bianco e nero

come una foto. in bianco e nero. nessuna concessione al colore, alla spettacolarita', ai nuovi barbari. bianco e nero colori vividi dell'essenziale, solo l'autenticita' della forma. della sostanza. l'occhio vede e non si inganna.
"questo e' il mio segreto.
veramente semplice.
si vede bene solo con il cuore.
L'essenziale e' invisibile agli occhi."
Il piccolo principe. A.d.S-E.

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martedì 30 giugno 2015

chiostro dell'Incoronata

queste sono soddisfazioni.
sono davvero contenta che il mio blog abbia tanto seguito e tanto credito.
come scrivo che l'Arianteo al Mercato Metropolitano è un'indecenza (http://nuovateoria.blogspot.it/2015/06/arianteo-e-mercato-metropolitano.html) eccomi accontentata da Spazio Cinema, evidentemente mio devoto lettore, che allestisce ben due nuovi spazi all'Arena Civica e, attenzione attenzione, nel chiostro dell'Incoronata!! lo dicevo io che cortili e colonne e spazi storici sono il doveroso e necessario ambiente per il cinema all'aperto e non colate di cemento che richiedono ore per il solo avvicinamento.
ora, incoronata, so che la mia missione è giusta.

domenica 14 giugno 2015

Arianteo e Mercato Metropolitano (a ridateme Palazzo Reale)

in questo bailamme di Expo e rinnovamento global-radicale cittadino milanese mi si è persa una cosa preziosissima, ahimé.
ovvero l'Arianteo.
il cinema all'aperto è per me motivo di esistere, e resistere, in estate.
non è scomparso ma è collocato non male, malissimo.
uno schifo.
fino all'anno scorso le sedi erano tre, anzi quattro.
dicasi: cortili Umanitaria, cortile Palazzo Reale, cortile Castello Sforzesco, cortile Conservatorio.
è vero che nel primo era più facile fare una coda oceanica che non entrare (molti accidenti, molte dannazioni, a li mortacci tua direbbe il Riccetto), ma sono aperte le votazioni a quale fosse il luogo più bello, bellissimo.
il mio preferito? Palazzo Reale, posto sempre garantito, aria freschissima serale, poche zanzare, parcheggio possibile nei dintorni o metropoltana davanti all'entrata, e poi...che posto...da certe posizioni si poteva sbirciare in piazza.
quest'anno? niente di tutto ciò e solo una postazione (con meno scelta) al Mercato Metropolitano.
il MM è un luogo delizioso, a Porta Genova (e ne apriranno uno simile a Porta Romana), un mercato ben fornito al chiuso dallo stile ormai omologato e a prezzi non certo regalati, molti posti a sedere all'esterno, capannoni completamente colorati da scritte e disegni street art, diverse zone con vasconi piantati a pomodori e melanzane, una vasta aerea dedicata allo street food con ape e carrozzoni adibiti a piadine, tigelle, hamburger, cibo giapp, tortellini et al e sempre riccamente corredati di posti a sedere. destinazione da definirsi, probabilmente verrà smantellato a gennaio 2016, oppure, chissà. per ora apprezzatissimo dal pubblico milanese (che ormai mi sembra popolatissimo, arrivato al miliardo di persone se ogni, e dico ogni, luogo della città, vecchio o nuovo, è affollatissimo di gente).

ma
per il cinema all'aperto, assolutamente NON CI SIAMO.
impossibile parcheggiare, file ovunque, coda in ogni strada adiacente, unico parcheggio (carissimo, molto più del biglietto del cinema, spesa complessiva intollerabile) già completo alle 8 e 30, nessuna metropolitana vicina, nessuna, il cinema non certo adagiato in uno storico cortile milanese ma solo appoggiato su una colata di cemento contornata da una parete nera che fa da confine con il nulla esterno, in fondo al mercato, comunque difficile da raggiungere ovunque si abbia la fortuna -sudatissima- di parcheggiare. io ci ho messo, parcheggiata l'auto, 20 minuti all'andata, altrettanti al ritorno (e la zona non è bellissima di notte).
VOTO: ZERO
pubblico, ovviamente scarso.
pessima idea, da dimenticare.
ritorno immediato alle vecchie collocazioni, grazie.

lunedì 22 luglio 2013

Kogo lo spaccapietre

In un’epoca lontana, molto lontana, in Giappone viveva un povero spaccapietre di nome Kogo. 
Anche se esercitava un mestiere molto faticoso, egli non era da compiangere; era giovane e forte, e mangiava tutti i giorni a sazietà. Disgraziatamente Kogo era nato invidioso. Lui, povero kulì, condannato a spaccare pietre, sognava di diventare un daimio, ossia uno di quei ricchi signori che vedeva passare talvolta per le strade, in una lussuosa carrozza, circondati da numerosi servitori. 
E, ogni giorno, Kogo pregava il suo angelo custode di esaudire il suo desiderio. 
Egli pregava con tanta fede, e il suo desiderio era così vivo che l’angelo custode decise di andare a perorare la sua causa presso l’Altissimo. 
E, con sua grande meraviglia, il Dio dell’universo gli concesse la facoltà di soddisfare tutti i desideri di Kogo. Immediatamente, costui si trovò trasportato in una ricca dimora, vestito con abiti lussuosi e circondato da uno stuolo di domestici. Per qualche mese, Kogo fu immensamente felice della sua nuova condizione di daimio. Gli piaceva passeggiare per le strade e vedere i suoi antichi compagni di lavoro e di miseria scostarsi rispettosamente al suo passaggio. 
Un giorno, tuttavia, di caldo torrido, egli constatò che traspirava come un volgare kulì e che il sole era più potente dei daimi. Subito chiamò il suo angelo custode. “Voglio diventare il Sole”, gli disse. 
L’angelo custode, che voleva molto bene a Kogo, lo guardò con una certa tristezza, poiché capì che sarebbe stato un eterno insoddisfatto, e provò pena per lui. Ma lo esaudì anche questa volta. 
E Kogo divenne il Sole. Egli si mise a brillare nel cielo con uno splendore particolare e era così preso del suo nuovo potere che inflisse al Giappone una delle estati più torride che questo Paese avesse mai visto. Un giorno, mentre egli si era assopito, certamente stanco per aver brillato tanto, il suo splendore fu offuscato da una grossa nube scura che venne a frapporsi fra lui e la terra.
Kogo convocò nuovamente il suo angelo custode e gli disse: “Voglio diventare questa nube più forte del sole!” Ancora una volta fu accontentato. Signore della pioggia, egli riversò sul Giappone trombe marine che provocarono terribili inondazioni, spazzando via indifferentemente le case dei poveri kulì e i palazzi dei ricchi daimi. 
Kogo questa volta era veramente il più forte e per diversi mesi fu raggiante di felicità. Tuttavia, proprio all’estremità del Giappone, di fronte al mare, c’era un immenso promontorio roccioso che si prendeva gioco dei suoi tifoni e dei suoi tornado. Kogo finì con l’adombrarsene. Intensificò i suoi assalti, le navi che si trovavano sul mare affondavano, la costa fu devastata. Ma quando, esausto, Kogo dovette fermarsi, la roccia appariva intatta nella sua orgogliosa potenza. 
Furibondo, Kogo volle subito trasformarsi in questa roccia. E fu trasformato. Poté così a sua volta contemplare l’oceano da tutta la sua altezza e veder sfilare davanti a sé navi e barche, simili a gusci di noce. Aveva raggiunto il colmo della felicità. Almeno così credeva. 
Infatti, una mattina, fu svegliato da un colpo come di piccone ed ebbe la sensazione che un pezzo della sua carne si staccasse da lui. Che cosa stava succedendo? I colpi continuarono, e ogni colpo era accompagnato dalla stessa sensazione dolorosa. Ferito nell’orgoglio, Kogo si lasciò andare a una collera terribile e urlò al suo angelo custode: “C’è qualcuno che osa scalfire la mia potenza….. Voglio essere questo qualcuno!” “Con piacere”, rispose consenziente e con voce ironica l’angelo custode. 
E, nello stesso istante, Kogo si ritrovò, come agli inizi, spaccapietre, finalmente contento.

questa fiaba l'ho ascoltata -musicata, parlata e disegnata- al Conservatorio, in attesa di vedere un film, all'aperto. al Conservatorio la proiezione del film è sempre preceduta da un breve concerto e questo è stato singolare: mi sono ritrovata ad ascoltare un trio veramente bizzarro, il Trio chitarristico Trobairitz, tre signore dall'aspetto a suo modo fiabesco, capelli posture abbigliamento appartenenti a un'altra epoca, a un tempo non definibile cronologicamente, così come anche i loro strumenti, la loro età come forse anche il loro sesso.
la fiaba era accompagnata da disegni strepitosi, lievi e leggeri -e che no ho ritrovato in alcun modo- , raccontata in modo altrettanto leggero, non condita e appesantita come l'ho ritrovata io, con tratti appena accennati, sussurrati, più sottintesi che espliciti. pennellature e sfumature, un ritratto intelligente a dimostrazione di un'infelicità che a volte deve solo trovare la giusta prospettiva per riproporsi sotto altra e più meritevole forma.

giovedì 27 giugno 2013

L'intervallo

riapre l'Arianteo, cinema all'aperto, cortili dell'Umanitaria.
potrebbe anche essere una gioia.
ma fa freddo in questa sera di giugno.
ho freddo.
vedo il film male, tremando, pensando che sono scoperta.
e in effetti sono senza pelle. 
ma come vivo male. che deficiente.
sono sola, non mi dispiace, penso che vorrei stare sola sempre, vorrei essere lasciata sola sempre.
io non voglio vedere più nessuno.
il film certo non mi aiuta, non mi consola.

mi parla, appunto, solo di un intervallo.
l'intervallo di un incontro che sa di umano, di tiepido, ma dura poco, il tempo di un pomeriggio di sole e pioggia.
e poi tutto ripiomba nella solitudine nella periferia povera e cialtrona di Napoli. 
bande, camorra, amorazzi, giochi di potere, tu di qua io di là...ehi ragazzina, Veronica, tu che parte stai? dice il boss.
e poi baracchini mobili per la limonata e le granite, Salvatore e suo padre, un rituale di preparazione che si ripete ogni mattina, un lavoro povero ma garbato, povero ma pulito, lontano dalla delinquenza. 
tocca a Salvatore, tirato dentro contro il suo volere, ricattato, tenere Veronica in castigo, farle venire paura, tenerla prigioniera nei meandri di un vecchio e abbandonato casale, probabilmente un ex convitto per ragazze. Veronica, 16 anni, è piena, formosa, sfrontata, spaccona. è veramente libera di testa come vuol far credere? Salvatore, grosso e goffo, pesante ma occhi belli, la guarda da lontano, la annusa, la evita, la spia, le segue e un po' la seduce, per un breve intervallo, con sua aria sorniona, un po' grezza ma autentica, verace e generosa. 
per qualche ora si può essere solo ragazzini, giocare, rincorrersi, bagnarsi di pioggia, raccontarsi storie, essere rispettosi e senza paura.
lo spazio è un labirinto, sporco, abbandonato, pieno di sorprese e misteri, cagne che hanno appena partorito,  barche abbandonate che galleggiano su un piccolo lago d'acqua straripato dal mare, camere cadenti di ragazze che conservano ancora un letto un lavandino e una foto appesa alla parete; una è morta, si sa, era pure incinta. si cammina dietro a loro, al loro vagare e rincorrersi, bella la luce radente, belli i chiaroscuri, una ripresa davvero incolta, sfuocata, ma convincente. 
per qualche ora.
finite quelle, a sera, di notte, tutto sfuma, i ruoli si ridefiniscono, Veronica torna a fare la bella di quartiere ambita da tutti, Salvatore riprende il suo baracchino, confuso, frastornato, cupo. 
il sorriso è durato il tempo di un intervallo. 

L'intervallo, di Leonardo Di Costanzo.