haevnen, un nome che ricorda il paradiso.
in un mondo migliore i paesaggi si confondono. nel film dal kenia si passa alla danimarca e a volte il cielo fa da tramite da una zona all'altra del mondo, da tramite e continuità, il dolore si vive nelle tendopoli africane dei medici senza frontiere e nel riflesso dello specchio gelato e cristallino dei laghi danesi.
non sono sicura che in un mondo migliore certe sofferenze, quelle adolescenziali e delle morti violente, saranno debellate, forse in un mondo migliore sarà possibile insegnare ai nostri figli l'importanza della resistenza non violenta alla violenza senza avere la sensazione aberrante che stiamo comunicando la sconfitta.
nel film, questo film, un bel film, di Susanne Bier, c'è molto della violenza che scuote la mente di un adolescente che ha perso tutto, l'amore di sua madre, e non sa non riesce non può dare un senso a questa perdita così traumatica. il padre del suo amico gli spiega, con parole sante, che tra noi e la morte c'è un velo. e questo velo è necessario per sopportare la portata di non senso che la morte reca con sè. a volte, quando il trauma della perdita ci colpisce dritto in faccia, con forza inaudita, quel velo si solleva e non siamo in grado di tollerare il peso della mancanza di logica. poi, con il tempo, il velo si ricrea e noi torniamo a fare i conti con la vita, e la sua morte, in modo mediato, non diretto, in modo tollerabile. in modo compatibile con la vita.
credo che il film colga un punto nodale, colga il trauma della morte nell'adolescenza, un contatto forte e vicinissimo che a volte sfiora la voragine. sono nel buco nero il bullo che minaccia mimando la violenza adulta, la vittima del bullismo che subisce ma sa come comportarsi nel momento in cui la morte si fa molto vicina, e il giovane orfano incapace di fidarsi di un mondo adulto che finge di non vedere la morte anche quando è innegabile.
il film è schietto e meriterebbe la tragedia come finale, la meriterebbe perchè verosimile e veritiera, sfiorare l'abisso e non avere nessuno che ci strattoni prima del salto è esperienza plausibile in molti contesti.
l'adolescenza è il luogo dell'esigenza di separazione per eccellenza in cui l'aspetto cruciale è l'orientamento sull'asse del desiderio, in bilico tra eros e morte. spesso in adolescenza si riscontra il trauma, il trauma del non-senso, il trauma della morte. uno sbandamento innominabile, un cedimento senza nome e senza collocazione. il velo, necessario a creare il mistero e l'enigma, deve poter svolgere la sua funzione di mediazione, il velo mostra e cela, senza velo gli occhi si bruciano. e gli occhi di questi adolescenti sembrano ustionati, almeno fino al momento in cui di nuovo, un adulto, consentirà di celare l'inguardabile.
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martedì 19 aprile 2011
Haevnen, in un mondo migliore
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