bianco e nero

come una foto. in bianco e nero. nessuna concessione al colore, alla spettacolarita', ai nuovi barbari. bianco e nero colori vividi dell'essenziale, solo l'autenticita' della forma. della sostanza. l'occhio vede e non si inganna.
"questo e' il mio segreto.
veramente semplice.
si vede bene solo con il cuore.
L'essenziale e' invisibile agli occhi."
Il piccolo principe. A.d.S-E.

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giovedì 15 settembre 2022

lettera al tempo delle donne. l'incompetenza sale in cattedra

A:  info-tempodelledonne@rcs.it  

Buongiorno,

sono stata in questi giorni al tempo delle donne, sono una psichiatra farmacologa clinica lavoro in psichiatria da oltre 30 anni, e venerdì 10, ore 17, salone d'onore, ho assistito a un incontro sui problemi e gli interventi psicologici per la generazione Z .

L'ultimo intervento è stato di una giovane attivista per la tutela dei diritti del malato che ha parlato di servizi di psichiatria. Fino a quel momento erano stati trattati solo questioni di carattere psicologico con interventi da parte di influencer e di psicologi che parlavano di questioni psicologiche dei giovani e del modo più corretto per affrontarli, parlando di psicoterapie e di accesso alle cure. Nel momento in cui però è intervenuta questa giovane attivista si è passati a parlare di problemi psichiatrici e qui sono nati i problemi.
Le affermazioni fatte durante l'intervista sono state confuse e fuorvianti, non si è fatta differenza tra problemi psicologici fino a quel momento trattati e psichiatrici, non si è fatto alcun riferimento alla natura della patologia psichiatrica, a volte gravissima,  a come funzionano i servizi (si è parlato di SPDC e CPS senza dire cosa sono), sono state usate parole sbagliate rispetto all'uso dei farmaci e della contenzione, si è persino parlato di elettroshock facendo credere alla platea che l'elettroshock sia una pratica comunemente usata all'interno dei servizi di psichiatria, cosa che non è affatto vera. I problemi di tipo psichiatrico non sono quelli psicologici trattati fino a quel momento. I pazienti psichiatrici non sono quelli degli sportelli a scuola, i pz ricoverati nei servizi- di questo si è parlato! ma con quale cognizione? e senza alcuna moderazione da parte dall'intervistatrice-  sono pz schizofrenici acuti, psicotici persecutori deliranti, pazienti in fase maniacale per un disturbo bipolare, o pz con gravi disturbi della condotta a seguito dell'uso di sostanze che trasformano le persone in soggetti violenti e aggressivi. Nessuno lo ha detto. Le informazioni che sono state date alla platea sono state del tutto errate e fuorvianti, dettate dall'urgenza di denuncia di una persona,  ho poi saputo dalla giornalista stessa, con motivi personali di risentimento verso la psichiatria, e hanno sicuramente dato l'impressione che la psichiatria italiana sia un inferno. Le questioni riportate dall'attivista sono giuste, sacrosante, ci sono stati gravi episodi di abuso e violenza, sono ben note purtroppo, i problemi nei servizi psichiatrici ci sono, ma il tema della psichiatria non può essere trattato alla stregua dei problemi psicologici da psicoterapia su tik tok o sul lettino, con continua confusione dei termini, non senza darne la giusta descrizione, non ultima quella dell'enorme sacrificio, anche personale, dei medici psichiatri,  spesso costretti a lavorare in grave carenza di personale.
Esistono regole nel giornalismo?  come è  possibile non sapere che l'intervistata avrebbe parlato di psichiatria e in termini rivendicativi personali e non obiettivi, se lavora proprio in questo campo?
Il corriere ha fatto cattiva informazione,  le persone della platea hanno ricevuto informazioni sbagliate, direi terrorizzanti, non credo sia stato un buon servizio alla comunità.

risposta: nessuna

rimane un mistero per me il motivo della persistente tendenza ad invitare Aurora Ramazzotti per parlare di qualsiasi cosa.
viene invitata per parlare di problemi psicologici e loro soluzione e per le molestie sessuali di strada.
un giorno ha scritto un post. è sufficiente per farne un'esperta? viene invitata e viene pregata (e suppongo pagata) di dire la sua.
perchè?
qual è la sua qualifica su questi temi?
qual è la sua formazione su queste questioni?
cosa avrà mai da dire, in pubblico, tanto da essere ripetutamente invitata a parlare?
cosa?
è ovvio, tutti lo sappiamo, non ha nulla.
non ha alcuna formazione, non ha alcuna qualifica, non ha fatto studi, non ha se non la sua privilegiatissima vita. 
ha solo una cosa.
l'immagine, riflettente luccicante, della sua posizione sociale. che non è una posizione sociale particolare, è solo una posizione d'immagine che le viene dall'essere nata dentro un sistema mediatico che l'ha cresciuta  - come moltissime e moltissimi altri che come lei non si sforzano di togliersi da quel destino - preparandola a un mondo fittizio virtuale di immagine che deve vendere ogni giorno. perchè di questo vive, non del saper fare, ma dal vendere l'immagine di sè.
e questo al mondo, ben più misero di lei che cavalca l'onda, basta. 
ne sa qualcosa? no, è solo immagine di qualcosa. e lì dentro possiamo metterci di tutto.
al corriere del tempo delle donne basta e avanza. informazione? ma no, solo vendita delle copie del giornale. cosa c'è dentro? ma dai chi se ne frega, c'è aurora ramazzotti. 
peccato che si facciano molti guai a inseguire l'immagine e non la sostanza.
mi sembrano le conseguenze dirette della tragica esperienza pentastellata che ci accompagna ormai da anni, mi sembra la irrisolvibile conseguenza dell'uno vale uno. chiunque, ma se dotato di immagine social a maggior ragione, può dire di tutto. le competenze scompaiono, le immagini tv e i rotocalchi e la vita in diretta prevalgono.
è il mondo che vogliamo.

all'intervista dell'attivista dei diritti del malato si affida, il corriere della sera affida, la storia dell'attuale crisi della psichiatria italiana.
risultato? una tragedia di informazioni false e sconnesse, sbagliate e non dettagliate.
è stato molto interessante contattare la giornalista che ha "condotto" l'intervista. ho cercato un suo contatto, una mail, ma ho solo trovato instagram. le scrivo e le spiego che la sua iniziativa ha fatto un danno di comunicazione, dice mi dispiace. insisto e lei mi dice cosa vuole da me? comincia a trattarmi come fossi una hater. e qui sta il bello. non le interessa valutare l'errore. mi sono presentata e le ho dettagliato i motivi della mia protesta. ma non le interessa interrogarsi a seguito di quel che le propongo - c'è da dirlo? educatamente-, l'importante è scansarmi e mi mette addosso il vestito dell'odiatrice virtuale. cioè  mi attribuisce l'odio come sistema, per lei di sicuro effetto, di protezione della sua incompetenza. " ma non avevo previsto di parlasse di psichiatria"...delle due l'una o c'è o ci fa...non sai che la mental health advocate parlerà di psichiatria? "ha un problema personale legato al fratello" pure ingenua mi dice che la sua ospite parla da una posizione di rabbia personale. le dico che il suo mestiere ha delle regole e mi ribatte che sono una vigliacca a parlarne su instagram.
ci fosse stato un dibattito mi sarei messa sul tavolo a parlare, ci fosse stata una mail avrei scritto alla redazione della 27a ora e del corriere stesso (ma non dispero di riuscirci). 
la giornalista, chiamiamola così, mi dice a sua difesa cose che la accusano, di rimbalzo, di incompetenza e si difende dalla mie osservazioni dandomi della hater. preventivamente. tu mi odi e non conta che io non sappia fare il mio mestiere. tu mi odi quindi non conta che io non sappia. tu mi odi quindi ho ragione io. 
è questo il mondo che abbiamo costruito.

una montagna di incompetenze che pretendono di dire la verità.

venerdì 17 maggio 2019

schizofrenia ipodopaminergica

un congresso di psichiatria, una desolazione. un flop totale di partecipanti, scarsissimi.
Ata hotel expo, postaccio, finto lusso in un casermone informe.
una segreteria organizzativa di basso livello, una boria a tratti odiosa, al telefono, alle mie proteste sui punti ECM, ho sentito cose irripetibili.
costi esorbitanti di partecipazione, mai sentiti prezzi così, per un numero di punti ecm irrisori, una vergogna, una truffa. infatti gli psichiatri non sono venuti, se non invitati. molti studenti, ma loro entrano gratis.
caffé 2 euro, un'insalata 18 euro, un corso extra "ad alta formazione" 78 euro.
tutto così.
consegno un questionario, del tutto volontario, un contributo alla grande causa della psichiatria italiana, e la hostess lo controlla con sufficienza. come mai? devo verificare che ci sia tutto, risponde acida. altre dopo di lei non saranno così sgarbate, per fortuna.
sala conferenze lurida, sulla moquette ci sono colonie di vermi che camminano, anche loro ubriachi di orrori psichiatrici.
e via dicendo.
la psichiatria si affanna ormai da molto nel darsi uno statuto di scienza esatta, soffre da sempre di una sindrome di inferiorità rispetto alle altre discipline mediche, cerca categorie dove non ci sono, cerca regole che non si applicano, cerca denominazioni ad aspetti imprendibili e indefinibili.
è inutile, psichiatria, la tua scienza è destinata all'approssimazione, siamo di fronte al soggetto, non a un cancro alla sua stadiazione, e il soggetto sarà ogni volta un'esperienza e avrà ogni volta una risposta diversa. psichiatria sarebbe, potrebbe essere, arte, se non fosse che gli psichiatri non sono artisti ma gente approssimativa, sbrigativa, paradossalmente la categoria medica che più dovrebbe saper vedere e leggere ed è invece cieca e ignorante.
giusto Mario Maj, super psichiatra napoletano che gode della mia stima, si interroga e finalmente scopre che esistono schizofrenie ipodopaminergiche, parla di diagnosi sovradimensionale. tradotto: lo psicotico non sempre delira. ma anche se non delira psicotico è. la psicosi ordinaria, direbbe Lacan. che grande scoperta: la dissociazione non passa solo dall'allucinazione uditiva, dalle voci, ma farlo capire, farlo passare, sarà dura.
ad oggi, se dici ad un collega di un pz psicotico - ma senza sintomi produttivi- lo sguardo prima sarà vacuo poi giudicante: ma cosa dici? quello non è uno psicotico. è un border è un isterico. parole cerotto.
ne ho sentite di ogni, ma so che Maj da solo non farà la differenza.
lunedì assisto a un corso sulle dipendenze ridondante di cose dette e ripetute che perdono senso, e  di noia.
unica gioia.
parla il farmacologo. c'è sempre un farmacologo che parla agli psichiatri.
e la luce si diffonde alta e chiara.
finalmente una relazione lucida e composta .
finalmente una logica dimostrativa.
finalmente delle idee, formalmente ben esposte.
giovedì di farmacologi non se ne sono visti, e la giornata è stata un naufragio.

è così mi divido tra la scienza dei farmaci e l'indeterminatezza del soggetto.
e infatti non mi capisce nessuno.

lunedì 30 maggio 2016

la pazza gioia

pazze di gioia?
non direi.
bellissimo film? 
nemmeno.
con me il problema non è indifferente.
se fai un film sulla salute mentale mi devi convincere fino in fondo.
e non ce l'abbiamo fatta.
vada per Bruni Tedeschi e Ramazzotti in stato di grazia.
due belle attrici, molto convincenti.
l'una maniacale l'altra border. e fin qui ci siamo.
però no alla amabile e dedita psichiatra che dichiara "ti voglio bene" e no all'allegria che regna sovrana in comunità come se si trattasse di un'allegra combriccola, una simpatica brigata di buontemponi.
la psichiatria comporta un reale di una certa pesantezza ragazzi, ve lo dico.
la malattia mentale, e il suo trattamento residenziale, non è una pazza gioia, vada per il film ma non passatemelo come un esempio magistrale e ben riuscito di aderenza alla realtà dei fatti.
bella la maniacalità?
una macchina distruttrice. 
simpatica la border che si butta sott'acqua con il figlio?
sembrava la scena, indimenticabile, di Lezioni di piano. ma quella era un'altra storia. in questa storia pare una passeggiata di simbiotico piacere ma personalmente non ci casco.
sono impossibilitata a godere di questo film, quel che ho visto non mi ha convinto, gli OPG hanno chiuso, o quasi, oggi si chiamano Rems, a parte Castiglione delle Stiviere che già aveva uno statuto diverso e ancora resiste, uguale struttura, stesso numero di internati, ma con denominazione diversa, appunto. ma stiamo parlando dell'inferno. stiamo giocando con il fuoco, non alla pazza gioia.
mi dispiace.

venerdì 27 febbraio 2015

resilienza

SOPSI 2015
la psichiatria è alla deriva.
4 giorni di resilienza, vedi resilienza ovvero capacità di far fronte in maniera positiva agli eventi traumatici, di riorganizzare positivamente la propria vita dinanzi alle difficoltà.
bisogna pur inventarsi qualcosa in tempi di crisi, tempi di traumi, siamo relilienti, dovremmo esserlo, su dai cosa ci vuole.
vulnerability, coping, liability.
diathesis stress
differential susceptibility
vantage sensitivity
invenzioni.
per dire, giovedì pomeriggio, in chiusura del congresso:
RESILIENZA NELLA SALUTE MENTALE
Moderatore: A. Rossi (L’Aquila)
Individual Differences in Environmental Sensitivity: Diathesis-Stress, Differential Susceptibility and Vantage Sensitivity
M. Pluess (London - UK)
Modelli di resilienza in psicopatologia
A. Rossi (L’Aquila) 
Il ruolo della resilienza nella prevenzione del suicidio
M. Pompili (Roma)
così, per farsi un'idea delle idee, del linguaggio, della simpatica novità.
ho sentito, in generale, cose noiosissime, di più, cose improbabili, invenzioni, banalità.
la psichiatria sa essere così banale, così scontata, senza pensiero.
oppure parla Maggini di psicopatologia e non capisco niente, un linguaggio complicato e involuto, pieno di chiaroscuri, di citazioni, di sapere psichiatrico ottocentensco. dice che ci ha pensato al mare quest'estate, sotto l'ombrellone, a quel che mi sta incomprensibilmente dicendo ora, febbraio 26 2015. sono io il problema o è lui? certamente lui che dice questa cosa alla platea, che lancia questa bomba al narcisismo, certamente lui.
sono andata anche alle sessioni più psicodinamiche, mi sono detta: troverò qualcosa per me...e invece è andata anche peggio, dei personaggi psico-non-so, penso analisti, da mettersi le mani nei capelli. 
PSICOPATOLOGIA IN TEMPO DI CRISI: STRESS, VULNERABILITÀ E RESILIENZA Moderatori: A. Buonanno (Roma), M. Di Giannantonio (Chieti)
Tempo, trauma, psicosi 
M. Breccia (Pisa)
Esplorare il tempo: il continuum vulnerabilità-resilienza tra psicopatologia, psicoanalisi e terapia 
M. Alessandrini (Chieti)
incomprensibili, discorsi senza costruzione logica, boriosi, quasi confabulanti, anche qui una noia pazzesca.
di tutti mi sono chiesta:come siete davanti al paziente? come parlate con i vostri pazienti?
Fagiolini, che sai tutto di farmacologia e parli come un automa, sicuro di sè fino alla robotizzazione, mi ricordi il biondo Rutger Hauer - Roy di Blade Runner, come sei davanti a un paziente? come gli parli?
qualcosa ho azzeccato ma parliamo di qualcosa in 4 giorni di congresso.
capisco che quel che mi è piaciuto veramente, dove mi sono ritrovata, dove il linguaggio mi ha colto preparata, è l'ambito farmacologico, anche ancorato alla medicina, di genere e non. forse, in fondo, quel che ho scelto 25 anni, fa era la mia vocazione.
eppure ora mi oriento così diversamente, ma forse non mi oriento affatto. sono in affanno, non capisco più chi sono, farmacologa, psichiatra, psicoterapeuta. niente di nessuna delle cose, un pasticcio colossale. non ho sposato -mai- completamente un'identità, non ne possiedo nessuna.
resilienza non è da me. non mi deformo elasticamente, tendenzialmente mi perdo.

giovedì 15 novembre 2012

i delitti della nostalgia

è recentissima la scoperta di quanto mi piaccia Jaspers.
in fondo sono di un'ignoranza senza fine. più vado dentro, meno so, e più mi sembra di non andare avanti.
ero a un convegno sabato mattina -come faccio a spiegare la fatica che ho fatto a tirarmi su  o giù dal letto? quale linguaggio mi farebbe da supporto nel rendere l'idea?- e lì ho capito in modo inequivocabile che la definizione del mio analista che mi dice affetta da angoscia di posizione, è veramente azzeccata. nel pomeriggio di venerdì ero a un convegno puramente psichiatrico, farmaco cinetica long-acting psicosi efficacia effetti collaterali, e ho pensato di morire dalla noia ripetendomi di continuo: cosa ci faccio qui? la mattina dopo mi trovavo invece nel solito buon consesso psicoanalitico lacaniano e non mi annoiavo per niente, cercavo disperatamente di cogliere IL SENSO di tutto, ovvero  il senso di me?, ma alla fine mi facevo la stessa domanda: cosa ci faccio qui?
non sono una cosa né l'altra. non sono. non so mai dove stare, cosa fare, che nome darmi.
mi sono messa nei casini decenni fa. ho studiato farmacologia clinica per poi fare la psichiatra e ora studiare da psicoterapeuta. un viaggio psichedelico, non una cosa sana e normale. nella maggior parte dei casi mi sembra solo di essere una persona di buon senso, obiettivo per il cui conseguimento non serve studiare proprio niente e nemmeno sbattersi giù da un letto alle sette di sabato mattina dopo un massacro lavorativo di 5 giorni 5.
per cercare di tirarmi su leggo e ascolto di tutto, anche un tipo veramente in gamba, certo Federico Leoni, che mi ha parlato di Jaspers con quella meravigliosa capacità  che possiedono in pochissimi di cogliere l'interesse dell'altro, di farlo germogliare con l'acqua fertile della passione e della padronanza dialettica. Jaspers è stato uno psichiatra e filosofo tedesco della prima metà del novecento (è morto a Basilea nel 1969), contemporaneo (ma certamente più giovane) e non proprio in rapporti di reciproca simpatia con Freud.
il fascino per me sta proprio in questo, in una figura antitetica a quella freudiana, spinta da una ricerca che nega la psicoanalisi, ma sostenuta da un pensiero originale, etico, profondo.
in fondo Jaspers e Freud, pur perseguendo due pensieri diversi, due ideologie, due concezioni del mondo psichico differenti, hanno tracciato la via dell'innovazione contro la psichiatria riduzionista conservatrice impersonale e inumana di quei tempi. per entrambi, che si tratti di psicologia o di psichiatria, di  rapporto con il sociale o posto nel mondo, il centro, il nodo è il soggetto. potrebbe sembrare scontato ma a quei tempi non lo era affatto. fu Jaspers a interessarsi della biografia del paziente, a ricostruirne la storia, i movimenti, gli incontri nel tentativo, sempre, di ricomporre un senso, il senso di una vita e della sua evoluzione nella follia. la follia, il malessere psichico, non è una devianza disumana, non è una perdita di dignità, uno spostamento nell'asse dell'esistenza, un malfunzionamento di una macchina, ma ha sempre qualcosa da dire. Il sintomo è un simbolo e comprenderlo significa rintracciare invece i nessi interni che conducono da un significato all’altro, riannodare la trama di quella storia. la parola d'ordine di Jaspers e della sua psichiatria fenomenologica era vita. o forse, meglio ancora, esistenza.
nella ricerca fenomenologica di Jaspers l'esistenza al mondo di quel soggetto permetteva di capire, con uno sforzo di comprensione totale, in nucleo, il nodo, il movimento che avrebbe portato a interpretare il gesto l'atto il pensiero folle di quell'uomo o di quella donna. è una ricerca interessante che esclude l'inconscio, quel mondo che parla a nostra insaputa, che agisce senza che noi lo sappiamo. è una visione dell'uomo nel mondo, una visione in cui grazie all'osservazione del modo di vivere il tempo, lo spazio, il corpo di quel soggetto se ne può comprendere il movimento psichico, lo sviluppo dell'esperienza. Jaspers diceva, con grandissima saggezza, che si può sapere tutto della schizofrenia ma non aver capito nulla di questo schizofrenico. essere clinico non significa amministrare un sapere acquisito, significa ogni volta capire da capo, ogni volta ricostruire i sintomi, ogni volta ricomporre e intuire per quel paziente il filo conduttore di un'esistenza. lo psichiatra si trova quindi sempre più a confrontarsi con l’individuo nella sua totalità e nella sua irripetibile singolarità: a partire da una descrizione clinica del contenuto psichiatrico si muove verso una più attenta analisi che ha per oggetto lo studio sistematico delle esperienze vissute dall’individuo all’interno della propria persona. lo psichiatra rivolge il proprio interesse su che cosa gli uomini provano, vivono e soprattutto come lo vivono, cioè i ‘modi’ con i quali il dato di coscienza si manifesta, si articola e si sussegue ad altri, volgendo lo sguardo al di là del semplice aspetto descrittivo e nosografico, anche se comunque privo di ogni aspetto interpretativo. la psicopatologia di Jaspers si pone come il contrario di un sapere interpretativo e non riconduce la conoscenza dell’esperienza psichica a una forza altra e inversa, che soggiace a qualche potere interno e inconscio della persona.
la posta in gioco in quegli anni era molto alta, si trattava di poter ammettere che l'inconoscibile alla fine residua in tutti noi, come volevano Freud e poi Lacan e molti altri dopo di loro, e come forse lo stesso Jaspers alla fine dei suoi studi ammise egli stesso, o se tutto fosse spiegabile, comprensibile, interpretabile. tutto è spiegabile con un linguaggio comune, che annulla differenze e stigma, o c'è qualcosa in noi di non interpretabile nel linguaggio comune, che resiste alla tentazione capitalistica del voler comprendere tutto?

sono state pubblicate in queste settimane le notizie di queste due donne che lavoravano, negli Stati Uniti, come baby sitter e che hanno ucciso i bambini a loro affidati. quando Jaspers cominciò la sua carriera nella clinica di Heidelberg, si imbattè in casi del tutto sovrapponibili che egli definì i "delitti della nostalgia." si trattava di donne che provenivano da contesti sociali molto diversi rispetto alla famiglie borghesi e benestanti per le quali lavoravano in città, provenivano dalla campagna dove spesso avevano abbandonato un figlio per trovare un lavoro che permettesse loro di sostentarsi. si trattava di donne che allevavano figli di altre famiglie lontani dai propri, che vivevano con conflitto lacerante la separazione dai propri figli dopo averli messi al mondo, costrette all'allontanamento per poterli nutrire. ma non del loro amor nè della loro presenza. non so se i delitti recenti siano riconducibili a queste vicende, non ne conosco la biografia, ma credo che Jaspers le avrebbe studiate, comprese, in termini fenomenologici e forse le avrebbe definite allo stesso modo.

«il campo della psicopatologia si estende a tutto lo psichico che possa essere colto in concetti di valore immutabile e comunicabile. L’oggetto della psicopatologia è l’accadere psichico reale e cosciente» (Psicopatologia generale, 1913). 

giovedì 27 settembre 2012

precaria

mi spostano.
il primario mi ha detto, qui non servi più, vai là.
dal SPDC al CPS. 

Hospital by joanchris, Deviant art

e io vado, come un soldato, obbedisco.
sbaracco tutto, dopo un anno e mezzo qui a crearmi la mia casetta, quadri, disegni dei pazienti, libri carte e fermacarte, poesie attaccate alle pareti e le mie piante. così, un giorno dopo l'altro, come una zingara nomade e precaria, porto via i miei pezzi.
mi faccio tristezza da sola, forse agli altri faccio pure pena.
lascio due colleghi amabili e capaci, e due colleghe iene che non auguro a nessuno, nè uomini nè pazienti.
e poi si dice che le donne sono migliori degli uomini.
che banalità sconcertanti che si dicono e leggono. le persone sono diverse, che siano uomini che siano donne, non è che un genere sia migliore dell'altro, in toto.
adesso sono piena di oggetti provenienti da un posto, un luogo di senso, che in qualche modo era mio, oggetti che non so più dove mettere.
nella mia nuova destinazione non ho una scrivania, un posto che segni i miei confini e il mio stile, passerò da uno studio all'altro, senza identità.
squallido, non mi piace, mi fa pure paura.
sono ancora più lontana da Milano, sempre più fuori, la mia già scadente qualità di vita andrà incontro a un'ulteriore squalificazione. ma qualcosa si perderà per forza, per questioni logistiche e matematiche di un tempo quotidiano inestendibile, dovrò necessariamente lavorare di meno per stare più tempo in macchina. incredibile vero?
è vero, il primario me lo ha ricordato, sono io che un anno fa avevo chiesto, espressamente, di andare al CPS. ma lui non sa che le mie paure mi inducono a fare scelte protettive, o meglio a fare non scelte, più esattamente. 
è vero, ma ora dal reparto non vorrei andarmene, a parte certe situazioni climatiche ambientali a tratti insostenibili e nauseabonde causa isterie o aggressività delle sopracitate colleghe, non vorrei perchè qui ho imparato moltissimo, su me, in primis, sui pazienti, in secundis. e sulla psichiatria in generale.
ora farò, a contatto con un'utenza molto problematica, povera, appartenente a zone urbane scadute scadenti decadenti, zone dormitorio, il mio lavoro ambulatoriale di sempre, ma con implicazioni burocratiche limitanti, risorse esigue, tempi stretti, e senza la mia scrivania.
sono stata decorosa e composta nel salutare, e nessuno mi è sembrato commosso nel salutare me.
roba adulta, meno male, o forse no.
sarà che dormo poco da giorni, che ho due herpes labiali, che mi trascino pesante nel pantano dello stress, o sarà solo che come sempre il cambiamento mi fa paura, sarà ma sono ancora senza un posto, una stanza tutta per me, sono in uno studio con un nome che non è il mio. e senza un cassetto.

"una donna deve avere soldi e una stanza tutta per sé per poter scrivere".
Viginia Woolf

venerdì 11 novembre 2011

quando non rimane che l'esercizio del potere

non voglio, non posso entrare nei dettagli, nessuno capirebbe, solo chi lavora in un reparto, in un reparto di psichiatria. ma forse nemmeno. infatti oggi mi sono sentita sola.
mi è sembrato di capire lucidamente e quello che ho capito non so se fosse condivisibile.
siccome lucida lo sono raramente, sono emozionata tutta la mia vita, un inferno che mi rende per lo più stupida, se sono lucida per un momento ho il diritto di non parlare e di sentirmi sola come un cane.
la paziente stava male, da giorni settimane mesi. indubbiamente. un chiarore acido che tesse i bruciori d’inferno degli atomi e il conato torbido d’alghe e vermi.
ma la paziente non delirava era presente e lucida, parlava chiaramente, chiedeva chiaramente, vedeva ancora più chiaramente tutte le lacune e le mancanze, le inadempienze e gli errori clamorosi, l'inutilità e le incongruenze.
un ricovero nato sull'inganno, che rompe un'alleanza terapeutica, già fragilissima, tra il medico e il suo paziente e che fa esplodere una rabbia incontenibile: sono stata tradita e questo sistema fa schifo, il reparto fa schifo, voi fate schifo, gli psichiatri sono una merda.
vede subito la mia collega paranoica quanto o più di lei, vede le sue intransigenze e la sua durezza. vede la sua non-cura, la noncuranza e il suo solo bisogno di affermare il suo potere, la squalifica subito: lei, dottoressa, è superba, cattiva, arrogante e non sa parlare con i pazienti. e con lei, quindi, non voglio più parlare. lei non capisce niente.
vede che i medici dell'ospedale non parlano con i medici del territorio: voi non sapete comunicare tra di voi, non sapete nemmeno di cosa stiamo parlando.
la paziente, seppure con le sue modalità impulsive e distruttive che descrivono il suo malessere, ci ha messo tutti in scacco: siamo nudi, impotenti. in sostanza abbiamo sbagliato, questo ricovero è inutile, si deve ricominciare da capo, umilmente, in un posto che non sia qui. oppure qui, se ne siamo capaci, cambiando strategia, atteggiamento, modalità, approccio.
quale medico sa ammettere la propria inadempienza, umilmente? ho sbagliato e la paziente ha solo ragione.
forse un medico non lo sa fare, non è chiamato a farlo, ma uno psichiatra si. psiche è la nostra cultura.
oggi ho assistito a una débâcle, la psichiatria, o forse la medicina in genere, non sa ammettere il proprio errore e quando è in un angolo sa solo esercitare il suo potere. il camice del medico contro la paura del paziente, imporlo e fare scempio di sè.
forse sono lucida, forse sono emozionata come sempre.

domenica 29 maggio 2011

il paradiso dei bambini dimenticati

 
così lo definisce un giornalista del Corriere della Sera, in un articolo di sabato scorso, il luogo di raccolta delle creature che, al posto di andare al nido quella mattina, rimangono in auto e finiscono così la loro esistenza.
sarà che sono stanca e provata dall'intensità lavorativa della mia nuova vita, darà che sono oppressa da molti pensieri, sarà che sono soffocata dalle incombenze, sarà che sono irritabile e mi altero facilmente, ma le opinioni a  latere di Giovanni Battista Cassano sulla questione delle dimenticanze mi hanno lasciata stremata e con l'idea che non ci sia speranza. 
l'illustre psichiatra, qualcuno dice il più grande in italia, afferma che dimenticare il proprio figlio in macchina può capitare a chiunque. "il nostro cervello attraversa fasi di amnesie che possono coinvolgere persone e oggetti importantissimi. il portafoglio, i gioielli, lo stipendio, anche un figlio che dorme sul seggiolino". "la nostra memoria ha limiti enormi e funziona a fasi alterne. per alcuni periodi siamo perfettamente consapevoli di ogni azione compiuta, in altri cancelliamo i ricordi, qualsiasi peso essi abbiano". e ancora: "il cervello ha migliaia di funzioni che in certi momenti possono essere sottotono o bloccarsi completamente. è un organo conformato in questo modo proprio per adattarsi elle esigenze dell'uomo". aggiunge che è più facile dimenticare ciò che non rientra nella routine - e quindi se non siamo abituati a portare il figlio al nido è più facile che il black out si verifichi-se poi faccio uso di psicofarmaci o alcool o droghe o se sono stressato e depresso sono più predisposto a lacune transitorie.
ecco qua, il più celebre e celebrato psichiatra italiano ha dato la sua assoluzione: capita, il cervello è una macchina imperfetta, a chiunque può succedere.
sembra straordinario a me, che sono l'ultima degli psichiatri italiani, la più ignorante e insicura, la meno eccellente e più miserevole - e deve proprio essere per questo che sto per scrivere quello che scriverò- che il più quotato professore in tema di psichiatria possa avere una posizione così antistorica. 
per cassano l'inconscio non esiste. tutto si spiega sulla base del suo psichismo e scientismo che si è fermato all'età della pietra, sicuramente prima della nascita di Freud, per cui un padre, o una madre, che si dimentica il proprio figlio in macchina rientra in una normale casistica di interruzione neuronale di fissazione glutammatergica della memoria, con un portafoglio alla pari di un figlio. 
alla faccia dico io. alla faccia di tanti anni di lavoro studio indagine conoscenza e rappresentazione onirica che ci hanno dimostrato che sotto quell'io cosciente che agisce c'è un meccanismo che governa tutto di noi, dalla nascita alla morte, che si chiama inconscio.
si potrebbe dire piuttosto che di dimenticarsi del proprio figlio succede, e molto più di quanto noi si possa leggere sui giornali attanagliati e morbosamente attratti dall'idea della morte per edema polmonare di un bambino di 12 mesi, succede a molti genitori che poi però non finiscono sui giornali perchè l'estate dura solo pochi mesi all'anno. succederà d'inverno con conseguenze molto meno definitive, succederà alle fermate degli autobus, all'uscita da scuola, alla feste degli amici, nei negozi di frutta e verdura. succede e non accade la tragedia ma semplicemente succede.
succede di dimenticare il proprio figlio. succede anche in forme molto meno conformate e strutturate come una vera dimenticanza, succede di avere accanto figli che si dimenticano tutta la vita e dico tutta la vita. non muoiono in coma a 30 gradi, ma muoiono dentro di qualcosa d'altro per tutta la dolorosa durata della loro misera esistenza.
quello che accade, e che non succede a tutti, ma succede anche molto spesso, non è legato a un circuito neuronale deficitario con una spiegazione degna di uno scolaretto delle elementari, ma alla storia, al legame, alla relazione tra quel padre, o quella madre, e quel bambino. in modo specifico e indelebile. a quel genitore con quel figlio, e con quel coniuge che gli sta accanto tutti i giorni, oppure non gli sta accanto più, in relazione ai suoi stessi genitori e alle pulsioni desideri frustrazioni dolori che condizionano la sua vita ogni giorno. 
quel bambino dimenticato è legato non alla storia di tutti e di chiunque, ma in modo singolare e univoco al proprio genitore che lo dimentica in un atto che ha a che vedere con qualcosa che non si spiega come la luce che salta checcazzo proprio adesso che c'era la scena più bella del film ma con qualcosa di inconsapevole e potentissimo che condiziona ogni nostro gesto e ogni nostra scelta, tutti i santissimi giorni della nostra vita. quel bambino è stato dimenticato da quel genitore perchè in quel momento, che è apparentemente un istante ma è invece eterno nel mondo senza tempo della psiche, nella vita di quel genitore, per motivi che sono inscritti indelebilmente dentro di lui e solo lui può conoscere, non c'era posto, un posto, per quel bambino, quel figlio.
ma devo essere una cogliona io a pensarla così, una povera ignorante psichiatra del cazzo mal pagata e senza prospettive se il più grande psichiatra italiano si è dimenticato -oibò pure lui- di questo piccolo particolare nella sua autorevole intervista sul corriere della sera di milano. che sia uno scherzo del suo inconscio??
che dio mi perdoni.

domenica 3 aprile 2011

taccuino di una vecchia psichiatra

il fiore nel deserto (http://nuovateoria.blogspot.com/2011/02/sto-morendo-sulla-grandiosita-di-un.html) mi ha raccontato della fine di una relazione.
una persona che non le piaceva poi molto, aspettava solo l'occasione per troncare. l'occasione è arrivata ma l'interruzione l'ha affondata con malcelata cattiveria e anche un po' di goduta ridicolizzazione dello sventurato.
un po' di egoismo, mi dice lei.
un po' di sfrontatezza dettata dalla vicinanza della morte, penso io.
a fronte dell'ennesino episodio di scontro con i suoi medici curanti mi spiega, e sono d'accordo con lei, che un medico non deve voler bene. e questa è una perla di di saggezza dettata dalla mente di qualcuno che i medici ormai li conosce molto bene.
a quanti pazienti si dovrebbe spiegare che un medico deve essere comprensivo, non coinvolto, attento, ma non affettuoso. è una regola fondamentale per fare ed esigere un buon lavoro da un medico. la sua oncologa, dice, l'ascolta ma la capisce solo fino a un certo punto, perchè...le vuole bene. avverte il suo coinvolgimento emotivo e ne è molto disturbata, moltissimo: "non è lucida, non sa scegliere il meglio per me, sceglie in base al cuore e all'emozione, è non è questo ciò di cui ho bisogno."
lunedì è morta una mia paziente. bipolare, l'ho vista per almeno nove anni almeno ogni tre mesi. anche nel suo caso una recidiva di tumore alla mammella le è stato fatale. l'ultima volta che l'ho vista ho capito che era l'ultima, non perchè sono intelligente, solo perchè la morte le albergava dentro, nel respiro, nello sguardo, nei gesti, nella disperazione lucida, anche se a parole parlava del suo canone d'affitto a partire dal 2012. le parole dicono una cosa, l'alone e lo spirito affermano il contrario, senza speranza, senza inganno.
mi hanno telefonato: L. le voleva bene, volevamo avvisarla.
e ho pensato...anche io. le volevo bene.
e allora? allora non l'ho mai pensato fino a quel momento, me lo sono concesso solo nel momento della sua morte. il mio bene non si è tradotto in un accudimento amorevole fraterno, piuttosto, credo, in un atteggiamento terapeutico. prendeva gli stabilizzatori dell'umore ma, francamente lo penso, il suo stabilizzatore ero io. almeno spero di avere agito così, ad ogni modo ci ho pensato, ho collegato la considerazione di una con la dichiarazione dell'altra.
ora mi chiedo se nel mio voler bene alle persone che amo c'e', viceversa, un che di terapeutico. se nel mio voler bene c'è una tendenza alla cura, alla presa in carico che alla fine fa male ai rapporti.
i pazienti ci disvelano i loro fantasmi e noi portiamo loro i nostri.

charles bukowski:
"...sono un freak. il corpo umano non lo reggo, ho bisogno di farmi ingannare. gli psichiatri hanno un termine specifico per questo, e io ho un termine specifico per gli psichiatri." 
( taccuino di un vecchio sporcaccione)
sembra a volte ubriaco, bukowski, ma non è così. è costantemente fuori di testa quindi, di psichiatri, ci capisce.

giovedì 25 novembre 2010

calcolare o decodificare?

 

convegno... ancora? ancora.
studiare e aggiornarsi per mantenere intatta la consapevolezza della propria assoluta imperfezione e incompiutezza. la formazione serve a questo, a sapere che non saprai mai abbastanza.
interviene il solito psichiatra pisano, scuola cassano, e mi dico...che pazienza!
la sua psichiatria è algebrica, matematica. un'equazione perfetta. si augura, il pisano, di arrivare un giorno, grazie allo studio della genetica, a poter prevedere, senza colpo ferire, il farmaco giusto, alla dose giusta, per ogni singolo paziente. niente errori, lui pensa, nessuna perdita di tempo, lui pensa, nessuna dispersione, così crede. la psichiatria agisce come una freccia sul bersaglio, la psichiatria svolge il compito dovere di curare la malattia mentale facendo tornare i conti in modo esatto. la psichiatria è, o se ancora non è, sarà, scienza.
a me viene un capogiro, penso...intervengo...ma no, sei matta (...), cosa vuoi dire?
io spero, collega pisano, che quel giorno non arrivi mai. o forse, potrei dire contraddicendo ciò in cui credo, di avere la certezza che non arriverà.
l'argomento del convegno erano i famigerati pazienti bipolari. certo è vero, se ti trovi al pronto soccorso con un giovane bipolare, lasciato una settimana prima dalla fidanzata, strafatto di cocaina -come spesso i giovani pazienti bipolari- che picchia ripetutamente la testa contro il muro procurandosi emorragie inarrestabili e con il chirurgo che nemmeno ti saluta e dice: SEDALO, non c'è molto spazio per il pensiero analitico. c'è spazio solo per una fiala intramuscolo di talofen. la psichiatria è anche questo, è emergenza, è agitazione psicomotoria incontrollabile, è devianza che non sente parola.
ma.
c'è poi un tempo in cui la necessità incontrovertibile dell'intervento medico chirurgico lascia spazio al dubbio, alla domanda, all'indagine, alla decodificazione di un linguaggio.
oltre al calcolo scientifico del gene che detta la catena proteica del trasportatore della serotonina, la psichiatria deve, ha il dovere morale, di muoversi nell'incertezza. ogni paziente è una storia e una relazione. ogni paziente è diverso dall'altro, possiede legami che lo hanno costruito, esprime un'emotività con sigle e codici del tutto personali, definisce un enigma che richiede un paziente lavoro di ricomposizione dei pezzi e della loro reciproca posizione. la mente è inconoscibile e contenuta in una scatola che non ha trasparenze. poterci entrare dentro è un percorso al buio, pensare di illuminarlo con il calcolo matematico non solo è inutile ma anche fuorviante e presuntuoso.
e infatti, come suggerisce l'altro polo della psichiatria presente allo stesso convegno, ovvero lo psichiatra psicodinamico della ben più umile milano, i pazienti bipolari hanno una modalità di legame con il proprio terapeuta assolutamente unica nel contesto delle tipologie dei pazienti. sono affettivi e quindi sintonici, chiedono aiuto e poi lo sfuggono, chiedono stabilità ma non sanno rinunciare alla disponibiltà infinita di energie della mania, sono creativi e immaginifici in modo sorprendente.
e sarà su questo, per me, e non sul calcolo infinitesimale della risposta farmacologica esatta, sarà sul rapporto, sarà sul tranfert, sarà sulla ricerca e l'errore e la sfida, sarà sulle risorse e sui cedimenti, sarà sul mistero che si potrà costruire la possibilità di una domanda di cura per quel paziente, a partire da quel pronto soccorso.
sarà questo che ho pensato e imparato a questo convegno?...anche.