bianco e nero

come una foto. in bianco e nero. nessuna concessione al colore, alla spettacolarita', ai nuovi barbari. bianco e nero colori vividi dell'essenziale, solo l'autenticita' della forma. della sostanza. l'occhio vede e non si inganna.
"questo e' il mio segreto.
veramente semplice.
si vede bene solo con il cuore.
L'essenziale e' invisibile agli occhi."
Il piccolo principe. A.d.S-E.

martedì 20 agosto 2019

Giorno 1- London Banksy

 Underground - mitica
 Shorewitch - quartiere street food e street writer.
 Tate Gallery, spazi immensi, esposizione un po' anarchica.

 Banksy in London
 The Sherd, London sky (quanti aerei).

 Tate Gallery inside

the Tide, vento che taglia la gola sul Tamigi inquieto, ma la high lane è un'alta faccenda.. 

domenica 18 agosto 2019

5 Torri - Museo della Grande Guerra



Durante la Prima Guerra Mondiale l'area Cinque Torri fu occupata dall'esercito italiano che vi installò la sede del comando dell’artiglieria. L’ottima visuale sulle catene montuose circostanti permettevano infatti di controllare al meglio i movimenti dell’esercito nemico. A protezione dell’area dall’esercito austro-ungarico che si trovava proprio di fronte, nell’area Lagazuoi – Forte Tre Sassi, furono collocati diversi cannoni. 
Ad occidente della conca di Cortina d'Ampezzo, al cospetto dei colossi di dolomia delle Tofane e del Lagazuoi, si trovano cinque pilastri di roccia dalle linee geometriche quasi perfette, che s'innalzano maestosi da un'altopiano che sembra un palcoscenico di eleganza e potenza. Sono le Cinque Torri, la montagna simbolo della "Perla delle Dolomiti" e straordinaria palestra di roccia per gli appassionati di arrampicata. Durante la Prima Guerra Mondiale 1915-18, la zona era inserita nella seconda linea italiana. Fra i massi ciclopici delle rovine dolomitiche che formarono le Cinque Torri milioni di anni fa, gli alpini italiani scavarono caverne e gallerie per installare il Comando di artiglieria da montagna del settore ed una serie di batterie di cannoni. Le bocche da fuoco puntavano verso la prima linea austriaca, che correva dal Passo Valparola alla Cima del Lagazuoi. Oggi, grazie ad un'opera di archeologia bellica e di restauro, tutta la zona delle Cinque Torri interessata dalla Grande Guerra è diventato un Museo all'aperto, tra i più vasti delle Dolomiti. I sentieri conducono ai camminamenti scavati nella roccia, alle trincee ricostruite fedelmente, agli osservatori ed alla caverna del Comando d'artiglieria, alle baracche ricostruite dell'infermeria e del telegrafo e soprattutto ad una postazione di artiglieria con un cannone da 75 mm, il tutto con allestimenti museali di armi e raffigurazione degli alpini. La visita del re d'Italia Vittorio Emanuele III a questa postazione d'artiglieria, rileva l'importanza del sito durante la Grande Guerra. Al fascino dell'escursione storica bisogna sommare la bellezza del paesaggio e gli scorci panoramici su alcune delle più belle vette delle Dolomiti.

letto questo, io dico: ANDATECI.
è storia, è coscienza, è conoscenza.

arlecchino dal dentista

Guido Pajetta
al solito palazzo Reale mi regala, nel pieno dell'estate, piacevolissime scoperte artistiche.
cominciamo da qui.
Miti e Figure tra forma e colore - palazzo Reale, fino al 5 settembre
Nella sua lunga carriera Pajetta ha attraversato quasi interamente il 900, incontrandone gli stili e i personaggi più importanti ma, nonostante i numerosi sodalizi artistici e le innegabili influenze, rimane una figura anomala all’interno di questo contesto. Non gli interessa infatti legarsi e identificarsi con uno stile, tanto che si allontana da qualunque movimento artistico riconosciuto per non essere limitato nel proprio fare arte. È piuttosto un artista che dipinge spinto dal proprio inconscio, dalle proprie inquietudini, dal proprio istinto e dai propri demoni. Il gesto pittorico di Pajetta, a volte leggero e veloce, altre volte graffiante e marcato, muta in continuazione. Ma se nel corso della sua carriera l’artista cambia la forma della sua pittura e si mantiene sempre in bilico tra figurativo e astratto, non è così per i contenuti, tutti riconducibili alla ricerca di sé e di sé nella storia. Pajetta ha saputo adoperare tanti linguaggi in funzione di quello che era il suo obiettivo di analisi interiore.



non sapevo nulla, e sono andata a un appuntamento al buio.
le prime sale mi sono sembrate già viste, con agganci a vari autori, Carrà e Picasso.

poi il discorso si è fatto interessante e alla fine mi ha stregato.
convinto.
appagato.
divertito, anche rapito.
dagli autoritratti alle maschere, per finire con le figure femminili, Pajetta mi è sembrato un autore libero, vivo, figurativo e astratto.
il suo sguardo mi è piaciuto.

nero latte dell'alba

Fuga di morte 
di Paul Celan

Nero latte dell'alba
lo beviamo la sera
lo beviamo a mezzogiorno e al mattino lo beviamo di notte
beviamo e beviamo
scaviamo una tomba nell'aria là non si giace stretti
Nella casa abita un uomo che gioca con i serpenti che scrive
che scrive all'imbrunire in Germania i tuoi capelli d'oro Margarete
lo scrive ed esce dinanzi a casa e brillano le stelle e fischia ai suoi mastini
fischia ai suoi ebrei fa scavare una tomba nella terra
ci comanda ora suonate alla danza

Nero latte dell'alba ti beviamo la notte
ti beviamo al mattino e a mezzogiorno ti beviamo la sera
beviamo e beviamo
Nella casa abita un uomo che gioca con i serpenti che scrive
che scrive all'imbrunire in Germania i tuoi capelli d'oro Margarete
I tuoi capelli di cenere Sulamith scaviamo una tomba nell'aria là non si giace stretti

Lui grida vangate più a fondo il terreno e voi e voi cantate e suonate
impugna il ferro alla cintura lo brandisce i suoi occhi sono azzurri
spingete più a fondo le vanghe voi e voi continuate a suonare alla danza

Nero latte dell'alba ti beviamo la notte
ti beviamo a mezzogiorno e al mattino ti beviamo la sera
beviamo e beviamo
nella casa abita un uomo i tuoi capelli d'oro Margarete
i tuoi capelli di cenere Sulamith lui gioca con i serpenti
Lui grida suonate più dolce la morte la morte è un maestro tedesco
lui grida suonate più cupo i violini e salirete come fumo nell'aria
e avrete una tomba nelle nubi là non si giace stretti

Nero latte dell'alba ti beviamo la notte
ti beviamo a mezzogiorno la morte è un maestro tedesco
ti beviamo la sera e la mattina e beviamo e beviamo
la morte è un maestro tedesco il suo occhio è azzurro
ti colpisce con palla di piombo ti colpisce preciso
nella casa abita un uomo i tuoi capelli d'oro Margarete
aizza i suoi mastini contro di noi ci regala una tomba nell'aria gioca con i serpenti e sogna la morte è un maestro tedesco

i tuoi capelli d'oro Margarete
i tuoi capelli di cenere Sulamith


Margarete e Sulamith, due nomi, e sta qui la differenza.
d'oro e di cenere, ed è scritto lì il destino.
parole più precise non ci sono, al solito la poesia crea un buco nero di conoscenza e di sconquasso.
nero latte dell'alba ti beviamo la notte, nero e latte, alba e notte, tutto l'arco delle cose e del tempo, della vita e della morte, sono scritte lì.
il lager è scritto lì.
una fuga, avanza come una fuga di Bach, e vi risuonano musica e aria, elementi di arte e vita, il tempo di una vita che finisce nera nel fumo dell'aria.
dopo aver letto I sommersi e i salvati, un libro scuotente come lo è il suo autore, Primo Levi, chiuso nel mistero del suo trauma, inguaribile inconsolabile incurabile ineliminabile come una traccia nella carne, Celan, con la sua poesia (di cui ho letto la citazione in un'intervista ad Anselm Kiefer su La lettura della scorsa settimana), scrive ancora l'indicibile come solo la poesia sa dire.
e non penso che se ne è parlato abbastanza, chi lo dice mi ripugnr.
se ne parli in eterno.


sabato 17 agosto 2019

I miei possessi

Ho molti amici morti in questi giorni
e strade che ancora percorro
con gli occhi aperti o chiusi
sperando di incontrarli
Ho una dozzina di piccoli libri
con indirizzi cancellati, due orologi
da parete e 5 da polso
di cui ho sentito il ticchettio per anni
Ho un grande ombrello nero
che ho paura di aprire al chiuso
così come all'aperto
non importa quanto fittamente piova
Come un calzolaio perso nella scarpa
che sta aggiustando, raramente alzo gli occhi
ho qui tutto ciò di cui io ho bisogno
e non molto che io possa usare.

CHARLES SIMIC

mercoledì 14 agosto 2019

il pardo di Locarno



mio fratello ci va da 30 anni, esatti.
ha visto il festival Locarno quando era ancora sconosciuto ai più, sebbene sia tra i più antichi festival di cinema, in tempi di certo non sospetti.
partiva da Sangiano, tutti i giorni, e tornava all'alba.
io non sapevo cosa faceva.
come mi ha confermato Javer Marìas con il suo Berta Isla, ma non è che non lo sapessi, l'altro è inconoscibile, un mistero, anche quando è molto prossimo e pensiamo di saperne tutto il possibile.
non lo sapevo e nemmeno ora lo so, quello che so è che il festival di Locarno piace molto anche a me, e non solo a me, come le foto dimostrano.
un film in piazza grande è un'esperienza. per l'enormità dello schermo, alla faccia dei cellulari, e per l'enormità della platea, sempre alla faccia del solipsismo dei cellulari.
è il secondo anno che ci vado, e anche quest'anno ho visto un gran bel film, La fille au bracelet di Stephane Demoustier, altra dissertazione sull'inconoscibilità dell'altro, in questo caso dei nostri figli, portatori di rivoluzioni, sessuali o meno, che ci lasciano completamente estraniati e interdetti. 
ma io ero felice di essere lì, non so se perché ero vicina a mio fratello, non nella prossimità dei corpi ma nella condivisione (cioè non l'ho visto), o forse solo perché quella grandezza, quello stadio cinematografico, quel pardo che cammina sullo schermo, quello schermo a cielo aperto, perché tutto mi parlava della bellezza del momento.