bianco e nero

come una foto. in bianco e nero. nessuna concessione al colore, alla spettacolarita', ai nuovi barbari. bianco e nero colori vividi dell'essenziale, solo l'autenticita' della forma. della sostanza. l'occhio vede e non si inganna.
"questo e' il mio segreto.
veramente semplice.
si vede bene solo con il cuore.
L'essenziale e' invisibile agli occhi."
Il piccolo principe. A.d.S-E.

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giovedì 6 giugno 2019

World Press Photo


è sempre una mazzata.
alcune sono inguardabili per crudeltà e crudezza e non le posto.

la mia preferita è questa

di Daniele Volpe.
secondo tra le General News nella categoria foto singole, il suo lavoro ritrae una sala da pranzo il giorno dopo l’eruzione del giugno scorso del vulcano Fuego in Guatemala.
è inesorabile ma integra, composta, anemorragica, interiorizzabile.

lunedì 28 maggio 2018

venezuela crisis



vince, al World Press Photo, questa, “Venezuela crisis” di Ronaldo Schemidt.
credo di preferirne altre.











mi rassicurano che il ragazzo se l'è cavata, è vivo con il 70% del corpo ustionato.
sono sempre queste le foto che vincono, ma il giornalismo fotografico può incidere anche senza fuoco assassino.
a me basta molto meno, non ho bisogno dell'orrore per credere.


lunedì 16 ottobre 2017

giovedì 25 maggio 2017

world press photo

Galleria Sozzani.
world press photo 2017.
non sono molte le foto che mi sono piaciute.
ritrarre l'orrore, offrirlo al pubblico, è buon giornalismo, forse, ma non sempre buona fotografia.
la foto vincitrice è una buona foto o solo una foto fortunata, per tempi e per luogo?
è una foto opportunista, io direi. 


















altri reportage sono anonimi, inutili, non mi toccano, come l'omosessualità tra i rugbisti. 
girando tra le foto mi sono detta che se devo leggere la didascalia per capire allora non è una buona foto quella che sto guardando: se una foto va spiegata, presentata, allora non ha centrato il suo obiettivo. 
letteralmente parlando.
o forse mi sbaglio, non so. 

















la mia favorita:


daily-life 
Wang Tiejun

giovedì 26 maggio 2016

quando la fotografia

world press photo 2016.
Galleria Sozzani Milano.
miserie umane.
migranti attaccati come bestie.
bambini mutilati della dignità.
massacri.
schiavi.
catene.
morte violenta.
inquinamento in Cina.
donne abusate alla deriva.
Corea del Nord, agghiacciante.


sono stanca.




giovedì 12 febbraio 2015

the big picture

Galleria Sozzani.
The big picture
Arthur Elgort.
foto di moda, foto di donne e anche qualcos'altro, poco altro.
nel mondo in bianco e nero campeggiano maxi foto a colori, pregevoli.
il pubblico è quello di corso Como, alla moda, fashion, tiratissimo, molti gay.
io a che fascia appartengo?
a volte l'evento è più legato al pubblico che all'oggetto dell'evento. questo evento attira un pubblico affamato di icone, di idoli, di feticci. di un oggetto dal consumo rapido e mai soddisfacente, quell'oggetto cibo che non sazia mai e richiede subito il boccone successivo, bulimia senza fondo.
esagero? mah, credo di no.
in questo caso l'oggetto dell'evento ha su di me un fascino minimo. la moda e il suo mondo non mi procurano nessun movimento interiore, al massimo provo fastidio per l'aspetto consumistico ormai epocale e irrefrenabile, e la prosopopea della bellezza femminile di facciata, una noia gigantesca.
dell'oggetto in questione mi coglie solo quello fotografico, quando la foto va al di là della chimera- bellezza, della noiosa perfezione fisica, dell'abito mascheramento divino, sembianti di eternità.
“Alcune delle migliori immagini le ho riprese quando non stavo lavorando: le modelle che si stavano preparando, la gente nelle strade. Fugaci momenti fra le riprese. Quello è il momento quando si può catturare la gente come davvero è e vedere cosa si cela nelle persone. In quei momenti veri non si può imbrogliare”, così scrive Arthur Elgor, osannato come un personaggio innovativo nel modo della ritrattistica fashion, "le sue modelle – Stephanie Seymour, Christy Turlington, Linda Evangelista, Naomi Campbell, Kate Moss, Patti Hansen, Karlie Kloss – non sono vittoriose e ingombranti presenze, ma leggere, quotidiane, bellissime. Colte nelle loro imperfezioni, in momenti di pausa, poco truccate, in scarpe da ginnastica, con lo sguardo distante", così recita invece il comunicato stampa della mostra.
davvero? non so, a me sembra, nella maggior parte dei casi, tutta una gran posa che certo non disdegna perfezione e glamour, e, solo in una felice minoranza, anche una buona prova di fotografia.










giovedì 3 gennaio 2013

a Milano

in giro, giorni di festa.
vedo la nuova piazza Gae Aulenti (qualcuno protesta, doveva essere dedicata al Cardinale Martini) e, certamente mi piace, abitata dal grattacielo mio preferito e da molta nuova modernità.
sono a Milano? come cambia la mia città.





proseguo nei miei giri, in Corso Como finisco alla Galleria Sozzani e faccio un brevissimo incontro con una fotografa giapponese che mi stupisce.
Maiko Aruki.
molto giapponese, non c'è che dire.
effetti minimi, minime tracce dell'esistenza.
nessun ricorso alla tecnologia e al rimaneggiamento, pura artigianalità.
particolari, insignificanti?
contrasti estremi, sovra e sotto esposizione, i dettagli si colgono SOLO se si guarda bene.
l'attenzione è tutto.
luce buio e ombra, siamo dissolvenza?





mi sono goduta (anche) così, le mie brevi vacanze. milanesi.