bianco e nero

come una foto. in bianco e nero. nessuna concessione al colore, alla spettacolarita', ai nuovi barbari. bianco e nero colori vividi dell'essenziale, solo l'autenticita' della forma. della sostanza. l'occhio vede e non si inganna.
"questo e' il mio segreto.
veramente semplice.
si vede bene solo con il cuore.
L'essenziale e' invisibile agli occhi."
Il piccolo principe. A.d.S-E.

venerdì 30 ottobre 2015

tutta la sagacia nascosta nella sua intelligente natura

Buck riprese i sensi, ma non le forze. Rimase sdraiato là dov'era caduto e gettò uno sguardo all'uomo dalla maglia rossa. - "Risponde al nome di Buck", - disse tra sé l'uomo leggendo la lettera del taverniere che gli annunciava la spedizione della gabbia e del suo contenuto.- Bene, Buck, ragazzo mio,- continuò bonariamente, - abbiamo avuto una piccola conversazione, e la miglior cosa che si possa fare adesso è di non pensarci più. Tu hai capito qual è il tuo posto e io so qual è il mio. Se sarai un buon cane, tutto andrà benone, ma se sarai un cane cattivo, te ne darò quante potrai portarne, capito? Così parlando gli carezzava senza paura la testa che aveva colpito così crudelmente, e sebbene il pelo di Buck si ergesse istintivamente al tocco di quella mano, egli sopportò la carezza senza protestare. Quando l'uomo gli portò dell'acqua, bevve avidamente e poi mangiò una generosa porzione di carne cruda, a pezzo a pezzo, prendendola dalla mano stessa dell'uomo. Era stato vinto, lo sapeva; ma non prostrato. Capì una volta per tutte che contro un uomo armato di un bastone non c'era niente da fare, imparò la lezione e non la dimenticò più per tutta la vita. Quel bastone fu una rivelazione: lo introdusse nel regno della legge primitiva. Le vicende della vita avevano adesso un aspetto più fiero; ed egli le affrontò con tutta la sagacia nascosta nella sua intelligente natura. Nei giorni successivi giunsero altri cani, in gabbie o al guinzaglio, alcuni docilmente altri infuriando e latrando come aveva fatto lui e, ad uno ad uno, li vide sottomettersi al dominio dell'uomo dalla maglia rossa. Ogni volta osservò lo spettacolo brutale e si fissò in mente la lezione: un uomo con un bastone fa legge, è un padrone che deve essere obbedito anche se non necessariamente amato. Su questo ultimo punto, Buck non cadde mai in colpa, sebbene vedesse dei cani che dopo essere stati picchiati facevano servilmente festa all'uomo, scodinzolando e leccandogli la mano. Vide anche un cane che non volle mai cedere né obbedire, e che infine fu ucciso nella lotta.

sono affascinata dalla lettura de Il richiamo della forersta, Jack London.
sono affascinata, attratta e così stupita che mi sembra di aver scoperto una cosa nuova.
una nuova lettura, un nuovo modo di vedere il mondo, di scrivere e di leggere.
leggo di Buck e del suo modo di vedere gli uomini e di sentire la neve, di imparare dall'esperienza e di sopravvivere nel mondo.
sono stupefatta che si possa scrivere dal punto di osservazione di un cane e di sentirmene così piacevolmente coinvolta.
sono incredula di una capacità di inseguire la verità, da un altro punto di vista.
sono contenta perché leggo di un modo dove gli uomini sono uomini e i cani sono cani, non questa poltiglia immonda attuale in cui i cani, gli animali, sono oggetti di consumo tanto quanto un lecca lecca, dove tutto è stravolto dalla nevrosi imperante, dal desiderio di fare di ogni essere vivente un servo della propria inadeguatezza nel vivere le relazioni, di fare di cani e gatti esseri umani modificati, asserviti, molestati, truccati e travestiti.
basta, mi viene la nausea. è una perversione, la boutique del cane.
Buck è un cane e vive come un cane, è intelligente come un cane, sente gli uomini come un cane, conosce i limiti del suo mondo, lavora, lotta, dorme all'aperto, sopravvive e impara dall'esperienza, ha una sua dignità e il suo modo di riconoscere la realtà e farne buon uso. e gli uomini sono fatti così, come vuoi che siano fatti, usano i cani, a volte li amano, a volte li massacrano, a volte sviluppano con loro relazioni sane, adeguate ai propri ruoli in questo mondo chiamato Terra.
è fantastico, sono elettrizzata, qualcosa mi torna, finalmente.

Giorno e notte la nave vibrava sotto il continuo impulso delle eliche, e sebbene i giorni scorressero eguali, Buck si accorse che l'aria diveniva più fredda; infine, un mattino, l'elica si fermò, e il Narwhal, fu pervaso da un'atmosfera di eccitazione. Buck se ne accorse al pari degli altri cani, e capì che stava per avvenire un cambiamento. François mise loro il guinzaglio e li portò sul ponte. Al primo passo sulla superficie fredda le zampe di Buck affondarono in qualche cosa di bianco e di morbido, molto simile al fango. Balzò indietro sbuffando. Una gran quantità di quel fango bianco si agitava nell'aria. Si scosse; ma continuava a venirgli addosso. Annusò curiosamente quella cosa e provò a leccarla. Sembrava fuoco e subito scompariva. Buck non capiva. Provò ancora con lo stesso risultato. Intorno a lui quelli che lo guardavano ridevano forte ed egli si sentì pieno di vergogna senza sapere perché: era la prima neve che vedeva.

giovedì 29 ottobre 2015

la madre di Therese

Una volta Therese - erano entrambi vicino alla finestra - gli raccontò della morte di sua madre. Come quella sera d'inverno - lei aveva forse cinque anni - erano andate in giro per le strade, ognuna col suo fagotto a cercare un posto per dormire. Come la madre dapprima la teneva per mano - c'era una bufera di neve e non era facile proseguire -, finché la sua mano si era paralizzata per il gelo e senza voltarsi aveva lasciato andare Therese, che si era aggrappata con grande sforzo alle gonne della madre. Spesso Therese inciampava e cadeva persino, ma la madre era come impazzita e non si fermava. E quelle bufere di neve nelle lunghe strade diritte di New York! Karl non conosceva ancora l'inverno di New York. Quando si cammina contro il vento che turbina, non si possono aprire gli occhi neppure per un attimo, di continuo il vento e la neve sferzano il viso, si tenta di correre ma non si riesce a procedere, è disperante. Naturalmente un bambino è più avvantaggiato di un adulto, corre al di sotto del vento e almeno si diverte un poco. Allora anche Therese non aveva capito molto di sua madre, ed era fermamente convinta che se quella sera l'avesse capita meglio - ma era ancora così piccola - lei non sarebbe morta in modo così miserabile. Già da due giorni la madre era senza lavoro, non avevano neppure una monetina, avevano trascorso la giornata all'aperto senza mangiare un boccone, e nei loro fagotti si trascinavano dietro soltanto inutili stracci che non osavano gettar via, forse per superstizione. Il giorno seguente sua madre avrebbe dovuto lavorare in un cantiere, ma temeva di non poter sfruttare quell'occasione, come aveva cercato di spiegare per tutto il giorno a Therese, perché si sentiva sfinita, già la mattina per strada aveva sputato molto sangue spaventando i passanti, e l'unico suo desiderio era di poter arrivare in un posto caldo e riposarsi. E proprio quella sera era impossibile trovare un riparo. Quando non erano scacciate dal portiere già all'ingresso, dove avrebbero potuto pur sempre sostare un momento pr riprendersi dall'inclemenza del tempo, dovevano attraversare angusti e gelidi corridoi, salire una quantità di piani, girare attorno ai balconi affacciati sui cortili, bussare a qualsiasi porta. Ora non osavano chiedere niente, ora pregavano tutti quelli che incontravano, e una o due volte la madre si era seduta senza fiato sui gradini di una scala deserta, aveva attirato a sé Therese, che quasi si schermiva, e l'aveva baciata premendole contro le labbra fino a farle male. In seguito, pensando che quelli erano stati gli ultimi baci, Therese non riusciva a capire come fosse stata tanto cieca da non accorgersene, anche se era una bambina così piccola. Passavano davanti a stanze che avevano le porte aperte per far uscire l'aria soffocante, e dalla foschia fumosa che riempiva la stanza come se si fosse sviluppato un incendio emergeva soltanto la figura di qualcuno incorniciata dalla porta che dichiarava la propria impossibilità di alloggiarle o restando muto o spendendo poche parole. In seguito Therese aveva capito che la madre aveva cercato posto seriamente soltanto nelle prime ore, poiché poco dopo la mezzanotte non aveva più chiesto nulla, sebbene fino all'alba non avesse mai smesso di proseguire, tranne che per brevi intervalli, e sebbene quegli edifici, in cui non si chiudono mai né il portone né la porta di casa, siano sempre animati e ad ogni passo si incontri qualcuno. In realtà non camminavano in fretta, compivano soltanto l'ultimo sforzo di cui erano capaci, probabilmente si limitavano a trascinarsi. Therese non sapeva neppure se tra la mezzanotte e le cinque del mattino fossero state in venti case, in due o in nessuna. In genere i corridoi di questi edifici sono disposti in modo da poter sfruttare il più possibile lo spazio, ma l'orientamento non è facile; quante volte forse avevano attraversato lo stesso corridoio! Therese ricordava vagamente che erano uscite dal portone di una casa in cui avevano girato per ore, per poi, appena in strada, tornare subito indietro per precipitarsi di nuovo nella stessa csa, o almeno così le sembrava. Naturalmente per la bambina era stata una sofferenza inspiegabile essere trascinata ora per mano dalla madre ora aggrappandosi a lei senza una minima parola di conforto, e allora aveva creduto che tutto questo significasse soltanto la volontà di abbandonarla da parte della madre. Quindi, anche quando sua madre la teneva per mano, per sicurezza Therese si aggrappava con l'altra mano alle sue gonne, e di tanto in tanto scoppiava in singhiozzi. Non voleva essere abbandonata lì, tra persone che davanti a loro salivano le scale con passi pesanti, che dietro di loro, ancora invisibili, si stavano avvicinando da una curva della scala, che litigavano nei corridoi davanti a una porta prima di spingersi a vicenda dentro una stanza. Ubriachi giravano per la casa cantando con voce roca, e per fortuna la madre riusciva a infilarsi con Therese tra quei gruppi sempre più serrati. Certo, a notte avanzata, quando l'attenzione veniva meno e più nessuno s'intestardiva sul proprio diritto, avrebbero almeno potuto infilarsi in uno dei dormitori comuni che avevano oltrepassato affittati da imprenditori, ma Therese non era in grado di farlo, e la madre non voleva più riposarsi. La mattina seguente, l'inizio di un bel giorno d'inverno, erano appoggiate entrambe al muro di una casa, e probabilmente avevano dormito un poco o forse avevano soltanto fissato il vuoto con gli occhi spalancati. Risultò che Therese aveva perso il suo fagotto, e per punirla della sua disattenzione la madre cominciò a picchiarla, ma Therese né udiva né sentiva i colpi. Poi proseguirono per le vie che si andavano animando, la madre camminava lungo i muri, attraversarono un ponte, la madre spazzò via con la mano la brina del parapetto e infine - Therese allora l'aveva accettato, oggi non capiva come -, giunsero proprio al cantiere in cui la madre avrebbe dovuto lavorare quella mattina. Non disse a Therese di aspettare o di andarsene, e Therese interpretò questo silenzio come l'ordine di aspettarla, dato che era l'atteggiamento più risondente ai suoi desideri. Quindi si sedette su un mucchio di mattoni e stette a guardare la madre che slegava il suo fagotto e prendeva un cencio colorato legandoselo poi sulla testa attorno al fazzoletto che aveva tenuto addosso tutta la notte. Therese era troppo stanca anche solo per pensare di aiutare la madre. Senza presentarsi alla baracca del cantiere secondo l'uso, e senza chiedere niente a nessuno, la madre salì per una scala a pioli, come se avesse già saputo che lavoro doveva fare. Therese si meravigliò, perché di solito le operaie sbrigavano solo i lavori più semplici a terra, come spegnere la calce viva, passare i mattoni e simili. Quindi pensò che quel giorno la madre volesse fare un lavoro più retribuito e le sorrise, ancora assonnata. L'edificio non era ancora alto, solo il pianterreno era costruito, anche se le armature per il piano successivo, pur senza le assi di collegamento, si stagliavano già contro il cielo azzurro. Arrivata in cima, la madre evitò con destrezza i muratori che posavano un mattone sull'altro e che stranamente non le chiesero nulla, appoggiò con cautela la sua mano delicata a un tramezzo di legno che fungeva da parapetto, e da sotto Therese, ancora assonnata, ammirò la sua abilità, e le parve che la madre le rivolgesse una sguardo affettuoso. Poi la madre proseguì e giunse davanti a un mucchietto di mattoni, davanti a cui cessava il parapetto e probabilmente anche il camminamento, ma lei non si fermò, si diresse verso il mucchio e la sua abilità sembrò venir meno, perché vi inciampò contro e precipitò al di là nel vuoto. Molti mattoni le rotolarono dietro, e infine, dopo un certo intervallo, da qualche parte un asse pesante si staccò e le cadde addosso di schianto. L'ultimo ricordo che aveva Therese di sua madre era l'immagine di lei stesa a terra con le gambe allargate con indosso la gonna a quadri che aveva ancora dalla Pomerania, quell'asse ruvido su di lei che la copriva quasi per intero, la gente che accorreva da tutte le parti e un uomo in cima all'impalcatura che gridava qualcosa con ira.

è Kafka che scrive.
è America.
è un libro enigmatico, incompiuto, con una prima parte potentissima e una seconda, l'ultima, veramente oscura, quasi incomprensibile.
Karl è stato cacciato dall'albergo in cui lavorava, senza motivo ma con colpa ed ignominia, a dimostrazione che la colpa esiste anche senza un motivo che la determini, che la punizione può incorrere senza causa, macigno ineluttabile della vita, e si trova a concludere il suo percorso letterario praticamente prigioniero in una casa abitata da una ricca e grassa cantante, Brunelda, che trattiene lui e altri due al suo servizio con sceneggiate isteriche e capricci da diva, con atteggiamenti dominanti e perversi. è la messa in scena dell'alienazione, come, nella prima parte, era stata quella della forocia della legge, quando è senza volto e senza misura.
e feroce è il raccondo della morte della madre di Therese, un intermezzo tragico e penoso nella narrazione della progressiva umiliazione di Karl, un capolavoro che si inserisce nelle pagine de Il disperso (titolo originario dell'opera), una conferma, come non fosse ancora abbastanza, delle vessazioni disumane del destino.

Barfly


deliziosa esposizione in delizioso cortile, a Milano, in Via Del Lauro.
ottima la bicicletta.
presso Nuages, con negozio vintage a fianco.
ottima l'occasione.
fin che si può, ed è per poco, farci un giro è proprio una buona idea.
belissime illustrazioni, e le migliori non sono qui, sui bar letterari del mondo, abitati da personaggi illustri, intrisi di storia, di caffè e di cocktail, alla buona salute della cultura.
BookCity è, ancora una volta, una splendida occasione per questa splendida città.







Antonio Armano ad Alberto Arbasino: “Quando è andato tutto a remengo?“ Arbasino: “Da quando non ci sono più i caffè letterari con letterati che discorrevano di libri, di idee, di forme, nozioni, concetti. Il Giamaica a Brera ormai fa l’apericena e all’hotel Locarno di Roma non viene più De Chirico a sbaffarsi i Montblanc comprati in via della Croce, ma abbondano le foto di Alain Elkann.” Il Fatto Quotidiano 15 luglio 2015 
In mostra dal 14 al 31 ottobre presso la Galleria Nuages Barfly caffè, bar e scrittori un progetto di Giancarlo Ascari, Cristina Taverna, Arianna Vairo in collaborazione con COOP 
A fine ottobre 2015, in contemporanea all’Expo incentrata sul tema dell’alimentazione, si terrà a Milano la quarta edizione di Bookcity, rassegna dedicata al libro e all’editoria. Con Bookcity la Galleria Nuages, uno spazio da cui è passata e passa la storia del fumetto e dell’illustrazione internazionale, ha organizzato Barfly, un viaggio visionario nei caffè e nei bar dove si è fatta la storia della letteratura: da El Floridita di Cuba al bar Jamaica di Milano, dal Café de Flore di Parigi al Café Central di Vienna. Un tour che vede la partecipazione straordinaria di Hemingway, Casanova, Sartre, Joyce, Pasolini, Ginsberg, Poe, Freud e tanti altri. Al viaggio partecipano decine di illustratori e fumettisti italiani e internazionali, con immagini ispirate a quei luoghi letterari e ai personaggi che li frequentavano. 
Le tavole di Barfly saranno esposte a Nuages, in via del Lauro 10 a Milano, durante il periodo di Bookcity.
Gli autori di Barfly: Paolo Bacilieri Alicia Baladan Andrea Bruno Luca Caimmi Chiara Carrer Francesco Cattani Mariana Chiesa Mateos Paul Davis Anna Deflorian Marco Corona Giovanna Durì Elfo Milton Glaser Folon Brad Holland Marta Iorio Ugo La Pietra Pierluigi Longo Franco Matticchio Sarah Mazzetti Alice Milani José Munoz Viola Niccolai Roberto Perini Giordano Poloni Andrea Rauch Alessandro Sanna Guido Scarabottolo Angelo Stano Arianna Vairo Pia Valentinis Olimpia Zagnol.
(http://milano-eventi.it/barfly/15641)

martedì 27 ottobre 2015

alterazioni del ritmo

ma quante carte
ma quante
mamma mia
qui tutto cede
cede
cede.
fogli, referti, ricette, fitoestrogeni, ovuli vaginali, MOC (fuori dai LEA!!) e poi
quanti soldi, nemmeno la ricetta regionale, tutto a pagamento.
e l'angoscia sale
e l'aritmia anche
PA fuori controllo da mesi ormai
e cazzo scendi
che vertigini, che nausea, che giramenti di testa: 180 su 90
palpitazioni e angoscia
adesso ho aggiunto anche HTC al ramipril, caso mai sua maestà la mia PA decidesse di mollare il colpo...
ma niente, batte forte sempre (come Unieuro).

legge Gifuni (Genio), scrive Lingiardi (meno) (ma collega psichiatra psicoanalista)
sono al Franco Parenti (domenica)
le ho comprate (siamo a BookCity) e, lette da me, le sue poesie, sono poco cosa ma lette dall'uomo bello con la barba, una bella cosa.
l'uomo bello con la barba è uno dei migliori attori che abbiamo su questo suolo natio.
non cura la mia angoscia ma la lenisce il tempo di un verso.

Fibrillazioni, sincopi, aritmie
tutto quello che fa quando non muore
eccola è lei, l’altra metà del cuore.

Holter. Il cuore si è ammalato.
Eta l'unico organo
che non ho trascurato.

Quando non c'è speranza di salvezza
Dove la morte non porta compimento
Lì cosa c'è, in che paese siamo?
Quello è il dolore, e noi lo attraversiamo.

Dentro il cuore
dietro gli abeti
pezzo di cielo
tra le impalcature

Vittorio Lingiardi
Alterazioni del ritmo

vedo Silvia
una vita fa
e
il corpo cambia
si ammala
si piega
portatore di memoria

venerdì 23 ottobre 2015

il libro dei perchè, la scrittura per bambini è una cosa seria

Gianni Rodari,
il solito genio.
Il libro dei perchè.
me lo sono comprato
me lo leggo fin tanto che
tutto il suo bello mi avrà appagato.
il Corriere della Sera pubblica i suoi libri e io me li compro.
quante ne ho lette di filastrocche ai miei figli, soprattutto al piccolo grande uomo.
che ora sfoglia e dice..."ma come si sforza di essere simpatico"...e l'adolescenza fa capolino, l'infanzia va criticata, per poter essere definitivamente abbandonata, con un inizio di cinismo. non potrebbe essere che così.
ma io l'infanzia e l'adolescenza le ho alle spallissime, e quindi Rodari me lo godo con tutta la saggezza della mia veneranda età, forse è una constatazione triste e forse, in questo caso, no.

Io son dell'opinione
-sia detto senza danno-
che i "grandi" hanno ragione
quando torto non hanno...

Nelle favole, nelle filastrocche, nelle novelle di Gianni Rodari (1920-1980) c’è un sentore particolare, qualcosa che fa pensare a Italo Calvino, ma anche al poeta romantico tedesco Novalis, e addirittura a quel «gioco di società», tutto fatto di parole ed equivoci, con cui André Breton amava divertirsi, il gioco dei cadavres exquis («cadaveri eccellenti»).
Ed è proprio così, il sapore di Rodari è proprio questo. E lui ne era consapevole: nelle città del boom economico e dello sviluppo industriale degli anni Sessanta e Settanta, là dove si intrecciavano i dialetti delle diverse immigrazioni, dove crescevano in fretta le fabbriche, i quartieri e le famiglie, Rodari con le sue storie non solo insegnava e diffondeva la lingua italiana fin tra i più piccoli, perfino prima della scuola, ma portava senza pesantezze e senza retorica nel Paese il respiro della grande cultura europea, e avvicinava le giovani generazioni ai libri e alla lettura. Se si chiede a chi ha conosciuto Rodari e a chi lo ha studiato e insegnato all’università qual è stato il «segreto», l’ingrediente magico della sua scrittura, ciò che emerge e caratterizza il suo tratto di innovatore è proprio la valenza autoriale profonda dei suoi testi, insieme alla coscienza che lo scrittore aveva dell’importanza della lettura anche tra i giovanissimi.
«Parlando del cambiamento portato da Rodari nella letteratura dell’infanzia — osserva Pino Boero, docente di Letteratura per l’infanzia all’Università di Genova, e assessore a scuole, sport e politiche giovanili nella giunta genovese del sindaco Marco Doria — occorre tenere presenti due elementi. Il primo è la dimensione del surrealismo che Rodari dichiara come suo debito, e lo vediamo nell’amore per i giochi, per l’uso delle parole, per le filastrocche e così via; e l’altra è invece la cultura tedesca, in particolare romantica, come Novalis e Brentano, di cui coglie la dimensione del fiabesco. Era Novalis che diceva: “Se esistesse una Fantastica come esiste una Logica, s’inventerebbe l’arte di inventare”».
Ma, ovviamente, questi retaggi non bastano a spiegare Rodari: lo scrittore aggiunge qualcosa di più, una cifra personale, e lo fa con la coscienza di farlo. Spiega Boero: «A questa cultura lui aggiunge la sua dimensione di insegnante e di intellettuale a tutto tondo. Anche se sono filastrocche e fiabe, da una parte egli non rinuncia allo stile, al gioco della parola, dall’altra tutte le sue opere hanno anche una valenza sociale. Comincia così quel percorso che passa per le Favole al telefono e per la Grammatica della fantasia, e oltre: Rodari è attuale perché ha mostrato in quale modo si può essere autori davvero impegnati (e non sia detto con una declinazione moralistica). Non solo è stato un autore impegnato dal punto di vista civile, ma ha mostrato che la scrittura per bambini è una cosa seria: ed è questa la lezione che in fondo è passata ai suoi eredi letterari». 
 Tanto che se ne può parlare come di un classico moderno, come ci spiega un altro esperto rodariano, nonché amico di Rodari, Antonio Faeti, che è stato titolare della prima cattedra di Letteratura per l’infanzia in Italia: «Ho fatto un intero corso universitario su di lui, e l’ho proposto ai miei corsi di alta formazione pedagogica a Bologna: Rodari fra l’altro è stato il teorico di se stesso nella Grammatica della fantasia, ed è un po’ come un certo tipo di classici, che hanno un doppio aspetto, diciamola così: non sono facili, ma sono facili. Ecco, Rodari non è facile anche se tale sembra, c’è sempre da scavare su di lui. 
Bisogna tener presente l’influenza della letteratura tedesca, di Goethe, e bisogna anche tener presente la Resistenza, lui fu partigiano, e la sua militanza politica».
Racconta, Faeti, della sensibilità di Rodari per i «discenti», del forte senso di responsabilità per la formazione dei ragazzi, che lo scrittore avvertiva. E ci racconta anche della precaria salute dello scrittore, malato di cuore, scomparso prematuramente a sessant’anni, nel pieno dell’attività, a soli sette anni dalla pubblicazione di quella Grammatica della fantasia che resta un caposaldo della pedagogia. «Anzi, da pedagogo, penso — conclude Faeti — che proprio la sua Grammatica si possa porre su uno scaffale sul quale stanno in pochissimi».
Ida Bozzi, Corriere della Sera, 12 Ottobre 2015

le illustrazioni di questo volume sono di Giulia Orecchia, e anche qui c'è una bella prova di bravura, di virtuosismo, di competenza di matite e colori.
«Di Rodari mi piace il gusto per il paradosso e per il nonsense — spiega Giulia Orecchia, illustratrice italiana tra le più versatili e apprezzate —. Ha una vena surreale, perfino dadaista. Ho avuto la fortuna di avere come insegnante Munari e trovo che i due avessero un modo simile di guardare il mondo». E aggiunge: «Da illustratrice provo sempre ad accordare il linguaggio delle immagini al testo e a mantenere lo stesso tipo di registro linguistico». Così è per il Libro dei perché, fatto di mini-storie e micro-racconti, per il quale Orecchia ha utilizzato piccoli elementi (figure, animali, oggetti) richiamati nella pagina che apre ogni capitolo.

Seguendo le tue parole
come tracce sul sentiero
sono entrato nella tua testa,
ho visto ogni tuo pensiero,
ho visto che passavano
le cose che tu dici.
segno che sei sincero,
leale con gli amici.
I miei pensieri e i tuoi
si sono stretti la mano:
in due si pensa meglio
e si va più lontano.
Canta il gallo: "Chicchirichì!
E' in arrivo il nuovo dì!
E' un giorno mai visto in passato
che prima d'oggi non c'è mai stato.
Fategli festa perché dura poco
un bel giorno come un bel gioco.
Questa sera partirà
né mai più ritornerà".
 -Pronto, pronto, parla il cervello?
Qui parla la lingua. Che debbo dire?
- Dì qualcosa di buono e di bello,
che rallegri chi sta a sentire...
Se dici cose impertinenti
ti farò cadere i denti...
C'è un'astronave che si chiama Terra,
nello spazio lanciata
per un lungo viaggio.
Noi samo l'equipaggio,
ognuno è passeggero e capitano.
Andremo lontano
se avremo coraggio.

giovedì 22 ottobre 2015

acqua shock, ciò che diamo al futuro sono le scelte che facciamo oggi

chiazza di petrolio riversatasi nel Golfo del Messico dopo il disastro della piattaforma petrolifera Deepwater Horizon nel 2010 - cisterne indiane a gradini costruite tra il 600 e il 1850, disegnate come una fantasia di Escher, oggi cadute in disuso e diventate discariche - in Cina, getto d'acqua della diga più grande del mondo: una nuvola di turbolenza liquida per la cui realizzazione milioni di persone sono state costrette ad abbandonare le proprie case - "paradisi artificiali" generati dall'agricoltura e dall'acquacoltura, e i riti sacri, che pure possono incidere negativamente sull'ambiente: nel 2013, in occasione della cerimonia del Kumbh Mela nel Gange, cento milioni di persone si sono indirizzati verso il fiume per bagnarsi nelle acque in cui vengono gettati anche i corpi bruciati dei morti, le carcasse di animali, gli scarichi industriali le fogne municipali. 











a volte sembra acqua, ma a volte proprio no.
a me ricordano alberi, queste foto.
disegni, foglie.
reticoli venosi.
diramazioni arteriose.
oppure radici malsane.
colori malati, irreali, sospetti
mi domando se siano forzati, artefatti, alcuni video riportati alla mostra raccontano di un attento e scrupoloso lavoro al computer, prima di stampare le foto in grandi dimensioni.
quindi fotografia si, ma anche tanta manualità.
le immagini dicono di qualcosa che non va, qualcosa che corrode, che corrompe, che fa ammalare, che causa patologia.
si tratterebbe di acqua eppure sembra tutto così arido, senza vita, morente, assetato fno a morirne.
sono le foto di Edward Burtynsky al Palazzo della Ragione di Milano, che, oltre che fotografo, è un esploratore: dall’America alla Cina, dall’Italia all’India, ha scandagliato cave e miniere, estrazione di petrolio e costruzione di dighe, saline e centrali geotermiche inseguendo le grandi mutazioni antropiche dell’ambiente. i suoi viaggi li racconta"Acqua Shock" (a cura di Enrica Viganò) al Palazzo della Ragione Fotografia di Milano dal 3 settembre al 1 novembre 2015 per "Expo in città", una mostra che raccoglie otto anni di pellegrinaggi lungo gli estuari disidratati dei grandi fiumi.
le foto sono molto contrastate ed esprimono un contrasto, la bruttura che fa immagine, la morte che fa bellezza, la natura -ferita- che da la morte. il ciclo dell'acqua e del suo feroce sfruttamento sono spettacolo, diventano spettacolo, immagine che ipnotizza e conduce a un altrove, non al problema, ma a un lavoro immaginario, a un'astrazione, a un'interpretazione.
"Le fotografie di Burtynsky sono potenti e misteriose e l'osservatore, a un primo sguardo, non è in grado di capire se quanto ritratto nell'inquadratura debba giudicarsi positivo o spregevole" (Enrica Viganò). Immagini dall'alto (riprese anche con i droni) raccontano i contrasti: corsi d'acqua, paesaggi disidratati e il delta dei fiumi sono in lotta con le aree urbane. C'è ricerca e sogno negli scatti di Burtynsky: l'acqua prende forma in grafiche che diventano disegni. Quando la fotografia affonda le radici nell'arte, le immagini diventano supporto per la riflessione. L'autore sembra giocare con le forme: tecnica e genialità a fargli da supporto. La percezione è volutamente travisata, così allo stesso modo dell'acqua può esplodere il fuoco e diventare una rappresentazione che rivela il «minimo umano» davanti alla natura. La fotografia di questo artista, che ora approda a Milano, nasce dagli insediamenti industriali: fabbriche, impianti, dighe diventano il mezzo di contrasto per capire come la mano dell'uomo possa cambiare il territorio. Nelle opere esposte a Palazzo della Ragione si vede come il paesaggio industriale faccia da scuola al fotografo, che poi prosegue la sua ricerca artistica estendendo le sue creazioni al paesaggio e alla natura. Sono contraddizioni rese in immagini, come quell'agglomerato urbano che si confonde con la linea di confine di un territorio arido in Arizona (il titolo dello scatto è «Riserva indiana-Salt River Pima»). Così la creazione artistica lascia un limite discusso tra il vero e l'immaginario. La natura guarda passiva e assorbe il cambiamento: Burtynsky ne registra il misfatto. La mostra è un percorso artistico capace di rendere visivo il volto della terra che cambia. Fotografie che illudono l'occhio facendo il verso all'umanità che, nel progresso, illude se stessa.
Maurizio Bonassina, Corriere della Sera, 4 settembre 2015.

domenica 18 ottobre 2015

le sorelle Macaluso

grandissima Emma Dante.
dopo la deusione (ma non cocente, niente di grave) del suo film di due anni fa, Via Castellana Bandiera, mi sono ritrovata felice e contenta al Piccolo Teatro Grassi a vedere questo gioiellino teatrale.
poco più di un'ora di spettacolo ma così intenso, così speciale, così genialmente narrativo, così schietto ed emozionante da non credersi.
la condensazione mi sembra un elemento fondamentale del lavoro teatrale della Dante, dove la narrazione non si sofferma su lunghi interminabili dettagli di parola (ieri sera ho visto Morte di un commesso viaggiatore all'Elfo Puccini e avrei voluto sparare a qualcuno tanto la parola veniva esasperata ripetuta ossessivizzata, e quindi annullata, fino alla noia se non alla rabbia in tre ore e mezza di spettacolo) ma trova soluzioni inedite e francamente geniali per arrivare al cuore della storia, e al cuore dello spettatore.
si inizia con un funerale e si finisce con lo stesso. la sorella maggiore è morta e celebra la sua non vita (come inconsapevole di essere morta) celebrando il sogno della sua vita, la danza.
e qui è dura non tremare, è dura non cedere a un senso di perdita, alla perdita, più che della vita, del sogno.
e tutta la storia vede la terra del sud, l'accento della lingua di Sicilia ma non solo, fare da padrona sul senso della vita, il suo ritmo, le sue cadenza, i suoi riti. è un omaggio maestoso alla terra di origne, alla madre terra, alla Grande Madre. le sorelle sono corpi di sorellanza e si mostrano, si trasformano, si amano e si odiano, anche si uccidono. tutto è segno, tutto è simbolo, anche il mare, tanto agognato e alla fine concesso, grande culla della vita, e luogo di morte.
eccola la vita segnata dalle mancanze, mancanza di madre, mancanza di padre, mancanza di riconoscimento che poi trabocca di un pieno, pieno di baldanza, di chiasso, di unione, di complicità.
spettacolo indimenticabile, tra ironia e leggerezza, tra tragedia e cordoglio, pettegolezzo fatuo e ferocia della parola, amore soffocante e vuoto di senso, ovvero la famiglia, la vita, e il suo opposto, la disgregazione.
sembra impossibile, eppure è tutto lì, nel linguaggio della Dante, in un'ora o poco più.



giovedì 15 ottobre 2015

la Grande Madre

Il corpo, luogo di vulnerabilità, se non rischia la ferita che l’incontro può causare, incorre nel rischio ben maggiore di una sterile chiusura su di sé; non esiste la possibilità dell’intimità con altro da sé, del piacere e del godimento se non attraversando il rischio della ferita. La sicurezza e l’imperturbabilità che il solipsismo sembra promettere si schiantano con il desiderio infinito di sentire entrando in con-tatto con un altro, il senso e l’identità che ci lega al nostro corpo rimane legato alla verità e al senso dello sfioramento e del tocco, dell’afferrabilità e delle ferite, della concretezza di un corpo. Il corpo, nostro confine, nostra definizione, ci costringe alla realtà come per la madre migrante di Dorothea Lange, a un qui e ora che non è un ovunque e per sempre; ci obbliga alla decisione, ci costringe al rischio di scegliere, ci induce alla rinuncia del tutto desiderato da immaginare a favore della concretezza da vivere in un impatto che ferisce e che si offre allo stesso tempo come condizione necessaria per dare continuamente avvio, ogni volta e ogni volta più profondamente, a quel processo avviato alla nascita, che ci posiziona nella realtà.
da La lettura, Francesca Balocco, Il corpo della madre e la libertà del figlio

troppo vasta, troppo tutto, troppo di tutto.
hanno peccato di ingordigia i curatori di questa mostra.
alla sala 18, di 29, ero già finita.
peccato, o torno a rivedere le ultime sale o mi accontento di questa visione claudicante. eppure, le ultime, erano, forse, le più ricche dal punto di vista figurativo.
tant'è.
acune immagini sono notevolissime, di grande impatto, visivo ed emotivo.
strepitoso questo autoritratto, Self Portrait as My Mother Jean Gregory, di Gillian Wearing che si traveste e si fotografa come sua madre, come ai tempi di sua madre, riconoscendo una fusione in lei, un desiderio si somiglianza e continuità.

alcune annotazioni, reperibili su un libretto francamente eccessivo consegnato all'inizio della mostra (al posto di un'audio guida) con indicazioni su autori e opere che richiederebbero 4 ore di lettura e visioni, non sono sempre condivisibili.
per esempio, relativamente a questa famosissima foto di Dorothea Lange i curatori indicano nella foto Migrant Mother l'emblema della forza di una madre che resiste alle difficoltà, parliamo della Grande Depressione americana degli anni '30. io non vedo forza, vedo disperazione, vedo l'annullamento della maternità, l'angoscia che sopprime l'amore, lo sguardo nel vuoto che auspica la morte, l'impossibilità di accudire. questa è una madre che ha abdicato e i suoi figli la piangono come fosse morta, una statua di pietra.
brava Marisa Mori, la sua Ebbrezza fisica della maternità è un omaggio futurista al femminile, proprio quel femminile così denigrato dalla cultura maschile futurista: "noi vogliamo glorificare le belle idee per cui si muore e il disprezzo per le donne", pontificava quel fanatico di Marinetti. 
Rineke Dijkstra, 1994, dalla serie New Mothers fotografa questa mamma, appena mamma, nuova nuova nel suo essere madre, l'assorbente a raccogliere il suo sangue.
c'è tanto, tutto il corpo in questa mostra.
il corpo della Grande Madre.
ammirevole, per colore dimensioni forza espressiva, questa super mamma, Baloon Venus,  incinta, rossa e spaziale di Jeff Koons. che presenza, che portanza, che lucentezza, che mamma!!

travolgente questa installazione di Nari Ward, Amazing Grace, 280 passeggini abbandonati, sporchi, laceri, polverosi. un incubo.
ho camminato oppressa dall'angoscia, mi sembrava di camminare in uno sterminio.
ho pensato alla morte, alla morte dell'infanzia. e ai barboni per le strade, che adottano questi oggetti come mezzi di trasporto dei loro fagotti.
miseria e smarrimento.
che è questa deliziosa creatura che macina povere di stelle e ne nutre la luna?
si tratta di Papilla estellar (pappa stellare) di Remedios Varo, si tratta di una donna sola che alimenta una luna in gabbia, la alimenta di sogni notturni, di paesaggi stellari, si tratta del potere magico e misterioso della donna e del materno.

Boccioni mi impressiona con le sue raffigurazioni potenti della madre. quale monumentale figura nella sua vita: "Natura generatrice di tutte le cose".

qui, le sorelle Brown sono state fotografate ogni anno, dal 1975 ad oggi,  per quasi 40 anni, da Nicholas Nixon. come in Boyhood, questa è un'esperienza di corpo, questa è la testimonianza del tempo, questa è la storia di un legame, che si estenderà oltre la sua fisica conclusione.
Frau mit totem kind (donna con bambino morto) di Kathe Kollwitz.
senza parole, per me, troppo potente per poter dire.

La sua nascita / La sua famiglia / La sua abitazione, la sua casa / Imparare a gattonare […] Il fratello della sua migliore amica/Avere fame dopo aver saltato il pranzo/Imparare ad andare in bicicletta/La luna piena ilumina il cielo notturno  […]Spaventarsi / Andare spesso alle feste / Iscrivere al liceo / Sentire interferenze mentre si parla al telefono […] Specializzarsi in storia all'università/Fidanzarsi/Il suono del giradischi nella stanza accanto/Stare sveglia a guardare l'alba dal tetto/tagliarsi i capelli/Studiare la storia del proprio paese/Sposarsi di pomeriggio/La loro porta di casa/Lasciare l'università  […]Farsi estrarre i denti del giudizio / Guardare la luce rifrangersi attraverso la finestra della cucina / pranzare / Una mattina sulla sua scrivania in ufficio / Sapere che avrà un bambino […] I giorni sembrano correre più veloci / Avere problemi di respirazione / I nuovi mobili del soggiorno / Il marciapiede dietro l’angolo / Toccare il muro/Suo padre muore, dolore improvviso/Il cortile dietro la casa allagato durante una forte pioggia/Guardarsi allo specchio/Il matrimonio di suo figlio […] Guardarsi gli occhi allo specchio / Il pavimento su cui si sta in piedi / Pensare a suo marito / Guardarsi allo specchio / Pensare alla sua morte / La sua morte»
“Senza Titolo, Lista dalla nascita alla morte”, Matt Mullican

LA GRANDE MADRE 
Palazzo Reale Piazza Duomo 12, 
Milano 26 Agosto - 15 Novembre, 2015 
Attraverso le opere di oltre cento artisti internazionali, La Grande Madre analizza l'iconografia e la rappresentazione della maternità nell'arte del Novecento, dalle avanguardie fino ai nostri giorni.
Dalle veneri paleolitiche alle ‘cattive ragazze’ del post-femminismo, passando per la tradizione millenaria della pittura religiosa con le sue innumerevoli scene di maternità, la storia dell’arte e della cultura hanno spesso posto al proprio centro la figura della madre, simbolo della creatività e metafora della definizione stessa di arte. Archetipo e immagine primordiale, la madre e la sua versione più familiare di “mamma” sono anche stereotipi intimamente legati all’immagine dell’Italia.
La Grande Madre è una mostra sul potere della donna: partendo dalla rappresentazione della maternità, l’esposizione passa in rassegna un secolo di scontri e lotte tra emancipazione e tradizione, raccontando le trasformazioni della sessualità, dei generi e della percezione del corpo e dei suoi desideri.

venerdì 9 ottobre 2015

too much

sono arrivata così tardi, peccato, scorrono immagini d'arte che raccontano e reinventano il gesto materno, c'è anche Roberta Scorranese a condurre l'intervista, un vero peccato. si tratterà di vedere bene la Grande Madre a Palazzo Reale.
alla fine della conferenza inizia una performance di Justyna Koeke. chi è? non lo so.
Centro per l'Arte Contemporanea Luigi Pecci.
la performance mi piace.
una ragazza, praticamente nuda, mutande e maglietta color carne, su sandali con altissimo tacco, si ferma in mezzo alla grande sala d'onore della Trienale.
un'altra donna, immagino Justyna Koeke, inizia una vestizione progressiva della ragazza.
gli oggetti che, molto velocemente, con una frenesia che conosco bene, poggia uno dopo l'altro sono oggetti gonfi, penso di gomma piuma, coloratissimi, rappresentano oggetti disparati della vita quotidiana, di una donna.
di una madre.
si passa da gambe pelose con piedi emormi forniti di unghie pitturate di rosso a torte di compleanno, da ruote di una macchina a vulve rosse cangianti, da fiocchi blu a mammelle rosa con gocce di latte pendenti.
c'è della buona e sana ironia.
non manca nulla, dalla quotidianità lavorativa all'intimità più segreta, dalla festosità infantile alla gravosità domestica.
anche i sacchi neri (quelli grandi della spazzatura condominiale) che contenevano gli oggetti vengono aggiunti all'enorme ammontare di tutti gli altri.
la ragazza si è trasformata in un monumento ambulante, il monumento alla maternità ossessiva che non sa rinunciare a niente, un monumento che cammina pure sui tacchi, barcollando, rischiando di cadere, di farsi molto molto male.
too much.
applauso.




giovedì 8 ottobre 2015

Letizia e Shoba Battaglia

ancora guardo fuori, è proprio bella la vista da questa grande finestra. ancora sono qui.
non ho la sensazione di pienezza, e normale autenticità, che ho avuto con Lynsey Addario.
qualcosa mi disturba.
probabilmente è il look eccessivo di Shobha Battaglia, quel tintinnare dei bracciali mi da l'idea di una traccia sonora fuori luogo. anche gli occhiali da sole con la nebbia fuori.
probabilmente è l'odore di fumo, Letizia Battaglia non si ritiene sottopoosta ai divieti di fumo ormai universalmente adottati, e accettati. in una sala gremita di gente, lei, che evidentemente è diversa , si ritiene diversa dagli altri, fuma, una sigaretta dopo l'altra, la cenere cade per terra.
questi aspetti di forzata differenziazione mi mettono subito in una posizione di allarme psichico, c'è qualcosa di stonato, un'imposizione che viene dall'Altro. forse sono solo molto ossessiva, ingabbiata dentro un rigido super io che mi impedisce di accettare serenamente la trasgressione dalle regole.
Letizia Battaglia è certamente una che ha fatto la storia della fotografia italiana, la storia della Sicilia mafiosa. è assolutamente dominante sulla figlia, Shobha, che ne ha seguito, o forse subito, le tracce senza averne il talento giornalistico. fotografa come la madre, ma soggetti alternativi, ha passato metà della sua vita in India a fare meditazione, la tentazione di interpretare una difficile separazione da una figura materna tanto importante è molto forte...d'altronde il problema la porgono loro, di continuo, nella conversazione con Denis Curti, direttore creativo di Casa Tre Oci di Venezia, e Francesca Alfano Miglietti, curatrice della mostra Sguardo di Donna: "mi dispiace che tu non sia come me" (Letizia), "io sono diversa da te" (Shobha) e così via, è evidente che la questione è molto aperta tra le due e si propone per forza di cose a chi assiste a un discorso che preveda la loro compartecipazione.
di Letizia emerge ancora oggi la rabbia, e la commozione, la non rassegnazione, della figlia la pacificazione.
Letizia parla del gruppo che si costituitì, nel 1974,  a Palermo, "città orribile", e si diede alla cronaca, all'impegno civile, alla testimonianza della morte per mafia. dice che non si rendeva conto allora , ma oggi si, dell'importanza che avrebbero avuto le sue foto, che la macchina fotografica è stato solo uno strumento possibile per raccontare quel che doveva raccontare. le foto che ha scattato a Palermo hanno dentro il suo cuore, la sua partecipazione, la sua passione, più di qualsiasi altra foto lei abbia fatto, altrove nel mondo.
fuma e la la cenere cade.
la posso perdonare?







scorrono poi, alla fine dell'incontro, foto recentissime di Shobha, immagini acquatiche dentro e con grandi bolle...proprio non saprei...

martedì 6 ottobre 2015

Lynsey Addario

fuori dalla grande finestra c'è un'enorme bottiglia di ketchup. ma com'è grande.
in fondo al giardino, in verità, si vede anche una strana figura maschile che si immerge in una strana piscina, li chiamano bagni segreti, di un certo De Chirico.
e all'orizzonte si staglia il mio preferito, grattacielo Unicredit, Cesar Pelli.
dentro c'è Lynsey Addario, che racconta.
sono alla Triennale, c'è il Tempo delle Donne.
mi è piaciuto tanto stare lì, quei quattro giorni, mi si è perfino normalizzata la pressione arteriosa, impazzita sui 160 e passa da quasi due settimane.
vorrà pur dire qualcosa no??
c'era aria buona, al Tempo delle Donne, aria sana, aria fresca, aria carica di idee.
c'era, per me, tantissima commozione, un senso di moto del sentimento mi ha accompagnato in modo costante, ascoltando donne donne donne intelligenti che parlano, non tutte allo stesso modo, ma se c'è qualcosa che mi muove dentro un senso di gioia è sentire una donna che sa parlare, che sa dire, che sa usare il potere delle parole mantenendo intatto il suo mandato di femminilità.
Lynsey Addario è uno schianto di donna, guardate le sue foto e poi sappiatemi dire, porca miseria.
è una fotogiornalista americana, di origini italiane, ultima di 4 sorelle, figlia di due eccentrici parrucchieri, una che ha preso la sua strada e via, non ce n'è per nessuno.
Lynsey sta nelle guerre e non si tira indietro, ha fotografato l'indicibile.
ora che è anche madre ci mette un po' di prudenza, mi ha detto a una mia domanda, il necessario senso del limite è calato sul suo sguardo e sul suo coraggio.
il suo desiderio che si realizza la rende bella, non ha bisogno di pose, lei è quello che è. ed è veramente molto.
It's what I do.


http://www.lynseyaddario.com