato queste mansioni a un esercito di lavoratori manuali: c’è la colf specializzata nelle pulizie di interni e del giardino, c’è il calzolaio tecnologico; di recente (specie tra gli immigrati cinesi) si è affermata anche la figura dell’aggiustatutto, che ripara quasi ogni cosa, dall’ombrello alle borse. Non si tratta solo di stranieri: secondo l’Inps, dal 2008 a oggi le collaboratrici domestiche e le badanti di nazionalità italiana sono aumentate del 20 per cento. E questa tendenza a demandare la cura dell’ambiente più intimo ad altri ha risvolti spirituali. Perché, come ci ha ricordato due anni fa l’americano Matthew Crawford ne Il lavoro manuale come medicina dell’anima, edito da Mondadori, non saper più nemmeno piantare un chiodo ci allontana da un muro familiare, da un quadro che ci piace e che vorremmo appendere. Dalla «bellezza pratica», insomma. E, al tempo stesso, è interessante notare come cresca l’ansia di «altre pulizie»: quelle del computer per esempio (con i numerosi tipi di antivirus sul mercato) o quelle dell’auto. Forse perché la nostra vera casa, oggi, è altrove?
«La mia attività di pulizia preferita — continua Matsumoto — consiste nello spazzare un giardino giapponese con una scopa di bambù. La monotonia di questo gesto mi aiuta a rivitalizzarmi». La scopa giusta, il momento giusto (nel libro sono indicati anche i giorni propizi del mese), lo spirito ben disposto. Ecco come si recupera davvero il lavoro manuale. Che è un atto d’amore. Sì, perché nell’artigianalità del pulire un lavello o nel saper scrostare un tegame c’è quella ritualità gestuale che nasce da intuizione, creatività, esperienza. Come sosteneva il filosofo scettico Pirrone di Elide che, racconta Diogene Laerzio, era solito prendersi cura personalmente della casa. Ma è anche una questione di auto-terapia: «Se paghi altre persone perché puliscano la casa al posto tuo — chiede il monaco — sei davvero sicuro che tu stia facendo qualcosa di più importante del pulire la casa?». Come nei vasi comunicanti, l’eccessiva concentrazione su astrazioni (il Lavoro, gli Amici, le Relazioni Sociali) portano a un deperimento della fisionomia domestica: i piatti sporchi che si accumulano e che infondono tristezza, togliendo la voglia di cucinare e spingendo a riempire il frigo di surgelati, i quali a loro volta andranno a male perché fatti per il pronto consumo. E così via. Di qui lo spreco, che secondo imonaci buddhisti è quasi un delitto. Sottolinea il bonzo: «Per i giapponesi l’espressione “Che spreco!” non si riferisce solo al fatto che sia un peccato buttar via qualcosa, ma veicola gratitudine per ciò che è stato utilizzato fino a quel momento. Chi non dà la giusta importanza alle cose non la dà neppure alle persone».
Nel divertente volume tradotto in italiano da Feltrinelli Lo sporco degli altri, Louise Rafkin racconta la sua vita come donna delle pulizie. È curioso osservare con distacco le vite di chi delega questi compiti: la pigrizia di chi rinuncia a invitare gli amici solo perché non sa come pulire il tinello; l’indolenza di chi si lamenta della muffa ma non capisce che è una questione pragmatica, di osservazione e soluzione: «Arieggiare, evitare l’umidità, ma soprattutto trovare il coraggio di liberarsi di libri, gingilli e cose superflue» suggerisce Matsumoto come rimedio anti-muffa. Pulizie come etica.
Così i servizi domestici (nel Sud Italia si dice così, «servizio», termine che richiama un senso di funzionalità finalizzato a qualcosa, mentre al Centro si usa il più gravoso «faccende» e al Nord si preferisce il calvinista «mestieri») sono una specie di aritmetica della vita, un ordine segreto da rintracciare, una forma di conoscenza di se stessi. Si racconta che un discepolo del Buddha abbia raggiunto il nirvana mentre stava spazzando. Insomma, il libro di Matsumoto ci riporta con i piedi per terra, anzi… con la scopa sul pavimento. Per uomini e donne, come dimostra la recente manifestazione del Movimento dei Casalinghi italiani (sarebbero circa 300 mila gli uomini che in casa si danno da fare) e come la stessa ministra del Lavoro Elsa Fornero ha rimarcato pochi mesi fa. La ricerca di sé non ha gonna o pantaloni. Al massimo indossa il samue, il costume tradizionale da lavoro dei monaci buddhisti.
Roberta Scorranese

martedì 23 ottobre 2012

sabato e domenica. 13 e 14 ottobre. lady dior in Milan

si certo, la mattina di sabato ero all'ABA al convegno su anoressia e bulimia e nel pomeriggio allo yoga festival.
corpo (anoressia E' corpo), corpo nel mondo, corpo che parla e si muove nel mondo (fenomenologia di Jaspers) oppure corpo "cosa", corpo organicistico, corpo fatto d'organi, corpo cartesiano che risponde alle pure e semplici leggi della fisica. analisi e corpo dell'analista, anche l'analista porta il suo corpo in analisi.
morte ineluttabile della famiglia edipica, il "nome del padre" lacaniano è ormai inconsistente ed è inutile faticare nel ritrovarlo e ricostruirlo, e nascita progressiva della famiglia affettiva, rapporti liquidi e fluidi, padri amici e padri amanti, madri senza ruolo o così nel ruolo da fagocitare le figlie anoressiche. bocca materna di coccodrillo spalancata sull'oggetto del proprio amore, la patologia del troppo amore che si magia il suo frutto, la sua creazione, bello intero. famiglie in cui la legge non sancisce  più il suo dominio normativo sulle pulsioni, che vagano libere, e si salvi chi può. interessa?
yoga festival, mi infilo nella sala della meditazione buddista, poi a sentire Bo Forbes, l'emblema vivente magrissimo e scattante dell'ottimismo americano al femminile secondo cui la volontà, yogica, è e può TUTTOQUALSIASICOSA, poi un accenno di Mindfulness, alla maniera di Jon Kabat-Zinn (http://nuovateoria.blogspot.it/2010/09/dovunque-tu-vada-ci-sei-gia.html) .
del buddismo apprezzo la pratica del distacco dall'io, ovvero la critica al troppo "io", all'attaccamento morboso alla soggettività, all'avere, al possedere, al consumare tutto in previsione e in operazione di allargamento dello spessore ipertrofico dell'io. Lacan diceva che è certamente pazzo un uomo che si crede Napoleone, ma lo è di più un re che si crede un re. l'io è solo il frutto di identificazioni stratificate, come una cipolla, non c'è nucleo, cuore dell'io. inutile ammorbarci di attaccamento al nostro essere-avere, alla nostra immagine. in fondo il pensiero di Lacan è un derivato della filosofia orientale zen. ciò che non condivido è il tentativo, testardo, di escludere la pulsione. sessualità e aggressività sono gli abitanti del nostro mondo pulsionale, del nostro inconscio, della soggettività appartenente alla specie e che preserva e garantisce la continuità della specie -pensiero che Freud mutua da Schopenhauer- , la pratica, la meditazione, l'allontanamento, lo yoga non possono eliminare il conflitto tra il mondo arcaico dell'inconscio e il nostro io sociale e cosciente. presenziare il qui e ora è certamente un atto di vita libera e cosciente, un atto di consapevolezza, ma noi siamo anche il nostro tempo, passato e futuro, siamo anche nel mezzo tra la pulsione di vita e di morte.Freud diceva che l'uomo è un essere parlante, il cui inconscio, come dice Lacan, è strutturato come un linguaggio. dal momento di questa introduzione uomo e natura si sono definitivamente differenziati.(http://nuovateoria.blogspot.it/2011/10/sunya.html)
detto questo, che è fin troppo, la domenica 14 ottobre a spasso di Milano (no-cars), mi ha concesso, nel marasma della mia vita affettiva di questi tempi, una pausa grafica e ludica. alla Triennale mi sono vista la 5a mostra sul design dedicata alla grafica, le lampade di Gino Sarfatti (piaciute per niente), e...LADY DIOR in MILAN.
sono pallosa e pasante praticamente 24 ore su 24, quindi mi concedo un po' di frivolezza cercando espiazione dalle zavorre della mia vita, fisica e mentale.
la borsetta in questione nemmeno mi fa impazzire ma mi piace l'allestimento, così come mi era piaciuto quello di Louis Vuitton (http://nuovateoria.blogspot.it/2011/10/24-manichini.html) di un anno fa. mi piacciono l'allegria e la leggerezza, le ricostruzioni kitsch, le foto d'autore (qui sotto Steve McCurry, Paolo Pellegrini, Peter Lindberg). 






la Triennale si trastulla con questa mitica Lady Dior, già rappresentata in diversi cortometraggi e fotografie tra le mani di Marion Cotillard -visibile in una sala approntata alla proiezione video-. oggi la borsa dall'inconfondibile impuntura "cannage", i cerchi dorati, il corpo rettangolare e le lettere pendenti,che divenne famosa in un batter baleno grazie alla testimonial d'eccezione Lady Diana,viene rivisitata in più di settanta opere di grandi artisti e talenti emergenti.
è tutto molto divertente. è tutto molto easy. è tutto tempo inutile, finalmente.




martedì 18 maggio 2010

Tu non guardi il cielo, tu sei il cielo


Il senso di essere una sorta di... Testimone o Sé separato svanisce del tutto. Tu non guardi il cielo, tu sei il cielo. Puoi gustare il cielo. Non è là fuori... C'è solo puro vedere. La coscienza e la sua manifestazione non sono due cose distinte. Mentre rimani in quello stato e "senti" questo Testimone come una grande espansione, potrai cominciare a sentire che la sensazione del testimone e la sensazione della montagna sono la stessa sensazione. Quando "senti" il tuo puro Sé e "senti" la montagna, riconosci che sono esattamente la stessa sensazione. In altre parole, il mondo reale non ti è dato due volte, una là fuori, una qui dentro.
KEN WILBER


mi ha svitato la testa, il mio maestro zen, al tempo del nostro ultimo massaggio.
devo dire che fa di tutto:
per insegnarmi la via del dominio e della consapevolezza di sè.
per indicarmi le potenzialità del respiro per liberare l'energia.
mi dice:
smettiti, almeno per un po'.
lo faccio.
ma poi mi ricomincio.

al momento non so essere il cielo. me lo porto tutto sulle spalle.
e come lo sento.
al momento, per me, il modo è ancora duale, uno qui dentro e uno là fuori.

Datta. Dayadhavam. Damyata.
(Da. Comprendi. Controlla.)
The Waste Land di T.S. Eliot


L'occhio della carne e della mente vedono realtà relative, l'occhio della contemplazione il vuoto, e la realtà assoluta.

mercoledì 18 marzo 2009

Il samurai all'ombra del ciliegio


L’anima del Giappone

“Se qualcuno mi chiedesse
dello spirito del Giappone:
è nei fiori del ciliegio selvatico
in piena fioritura
quando riflettono il sole del mattino”

Kamo Mabuchi (1697-1769)


“Il fiore per eccellenza
è il ciliegio,
l’uomo per eccellenza
è il guerriero.”

Yukio Mishima.



Lezioni spirituali per giovani samurai
Un giorno parlavo di spade giapponesi con una nobildonna inglese. La signora mi domandò:“Come si combatte con quest'arma?”. Allora snudai la mia spada di fronte a lei e le mostrai un fendente obliquo. La signora impallidì e fu sul punto di svenire. Compresi allora che quanto impressiona gli occidentali non è la nostra letteratura,ma le nostre spade. Per noi giapponesi il samurai è l'immagine di un antenato. Per gli occidentali è la figura di un nobile selvaggio. Dobbiamo sentirci fieri di essere dei selvaggi.

Yukio Mishima


Poesie di addio al mondo (Jisei)

Prima brina, oggi, per il guerriero che tante volte si è indurito al suono della spada sfoderata.
Non importa cadere. Prima di tutto. Prima di tutti. E' proprio del fior di ciliegio cadere nobilmente in una notte di tempesta.
Oggi, nel giorno atteso, a conoscere quello che è racchiuso nel mio cuore, che da tempo ha giurato, sarà la sola tempesta?.
Ah l'amor di patria che brucia come il fuoco! Esso durerà fin quando avrò la forza di non distogliere lo sguardo da Sua Maestà Perenne.
Tra una nuvola e l'altra cade bianca la neve. E' il cuore della poesia che canta il Fujiyama la vera via del guerriero.
Non fa differenza combattere da leone o tigre. Se è per la patria, anche la vita del guerriero è accolta tra gli dei.

Yukio Mishima



e' qui, a Palazzo Reale, alla mostra sulle armature dei samurai, che ho visto le splendide armi, ho sfiorato lo spirito profondo e filosofico della dottrina zen e buddista, le armature incredibili, i racconti eroici e il bushido, il codice morale, l'inflessibile disciplina che hanno contribuito a tramandare il fascino misterioso del samurai anche nella cultura occidentale.





ma e' anche qui che ho respirato, nelle sale, il profumo del ciliegio e ho conosciuto la fortuna di questo matrimonio.
un fiore di ciliegio e il suo samurai.
un connubio stridente, a prima vista.
almeno per me.
samurai e' forza eleganza tradizione potenza controllo. lama.
ciliegio e' bellezza fioritura rinnovamento fragilita' transitorieta'. vita.

ma il samurai, guerriero selvaggio dedito alla patria di Mishima, e' zen.
e' filosofo buddista.
il samurai si immerge nella meditazione per acquisire maggiori poteri intuitivi e conoscitivi, per annullare paure ed esitazioni, per raggiungere un totale autocontrollo, accettando il flusso degli avvenimenti senza opposizione della forza.
il samurai muore sotto il ciliegio senza paura, sapendo e accettando che quello e' il giorno della sua morte, e lo macchia del suo sangue tingendolo di rosa.
Il ciliegio, in particolare al momento della sua fioritura, esprime in maniera eccezionale la grandiosità e magnificenza della vita, pur nella sua caducità.
Un simbolo di vita ma anche del suo naturale “opposto”: il fiore di ciliegio, appena raggiunge il massimo del suo splendore, si stacca e muore, viene portato via dal vento e si disperde. Il fiore di ciliegio è testimone del dono della vita, e del suo rapido ineludibile passaggio.



il fiore di ciliegio nasce e muore con il suo samurai, che nasce e muore nel fulgore delle armi ma nel rispetto del rigoroso e immodificabile ciclo della vita.
la forza del selvaggio si sposa con il petalo che cade nella tempesta.
l'incredibile forza delle filosofie orientali.